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Cinema e Jazz
Bix - un'ipotesi leggendaria

di Cinzia Villari

Regia: Pupi Avati
Soggetto, sceneggiatura: Antonio Avati, P. Avati, Lino Patruno
Fotografia: Pasquale Rachini.
Scenografia: Carlo Simi.
Musica: Riz Ortolani, Bob Wilder.
Suono: Jeff Carney, Raffaele De Luca, Chat Gunter.
Montaggio: Amedeo Salfa.
Interpreti e personaggi:
Bryant Weeks (Bix Beiderbecke), Emile Levisetti (Joe Venuti), Julia Ewing (Aggie)
Mark Collver (Burnie), Lucio Romano Orzari (Hoagy Carmichael), Matthew Buzzell (Don Murray),
Ray Edelstein (Bismark), Mark Sovel (Frankie Trumbauer), Barbara Wilder (Marie-Louise).

Produzione: Duea Film/Union P.N./Artisti Associati/RaiUno/Iowa Films Office.

Italia - 1991

Eseguire rigide partiture ripetendo nota per nota ciò che è scritto sul pentagramma non fa per lui. Non vuole sottostare a regole di solfeggio e metodologie varie. La sua musica è istinto e carne, spirito e passione. E' Bix, il timido giovanotto di Davemport che quando suonava la sua cornetta «pareva che sparasse dei proiettili su una campana».[1] Bix dall'attacco perfetto, inimitabile, dal vibrato leggero, rilassato ma che infuoca le frasi che va, via via pronunciando.

On Air. Si parte con la registrazione, il film sta per cominciare. Un violino in primo piano e due volti che sorridono dietro. La musica è accattivante, viene voglia di ballare. Ricostruzione d'ambiente accurata, colori caldi, atmosfera perfetta. Siamo alla Radio e siamo negli anni Venti. Joe Venuti, [2] il suo violino e un folto gruppo di musicisti stanno registrando. Ecco, il programma è finito. La luce di on air si spegne, il gruppo si scioglie. Si spalanca la porta e musicisti con spartiti e strumenti cominciano ad uscire. Un uomo nel corridoio sta aspettando qualcuno. Questo qualcuno gli viene incontro, è ancora Joe Venuti. L'inquadratura si stringe su Joe e l'uomo, quest'ultimo lo ferma, breve scambio di battute. Tra poco li troveremo seduti al tavolo di un locale per schiarirsi le idee e chiarirci le idee. Parlano di Bix. Capiamo che Bix non c'è più. L'uomo che attendeva il violinista è suo fratello. Sta cercando una donna, non sa dove trovarla e chiede aiuto a Joe. La m.d.p. si sposta in esterno, eleganti auto d'epoca attraversano lo schermo, lo riempiono, ci riportano nell'atmosfera di quegli anni. Il Dixieland, questo sottile, a volte scostumato jazz bianco, accompagna l'immagine con le sue note.

E' un girato dall'atmosfera piuttosto raffinata che ad un tratto però va a scontrarsi con un uomo non altrettanto tale, la sua rozzezza contrasta con l'atmosfera, è un meccanico e la donna che cerchiamo è sua figlia. Eccola ci viene incontro, è bella, giovane è una di quelle che vogliono fare l'attrice. Cambio inquadratura, la donna è ora sul treno con il violinista. Cominciano a parlare di Bix e della messa in scena che devono tirar su. Ma chi è questo Bix? Lei non lo conosce. E anche noi non lo conosciamo. Pupi Avati parte con il primo di una di una lunga serie di flashback per far apprendere alla ragazza e a noi la storia del leggendario, etereo cornettista di Davemport. Ed ecco che dalle parole di Joe Venuti l'immagine si scioglie, vediamo apparire Bix da lontano in un campo lungo, sta entrando un po' affannato, dentro al nostro film, da una porta. Il controluce ne definisce la sagoma, il volto ancora non è nitido.

