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In Europa, insieme allo sbarco delle truppe militari americane, sono arrivati i V Disc e il jazz. E' interessante l'affermazione di Pupi Avati [1] a proposito del fatto che tanto del successo e della presa che il jazz ebbe su gran parte dei ragazzi italiani è dovuta all'opera di chi parlò e scrisse su quella musica. Attraverso le storie speciali che venivano raccontate, questi giovani impararono, prima ancora di comprendere questa musica, ad amare i protagonisti che avevano avuto il coraggio di inventarla. Episodi bizzarri, dolorosi o divertenti sulla vita di questi uomini permisero di arrivare alla comprensione di questa musica già imbevuta interamente di mito.
Ecco già come le biografie di questi grandi artisti riuscivano a colpire l'immaginazione di un mondo giovanile d'oltreoceano che vedeva ingenuamente in loro non solo la musica portata dal mitico sbarco in Europa delle truppe dei loro salvatori, ma le vite di questi personaggi così fuori dalle regole da rappresentare libertà, ribellione e anticonformismo. Le biblioteche allora, ci dice ancora Avati, erano fornite di decine di libri fotografici che raccontavano in qualche modo l'America, e insieme ad essa, le immagini del jazz con le foto dei suoi idoli. Leggere, guardare e finalmente ascoltare questa musica così lontana dalla cultura europea, così nuova, così trasgressiva e interessante.
Ultimamente mi venne dato da sentire all'estero certi straordinari dischi americani da grammofono, nei quali si udivano alcuni di quei fantastici jazz-band negri improvvisare in modo inverosimile attorno alla modesta trama musicale di certi fox-trot. E pensavo –udendo certe sontuose polifonie ritmiche adattate su talune notissime danze dalla mirabile genialità inventiva di quegli esecutori, capaci di trarre da un semplice fox-trot un monumento poliritmico e multifonico suscettibile di reggere il confronto con una fuga di Bach: che abbia a ritornare un giorno (con altri mezzi s'intende) la vecchia libertà interpretativa del '400 e '500? [2] Egli difese la sua sincera passione modernista, contro gli attacchi che arrivarono da ovunque, primo tra tutti quello del Mascagni che reclamò un intervento da parte dello Stato che proibisse, insieme alla cocaina, anche il jazz. Casella, nonostante fervente sostenitore della politica mussoliniana nella quale vedeva la possibilità della prodigiosa resurrezione dell'Italia, continuò a sostenere e a difendere quella musica che Mussolini più o meno apertamente osteggiava. Dall'inizio degli anni Venti, fino almeno agli anni Trenta, Roma divenne
il punto d'incontro dei più sorprendenti percorsi intellettuali. Insieme a Firenze,
città d'arte, moda e cultura, Torino, che contendeva a Milano il ruolo di città-simbolo
del macchinismo, Trieste che riuniva in sé i movimenti della città di frontiera,
la capitale fu culla di un'interessante quanto tumultuosa attività creativa. Una
vita frenetica e mondana, caratterizzò l'Italia che a breve si sarebbe trasformata
da stato liberale a stato fascista. In questo periodo si consumarono matrimoni e
divorzi artistici tra le varie correnti. Anche il Futurismo marinettiano, sia politico
sia economico, così fervente e attivo da muoversi nell'intera penisola, sembrò sposarsi
per un momento con le avanguardie antiborghesi, in un idillio che sembrava poter
creare una possibile unità nei programmi.
L'America, intanto, con la vittoria militare era entrata fisicamente nella vita europea, soprattutto in queste generazioni più giovani, portandosi dietro i prodotti più manifesti della sua industria culturale: il cinema e il jazz. E il jazz a sua volta si era caricato al seguito anche il ballo, creando una vera e propria frenesia generale. Ma al regime quest'esperienza risultava estranea se non addirittura disprezzabile e se il cinema fu più facilmente accettato, la stessa cosa non avvenne per il jazz. Le correnti conservatrici vedevano il tutto con disdegno e associandolo alla cocaina e alle sigarette oppiate, vedevano questa musica come qualcosa di pericoloso. Ma la bomba ormai era innescata. Nonostante le violente proteste, il fascino della musica sincopata dilagò inarrestabilmente. Nelle feste, nei teatri e in ogni tipo di manifestazione culturale, non si restò insensibili al fascino di questa musica. La jazz-mania sviluppò anche l'umorismo strampalato e goliardico, facendo trionfare il nonsense. I fumettisti presero di mira personaggi del mondo letterario e musicale irridendo la loro cieca collera antijazzista. E nei cinema trionfalmente si proiettò Il cantante di jazz che introducendo il sonoro nell'arte muta, attuò un altro grande cambiamento. Film come questo o come il successivo Il re del jazz [3] imperversarono nelle sale alimentando anche con l'immagine la vita del fenomeno. Ed ecco che anche in Italia al matrimonio tra cinema e jazz, diamo il benvenuto. Queste due arti in tutte le loro varianti più o meno commerciali, imitate o simulate, diventarono l'emblema della modernità. [1] Ermanno Comuzio e Roberto Ellero (a cura di), Cinema
e Jazz. Quaderni di musica e film, Comune di Venezia, Assessorato alla Cultura,
Gran Teatro La Fenice, Venezia 1985. © 2006, 2007 Jazzitalia.net - Cinzia Villari - Tutti i diritti riservati
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