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Capitolo 5: Jazz bianco e nero
di Claudio Angeleri
info@cdpm.it

Spenta l'euforia dell'immediato dopoguerra, calato definitivamente il sipario sulla musica swing delle grandi orchestre, il jazz vive un momento di riflessione.
Le concezioni rivoluzionarie del bebop ed il ritorno alla dimensione artistica del jazz, dopo la lunga parentesi commerciale, necessitano infatti di un po' di tempo per poter essere accettate dai musicisti e dal pubblico.
La riflessione avviene perciò con molta calma e relax anche se, in verità, occuperà un arco di tempo abbastanza breve con un culmine nel 1949.
Il movimento musicale viene denominato cool jazz, non tanto per sottolineare il distacco degli esecutori, soprattutto bianchi, quanto per evidenziare la giustezza del suono, del clima musicale, delle esecuzioni rilassate. In inglese, infatti, quando si afferma che una cosa va bene, cioè che è perfettamente calata nel contesto giusto, si dice "It's cool". Da qui deriva, molto probabilmente, la denominazione del jazz di quegli anni.

Il cool jazz si afferma soprattutto grazie ad un cospicuo gruppo di musicisti bianchi, capeggiato dal pianista italo americano Lennie Tristano, e ad uno meno numeroso, ma non per questo meno importante, di neri comprendente Miles Davis e il pianista John Lewis.
Altri importanti musicisti si muovono nella west coast come il pianista bianco Dave Brubeck che anticipa di qualche anno lo stile californiano di Shorty Rogers, Shelly Manne, Art Pepper e il pianista nero Hampton Hawes.
Il fulcro però rimane ancora una volta New York ove, oltre a Tristano, Davis e Lewis, operano l'arrangiatore e pianista Gil Evans e il sassofonista Gerry Mulligan.

Intorno a Tristano si forma una vera e propria scuola musicale e di pensiero che ha nei sassofonisti Lee Konitz e Warne Marsh, nel chitarrista Billy Bauer, nel bassista Arnold Fishkin e nel clarinettista John La Porta, i principali esponenti.

Nella musica di Tristano e dei suoi gruppi emergono pienamente i caratteri di questo stile che si contraddistingue più per l'approccio sonoro e le procedure musicali adottate che per le novità solistiche.

Il gergo improvvisativo è, infatti, di derivazione boppistica con un grande uso di cromatismi e di accordi alterati anche se, alla tumultuosità parkeriana, viene preferìto l'approccio di Lester Young: suono pulito, fermo, senza vibrato.

A differenza del bebop, la musica di Tristano è inoltre più legata a stilemi "classici" quasi "bachiani" che alla dimensione bluesy di Parker. Il pianista usa spesso il contrappunto sia nel lavoro delle due mani sul pianoforte sia in quello dei solisti del suo gruppo, oltre ad alcuni movimenti fugati di stampo europeo. Quando suona da solo sfrutta spesso la tecnica a due voci distinte: la destra disegna audaci linee melodiche, la sinistra sostiene il beat improvvisando il walking bass.
In altre parole adotta la tecnica dell'invenzione a due voci di bachiana memoria che, proprio per gli ampi spiragli armonici lasciati dalle parti, conduce l'improvvisazione in terreni al confine della tonalità.
Si ascolti a questo proposito il disco
Descent into the Maelstrom che raccoglie parecchie incisioni storiche di Tristano tra il 1951 e il 1966.
Nell'opera di Tristano inoltre viene valorizzata la chitarra, sia come strumento vero e proprio sia nell'approccio stilistico, che il pianista spesso adotta nelle sue improvvisazioni per sola mano destra o sinistra nel registro medio-basso della tastiera (è esemplare l'assolo su Line Up del 1955).