Detroit - (Mi) Nov 24, 1924, prima puntualissima didascalia. Il totale di una sala prove ci appare davanti. Musicisti in camicia si scaldano per la registrazione. Entra Bix, è in ritardo. Prime scene, prime immagini, primo ritardo. La sua vita e il film saranno scanditi dai suoi continui impedimenti. Che si tratti di occasioni professionali, scolastiche o familiari, i ritardi di Bix saranno proverbiali. Tanto perfetto sul tempo musicale quanto imperfetto su quello esistenziale. Poi l'equazione diventa semplice: ritardo uguale senso di colpa. Senso di colpa uguale disagio emotivo. Disagio emotivo uguale alcool. Alcool uguale autodistruzione. Ed eccone un altro di eroe in frantumi. Eccone un altro di geniale jazzman al quale le cose non sono andate proprio come dovevano. Muore a ventotto anni, il 6 agosto del 1931. Sotto il caldo estivo, un banale raffreddore degenera in una brutta polmonite. Ed ecco che si spegne la sua vita e su certi romantici aspetti della sua personalità, si accende la leggenda. E la leggenda parla di un giovanottino perbene, divenuto presto alcolizzato, ma che con la sua musica era tanto in anticipo sui tempi per il mondo del jazz bianco, da raggiungere, con la sua cornetta, una reputazione paragonabile a quella del grande Louis Armstrong. Tanto in anticipo sui tempi da non essere talvolta compreso. Ecco infatti quello che traspare immediatamente dalle prime scene del film. Bix, dopo essersi scusato per il ritardo, si siede e comincia a soffiare nello strumento. Quella che ne esce è un'improvvisazione troppo fuori dalla norma per i canoni del momento. Il capo orchestra lo redarguisce: «voglio che ogni nota sia suonata esattamente come è scritta» e lo mette alla prova nella lettura dello spartito. Non sa leggere, figura ignominiosa davanti al resto dell'orchestra, solo Joe Venuti tenta di difenderlo, ha sentito parlare di lui e dei suoi straordinari assolo, ma il capo non vuol sentire ragioni. Bix raccoglie le sue cose e se ne va, inquadrato in totale dalla m.d.p. che lo ritrae mentre, camminando demoralizzato, sparisce dallo schermo.

Questo è stato il primo incontro tra Bix e Joe Venuti, l'io-narrante scelto da Avati per guidarci fin dalle prime inquadrature tra le immagini di quel tempo lontano. Un primo incontro poco gratificante per Bix ma che allo stesso tempo lascia trasparire, da parte dell'altro stima e comprensione. E saranno questi due elementi che spingeranno il cornettista a suonare alla porta dello sconosciuto Venuti per chiedergli di aiutarlo a tornare a Davemport. E l'uomo lo aiuterà, lo aiuterà ogni qualvolta Bix ne avrà bisogno, comprensivo e soprattutto discreto.

Ma dalle parole che il violinista pronuncia alla ragazza alla chiusura del flashback capiamo che a Davemport non ci è tornato. E' rimasto con loro a suonare in un giro in provincia: «Lui suonava come un Dio, non c'era nessuno che suonava come lui».[3] Ma poi un bel giorno li ha abbandonati. Frank Trombauer, considerato allora uno tra i migliori sassofonisti bianchi americani, lo voleva con lui. Gli offrirà la sua casa, gli insegnerà a leggere la musica, lo accudirà come un fratello minore e gli proibirà di fare uso di alcool, la nomea si è già sparsa, Bix beve, non è più un segreto. Ed eccolo il biondo Bix,[4] eccolo a St. Louis quel 15 agosto del 1925 fare la sua apparizione in macchina nella casa dei Trombauer. Colpiscono le frasi che pronuncia alla moglie: «Mi piacerebbe avere una casa come questa e una figlia così, esattamente come voi». Chissà, forse era veramente così, chi può dirlo, ma la verità è che una famiglia così non riuscirà ad averla mai, tradendo quella fiducia che i suoi cari avevano riposto in lui. E intorno a questo sembrano ruotare le varie vicende del film, ruotano intorno all'aspettativa continuamente mancata di veder realizzato un sogno: vivere una vita circondata da un alone di rispettabilità, esattamente come quello in cui è cresciuto. Ma questo non è il suo di sogno, questo è il desiderio della sua famiglia, desiderio che lui non riuscirà mai ad esaudire. Fulcro centrale del film, oltre al suo amore per la musica, sembra essere quel senso di colpa che lo accompagnerà per il resto della sua breve vita, facendogli dolorosamente costruire con i suoi cari un rapporto basato sulla menzogna e su promesse mai mantenute.

E' evidente come Avati cerchi di trasmetterci il più possibile questi sentimenti combattuti che regnano nel cuore del giovane protagonista. Da un lato il desiderio di non tradire le speranze della famiglia, dall'altro quello di vivere fino in fondo anima e corpo, la musica, quella maledetta musica che è sovrana in lui e che non è mai stata compresa dalle persone che più amava e che lo amavano: non c'è mai un esplicito dissenso da parte loro nei confronti di quest'arte, che per altro forse non ritenevano neanche tale, il dissenso pare piuttosto tradursi nel modo in cui il giovane Bix concepisce il suo rapporto con la musica. Un rapporto totalizzante dove sembra non esserci spazio per nessun'altra cosa. Si percepisce continuamente, come dal loro punto di vista, la passione del figlio scavalchi gli affetti più veri, le regole di comportamento. Ma non si percepisce mai, al contrario, la comprensione per l'anima di quell'essere nato per fare e per essere musica. E allora la mancanza di rispetto, che loro accusano nei comportamenti del figlio, si eguaglia alla mancanza di rispetto nel non comprendere quello che vive nel cuore del ragazzo. Ma lui non si accorge di questo, non si accorge di non essere rispettato, lui vede solo il dolore che provoca e se ne dispera. E allora l'alcool come emblema del dolore esistenziale. Forse avrebbe bevuto lo stesso, chi lo sa, ma la sua fragilità e la sua incapacità d'essere altro da quello che è, hanno sicuramente creato terreno fertile affinchè la pianta dell'alcolismo potesse mettere profonde radici. In fondo essere musicisti bianchi, ed è importante sottolineare la parola bianchi, all'epoca, non si traduceva necessariamente nel non essere degni del termine "rispettabile", sicuramente quegli uomini con il loro mestiere conducevano una vita diversa dalla norma, ma godevano di glorie ed onori altissimi. Bix del resto era stato chiamato a militare nelle più grandi orchestre bianche del momento, aveva cominciato ad essere seriamente stimato ed imitato, ma non bastava. E il delicato e gentile Bix, si dispera all'idea di ferire le persone che lo amano. A volte riesce a rinunciare a quello che ha di più caro al mondo, per non addolorare gli altri, ma nella maggior parte dei casi non riesce a mantenere quello che ha promesso e che si è ripromesso e fugge, fugge come un carcerato al quale è stato inflitto l'ergastolo, fugge per non tornare indietro. E la libertà si riaffaccia nella sua cornetta, nei locali dove gli altri suonano, nei posti dove presto si esibirà per diventare la leggenda che ancora è oggi. Una scena delicatissima verso la fine del film traduce in parole il suo sentire. L'ultimo crollo dopo l'ennesimo periodo di autodistruzione lo vede convalescente ancora una volta a casa, accudito dalle cure dei suoi familiari. Un giorno va a trovare una ragazza, forse l'unica di cui sia stato un po' innamorato nel breve corso della sua vita. Lei ora, ha sposato un loro amico d'infanzia ma nonostante questo si percepisce quel delicato attaccamento che fa trasparire che forse un giorno anche lei lo aveva amato. Lei conduce la vita rispettabile che i genitori di Bix avrebbero voluto per il figlio e forse lei, ci viene da pensare, sarebbe stata una moglie ideale. Nella luce chiara delle immagini va sciogliendosi un leggero dialogo denso di contenuto

Qui a Davemport non si faceva altro che parlare di te, non c'è uno che non ti conosca, tutti sanno chi sei [comincia lei] Già, ma non sono riuscito a fare niente di quello che volevo fare [prosegue lui] Dai, non hai ancora trent'anni e già fai i discorsi che fanno i vecchi [… ] No, è vero sai, non la fai una cosa quando nessuno vuole che tu la faccia [frase chiave che riassume la sua dolorosa percezione delle cose e poi dopo un po'] Ho deciso di sposarmi, ho una ragazza fantastica che ti piacerebbe molto.[5]