Tristano adotta inoltre alcuni artifici di registrazione come il multitaping e l'accelerazione del nastro che gli causano non poche critiche. In realtà i trucchi tecnici, realizzati in modo così evidente da fugare ogni dubbio di contraffazione, servono, ancora una volta, per ottenere una sonorità particolare (in Line Up il pianoforte ha una sonorità da quarto di coda con pedale del piano sempre schiacciato). I

La definitiva consacrazione del nuovo stile avviene comunque nel 1949 ad opera di un musicista di colore, Miles Davis, che, dopo la parentesi formativa con Parker, si butta a capofitto nelle nuove sonorità cool, a lui particolarmente congeniali. È di quell'anno infatti Birth of the cool, il disco manifesto dell'estetica cool, registrato con una formazione allargata (nove elementi) in cui sono raccolti i principali solisti del momento, Gerry Mulligan, Lee Konitz, Gunther Schuller, John Barber e i boppers J.J. Johnson, John Lewis, Kenny Clarke, Max Roach sempre disponibili a sperimentare nuove soluzioni.

Il fatto comunque più rilevante, oltre all'approccio rilassato dei solisti e la sonorità pura e cristallina del gruppo, è il peso consistente degli arrangiamenti di Gil Evans, Gerry Mulligan e John Lewis (oltre all'apporto non indifferente di John Carisi e dello stesso Davis). Già in passato infatti, nella swing era, la figura dell'arrangiatore era ben presente anche se rimaneva sempre in sordina, dietro le quinte. La parte del leone infatti veniva recitata, sempre e comunque, dal solista che attirava l'attenzione del pubblico. Ora invece il lavoro dell'arrangratore viene valorizzato alla pari degli altri musicisti di spicco della band. Solo questo la dice lunga sulla nuova concezione musicale basata su un sapiente controllo della partitura e dell'improvvisazione.

A ben vedere si tratta di un procedimento molto vicino alla tradizione classica europea pur in presenza di un elemento basilare del jazz: l'improvvisazione. La ritmica è di impostazione boppistica in cui spiccano i pianisti John Lewis e Al Haig ed i batteristi Max Roach e Kenny Clarke, anche se i musicisti neri si adeguano al clima rilassato dell'esecuzione ponendosi quindi in modo diverso rispetto ai solisti e alla musica. Nel bebop, infatti, la ritmica interagisce in modo più accentuato col lavoro degli improvvisatori, sottolinenando la dimensione poliritmica di retaggio africano.
Qui, anche nei pezzi più mossi come
Move e Budo , piano, basso e batteria badano a mantenere una regolare scansione del tempo con una attenzione particolare ai background orchestrali che si insinuano tra gli assoli.

Il suono caldo e ovattato della band (denominata Tuba Band, proprio per la presenza dell'ingombrante ottone) è comunque voluto da Gil Evans che già in passato con l'orchestra di Claude Thornhill aveva sperimentato l'impasto tra sax, ottoni ed il corno francese. Il risultato è originalissimo e si sposa in pieno con gli elementi compositivi, armonici e solistici.

Un altro elemento innovativo è l'utilizzo di metri differenti. Il tema di
Jeru si sviluppa secondo una forma canzone AABA. Le prime due sezioni sono di 8 battute mentre il bridge è di 12 misure così composto:

1 misura in 4/4; 1 in ¾; 1 in 2/4; 4 in ¾; 1 in 6/4; 4 in 4/4

File Audio (MP3)

La ripresa dell'ultima sezione del primo tema è di 9 battute (contro le otto del tema iniziale).

Il solo di Davis si snoda in 32 misure, segue un interludio di 9 battute ritornellate (4 battute in ¾; 1 in 2/4; 4 in 4/4).

L'intervento successivo di Mulligan è di 16 battute per concludere con un nuovo tema ancora in forma canzone AABA. Le sezioni A di questo tema sono quindi diverse da quelle iniziali non solo nello sviluppo melodico ma anche nelle progressioni armoniche. Il bridge è lo stesso del tema iniziale (con l'intervento solistico di Davis nelle ultime quattro battute).