Con quest'ultima frase si sta attaccando ancora una volta ad una menzogna colossale, ancora una volta la sua ossessione di mostrarsi come quel mondo vorrebbe che fosse, lo sta invadendo. Avati non ha scelto il percorso della biografia classica per parlarci di quest'uomo, quella biografia così cara agli americani che si traduce nel più o meno romanzato accadimento dei fatti della vita di qualche grande, Avati sceglie un punto di vista differente. Sceglie di indagare sul percorso di un ragazzo compreso dall'ambiente della musica o dai fan forse, ma non da chi ha di più caro, la sua famiglia. Un amore sconfinato e protettivo esce dal cuore delle persone che lo hanno messo al mondo, ma è un amore che non sa leggere nella differenza che alberga in un individuo dotato di un altro modo di sentire, che non concepisce le regole attraverso canoni noti e socialmente accettati.

Il film di Pupi Avati non è solo un film che si avvicenda nel mondo della musica e dei suoi protagonisti, ma è anche un film che parla di scarti generazionali, di approcci psicologici, di incapacità di comunicazione. Il protagonista non traduce in sé solo i dolori esistenziali di un grande musicista che ha consumato la sua vita con l'autodistruzione, ma è lo specchio di un modo di essere e di sentire di tutti coloro che sono vittime di rapporti di incomunicabilità. L'attualità del film risiede proprio in quest'aspetto chiave, con il quale poter leggere la vicenda. Bix, rappresenta ogni giovane che non riesce a sottostare a quelle regole imposte da chi non si cura di immaginare un mondo diverso dal proprio. Oggi i tempi sono cambiati, quei ruggenti anni Venti sono lontani, il mondo degli adulti ha maturato l'idea che i giovani abbiano diritto ad una maggiore libertà di scelta, ma a volte qualcosa di ben più grave manca, ed è quella capacità d'ascolto dell'anima, quella capacità di percepire le differenze dell'altro. Non basta l'amore per sentirsi vicini, quello che conta è quell'entrare in empatia superando quel senso di protezione tipico delle generazioni più mature, che a volte rischiano di soffocare tutti quei passi avanti che la modernità ha accordato. Man mano che il film procede i sentimenti che abbiamo descritto saranno sempre più evidenti. Sempre più scene descriveranno i disagi e la mancanza di comprensione, tra le due generazioni. Ma l'inutile sforzo di andare incontro all'altro sembra unilaterale. Efficace la scena in cui Bix, verso la fine del film, dopo aver deciso per l'ennesima volta -e questa sembra quella giusta- di vivere secondo il volere dei suoi genitori, scopre nascosti in un armadio i dischi dei suoi successi ancora incartati. Capisce che nessuno della famiglia non aveva mai sentito la sua musica. La speranza di rendere orgogliosi i suoi genitori, facendolo preoccupare ogni volta di spedire da ovunque fosse le sue incisioni, svanisce in una frazione di secondo, bruciando questa volta la sua di aspettativa di essere compreso ed amato per quello che è veramente. Poi il vento sale sulla strada davanti casa, passa un piccolo corteo funebre di gente di colore, gente semplice che la musica ce l'ha dentro da sempre, che con la musica hanno espresso le note più profonde del sentire. Passano lì davanti con i loro strumenti e con la polvere che il vento sta alzando, quasi a metafora di quel funerale che è dentro di lui. E' morta la speranza d'essere compreso e con questa sembra morire anche lui stesso. Eppure non riesce ad arrendersi. Decide di partire ancora una volta non sapendo forse, o forse si, che questa sarà l'ultima. Insieme alla sorella fa un piccolo inventario delle cose che deve portarsi via: camice, pantaloni, calze, gemelli, dove sono i gemelli? Non ci sono più se li è venduti, facendoci sentire ancora con la piccola frase l'odore del disagio.

Ancora un'inquadratura della casa, stagliata nella sua rispettabilità, contro il cielo e poi quella di lui e della madre che lo accompagna alla macchina, questa donna esile che davanti alla porta, con la speranza che ogni volta le cose siano cambiate, ad accoglierlo c'è sempre stata. A parte quella volta che invece di aspettarlo fuori l'ha ricevuto a letto. Era lì a causa sua, era lì a causa dei dispiaceri che le causava questo figlio, il suo figlio più piccolo. E a letto lo aveva aspettato, ma diversamente dal solito lo aveva accolto con uno schiaffo così offensivo, da bruciargli l'anima al ragazzo, che accollandosi l'ennesimo senso di colpa, si era allontanato dalla stanza a testa bassa. Una casa stagliata contro il cielo, una madre davanti la porta e un'auto che lo aspetta, riempiono l'inquadratura. Sta fuggendo ancora una volta? Forse si, ma con una consapevolezza diversa, viene da pensare. Allontanarsi dal silenzio della provincia che non gli permette di suonare. Un silenzio invadente, per uno che traduce in musica i suoni più impensabili, che nel frastuono dei locali ci si trova come dentro l'utero di una madre. Nel frastuono dove può essere sé stesso, dove tirar fuori le sue brutture è meno grave perché più in là ci sarà qualcuno che le vedrà compensate dalla sua musica. E quando la sorella, in qualche scena prima, ritratta nella figura intera appoggiata alla cornice della finestra, come adagiata dentro un quadro, rimanendo colpita dalla bellezza del brano che Bix sta cercando di comporre al pianoforte, gli aveva chiede se pensa di finirlo, lui aveva risponde, appunto, di non esserne sicuro perché in quel posto c'è troppo silenzio. E lo finirà infatti quel pezzo, lontano da lì, in qualche alberghetto di dubbia reputazione e sarà un brano bellissimo, pieno d'amore e poesia, che Avati ci farà ascoltare rimandandocelo insieme alle immagini che vedono ritratti in alternanza lui mentre suona e il suo amico Joe Venuti che lo ascolta. Il volto dell'attore che impersona quest'ultimo, perfetto nel ruolo, in un p.p. dai colori caldi, ci trasmetterà con gli occhi tanto l'affetto quanto la stima che fin dall'inizio del film non sembra mai essersi incrinata, neanche nei momenti peggiori. E questo brano bellissimo Bix lo dedicherà alla sorella che aveva visto per l'ultima volta il giorno in cui insieme avevano riempito la valigia che inconsapevolmente lo avrebbe portato via per sempre, nell'ultimo viaggio lontano da casa.

Ma anche in quest'ennesima fuga, il duplice scopo del protagonista non viene mai perso di vista. Da una parte tornare a respirare con la musica, dall'altra architettare l'ennesima, ma questa volta ultima, gigantesca bugia. Con la complicità di un Venuti perplesso, ma ancora una volta non giudicante, inventa un volto di moglie, acquistando la foto di una ragazza dall'espressione perbene, che spedirà alla famiglia nella speranza di placare i loro tormenti.