L'ultima sezione di otto misure è seguita da una coda di 5 battute.

File Audio (MP3)

La stagione del cool jazz si sviluppa, sebbene con caratteri propri e differenti, anche nella west coast che fino a quel momento non aveva dato un contributo significativo allo sviluppo del jazz moderno.

Oltre al già citato pianista Dave Brubeck, che si interessa all'improvvisazione su tempi dispari (5/4, 7/8), si forma intorno al trombettista Shorty Rogers un nucleo molto interessante di musicisti, quasi tutti bianchi, ad eccezione del pianista nero Hampton Hawes.
Tra essi ricordiamo il batterista Shelly Manne, il clarinettista Jimmy Giuffrè, il sassofonista Art Pepper.

Gerry Mulligan inoltre lascia New York nel
1952, per trasferirsi in California dando vita ad un famoso quartetto "pianoless" in cui militano il trombettista Chet Baker e il batterista Chico Hamilton.

Per quanto riguarda il pianoforte californiano la figura di Hawes rimane ancora oggi molto significativa. Hawes, scomparso nel 1977, ha la sua prima importante esperienza con Charlie Parker con cui si esibisce nel corso del tour californiano del sassofonista. Il contatto è fulminante. In breve Hawes scopre, attraverso Parker, lo stile di Bud Powell che personalizza grazie ad un ottimo senso ritmico ed una propensione naturale al blues.
Verso la metà degli anni cinquanta Hawes forma un trio, con il bassista Red Mitchell e il batterista Chuck Thompson, i cui dischi ottengono un grande successo. Hawes introduce più tardi nel gruppo il chitarrista Jim Hall e il bassista Scott La Faro che già agli inizi fa intravedere le nuove concezioni strumentali sviluppate nel trio di Bill Evans.

Negli anni cinquanta l'unico gruppo che continua a portare avanti l'estetica cool è il Modern Jazz Quartet del pianista John Lewis.
Partito dal bebop con Parker e Gillespie, Lewis approda verso il finire degli anni quaranta al cool jazz di Davis ed Evans di cui condivide e sviluppa in pieno le idee. Dotato di un tocco molto elegante, derivato da una posizione rotonda delle dita ed il polso basso (la posizione ideale per suonare Bach), Lewis studia approfonditamente il repertorio classico, soprattutto quello barocco, che introduce attraverso vere e proprie fughe e contrappunti. Il quartetto inizia l'attività nel
1952 ma incide solo due anni più tardi, dando vita ad una carriera ricca di successi ed apprezzamenti.

Un pianista nero assolutamente originale affermatosi nel secondo dopoguerra è Erroll Garner. Sebbene abbia suonato parecchio con i boppers, lo stile di Garner è difficilmente assimilabile ad un genere particolare. Come Monk, Garner ha una sua cifra personale molto caratteristica basata sulla sintesi tra il pianoforte jazz classico e l'idioma del bebop.
In lui si riconosce, ad esempio, la lezione di Fats Waller (decime, stride...) così come il fraseggio a single notes appreso dal concittadino Dodo Marmarosa (sono entrambi di Pittsburg).
Ma la caratteristica più evidente di Garner è il leggero sfasamento dato alle due mani, per cui mentre la sinistra scandisce i quarti, la destra disegna delle figure melodiche leggermente indietro rispetto al beat.
Garner è inoltre uno specialista dei block chords così come del "trumpet style" di Hines (anche lui di Pittsburg) che introduce spesso nelle sue improvvisazioni.





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COMMENTI
Inserito il 19/2/2009 alle 1.40.43 da "postmaster"
Commento:
Bravo Claudio !!! Gran bella lezione.L'assolo di Tristano è veramente unico.Il " cool jazz " è stato e sarà sempre una musica fantastica e insuperabile.Gabriele Falchieri chitarrista di Bologna.
 

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Data pubblicazione: 01/05/2004

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