E poi via di nuovo una corsa folle per tuffarsi nel mare della musica, trasmettendoci ancora non solo il suo di amore per quest'arte ma anche quello di Pupi Avati, che fin dall'inizio del film percepiamo in pieno. In questa pellicola che racconta di Bix e della sua vita tormentata, traspare inquadratura per inquadratura, sequenza per sequenza il rapporto di Avati con la musica, la sua percezione, profonda e raffinata, di questo mondo e delle sue sfumature. E' un regista che ha parlato di problematiche esistenziali ma anche di musica, accompagnandoci con la sua m.d.p. in un cammino tra le note di quel jazz che fa brillare gli occhi e muovere le anche, facendocene allo stesso tempo apprezzare la qualità e conoscere i personaggi. E questo Bix, nelle ultime scene del film, disperatamente, tenta di sciogliere i nodi delle corde che lo tengono legato da tutta la vita. Ma è ormai al limite. Cercherà di rientrare nel giro della musica, ma già da tempo ha perso la sua credibilità. E nel tuffarsi ancora una volta nel mare che gli pulisce l'anima, sbatte contro uno scoglio che gliela uccide definitivamente. E' lo scoglio della paura di tornare a suonare, è lo scoglio di comprendersi -dopo un anno di silenzio e con un corpo malato, minato irrimediabilmente nella psiche dall'alcool e dai continui struggimenti emotivi- ormai incapace di emettere con la sua adorata cornetta anche la più piccola, stupida nota. Prima di cominciare a suonare, va a procurarsi il suo maledetto carburante, sperando di ritrovare nell'alcool quel coraggio che sembra essersi dissolto nel nulla. In una ripresa dal basso verso l'alto, su una terrazza della città dove è andato a nascondersi per bere, con sullo sfondo un imponente grattacielo, figlio maledetto della nuova modernità, spera di riuscire nel suo disperato tentativo, ma l'azione sarà vana. Nei p.p. che lo ritraggono tanto confuso quanto sconfortato si consuma la consapevolezza che forse non suonerà mai più. Dopo la bieca figura nella sala di registrazione che lo accoglie dopo tanto tempo, si disperderà tra la folla per correre a casa e tentare ancora una volta di provare a suonare. In una serie di p.p. struggenti, leggiamo la sua disperazione e tra un paio di scene sentiremo quello stesso inventario di cose, che la sorella aveva elencato con lui mentre riempivano la valigia, pronunciato formalmente da due uomini sconosciuti. La m.d.p. scivola piano per la camera fino approdare al dettaglio dei piedi di un corpo abbandonato. Comprendiamo nel silenzio che è il corpo di Bix. Da ora in poi Avati non ci farà più ascoltare una nota. Insieme a Bix è morta anche la musica.

Poi di nuovo l'esterno di quella casa che abbiamo visto tante volte. Nella luce blu del tardo pomeriggio vediamo i genitori di Bix vestiti a lutto andare incontro, abbracciandola, alla finta moglie del figlio che Joe ha portato a conoscere. Un desiderio, anche se bagnato di dolore, in fondo è soddisfatto. Questo figlio che ora non c'è più, andandosene ha comunque lasciato l'emblema della rispettabilità, una "moglie". Almeno uno scopo, il giovanottino di Davemport, l'ha raggiunto. Ma Joe, il gentile Joe l'uomo che forse più di tutti aveva capito il ragazzo, non viene accolto in casa. La porta verrà chiusa e lui, simbolo dell'altro Bix, del Bix che la famiglia non ha voluto accettare, rimane fuori. L'emblema di quello che il giovane musicista non era, trionfa sull'emblema di quello che lui veramente era.

In un cambio scena, la m.d.p. si muove sulle foto dei ritratti di famiglia. Ora ce n'è uno in più. A fianco alla foto di Bix con la sua cornetta c'è quella del volto della giovane rispettabile "moglie". Le cose sono a posto, la musica può rientrare, sui titoli di coda il suono di un pianoforte si fa spazio, delicatamente, in un movimentato quanto malinconico motivetto.


[1] L'espressione è una consuetudine del ritratto del personaggio che ha fama negli ambienti jazzistici.

[2] Joe (Giuseppe) Venuti. Nato a Lecco (Italia) il 4 aprile 1988, morto a Seattle (Washington) il 14 agosto 1978. E' il primo importante violinista jazz. Emigrato subito in America con i suoi, cresce a Philadelfia. Comincia a suonare con Eddi Lang, poi forma un suo gruppo. Ha partecipato, come musicista e compositore, a molti film tra i quali Il re del jazz (J.M.Anderson, 1930). Proprio questa pellicola è quella di cui si parla nel film di Avati. Infatti verso il finale un paio di scene fanno riferimento a questo film.

[3] Da una scena del film.

[4] In realtà Bix aveva i capelli scuri, ma Bryan Weeks è perfetto nel ruolo, il suo fisico rispetta in pieno l'idea di etereo del vero musicista.

[5] Da una scena del film.





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COMMENTI
Inserito il 4/9/2008 alle 19.35.59 da "riccardo.campostrini"
Commento:
esiste un film su nick la rocca ?
 

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Data pubblicazione: 07/04/2007

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