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Introduzione
di Francesco Barberini
frabarmus@virgilio.it

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Il mio rapporto con la chitarra, strumento che suono da oltre vent'anni, ha avuto momenti entusiasmanti, a volte esaltanti; mi ha portato alla scoperta della musica seguendo un percorso che partiva dalle canzoni ed arrivava al Jazz dopo aver attraversato innumerevoli paesaggi musicali, dalla Canzone Italiana al Pop, dal Country al Rock, dal Rock Duro al Rock Progressivo, alla musica Classica (da quella Medievale fino a quella Contemporanea), dal Jazz-Rock al Jazz Modale, di lì al Free Jazz per poi andare in retrospettiva a scoprire le origini, arrivare al Be-Bop e proseguire passando per tutte le tappe che conducono ad oggi, compreso l'ascolto delle musiche tradizionali del Mondo e dei sincretismi musicali del Villaggio Globale...insomma, è sempre stato il mio strumento e solo su di esso potevo provare ad esprimermi nei vari linguaggi musicali cui ero man mano interessato.

La chitarra mi ha quindi portato alla graduale scoperta del mio terreno musicale ideale; un terreno nel quale, tuttavia, il mio strumento ha gradualmente cominciato a passare in secondo piano per cedere sempre più spazio alla composizione fino a lasciarmi, a volte, una certa sensazione di insufficienza, di parziale insoddisfazione...

Principalmente per due motivi: il primo riguarda l'ascolto e la composizione mentre il secondo ha a che fare con l'esecuzione. Credo di non essere stato influenzato tanto dai chitarristi quanto dai fiati e, soprattutto, dai pianisti di Jazz; sono infatti questi ultimi gli strumentisti che, con il tempo, ho ascoltato sempre di più. Il pianoforte è poi diventato il mio principale strumento di composizione anche se la mia preparazione non era tale da consentirmi di suonare Jazz e d'improvvisare ma solamente di eseguire le parti scritte delle mie composizioni. Alla chitarra la situazione si ribaltava, dal momento che ero in grado di accompagnare ed improvvisare jazzisticamente limitandomi però, nelle parti rigorosamente scritte, a suonare il tema all'unisono con il sassofono se non addirittura a tacere. Il mio ruolo, comunque, si esauriva quasi sempre nell'eseguire parti monofoniche alla chitarra.

E' forse questo il motivo per cui ho sempre suonato le mie composizioni in quintetto. Non ricordo di aver scritto alcuna composizione nella quale la chitarra avesse parti specifiche ben distinte da quelle degli altri strumenti...se fossi stato sassofonista o pianista avrei suonato la mia musica in quartetto (sassofono, pianoforte, contrabbasso e batteria); ma ciò non toglie nulla all'amore viscerale che ho sempre avuto per la chitarra come strumento, soprattutto per le possibilità espressive e per le qualità timbriche che possiede.

Il secondo motivo di parziale insoddisfazione riguardava appunto l'impossibilità fisica di eseguire sulla chitarra tanto le parti da me composte al pianoforte (quando queste non erano semplicemente sigle di accordi) quanto quegli accordi e quelle progressioni modali armonizzate a parti strette che tanto amo e che sono di così facile esecuzione sulla tastiera del pianoforte... quei "voicings" da sezione di fiati, contenenti due o più intervalli di seconda che spesso prediligo nelle mie composizioni e che morivo dalla voglia di utilizzare anche nell'accompagnamento chitarristico degli Standards.

E' questo il motivo per cui, ad un certo punto, sono giunto alla conclusione che il mio strumento ideale sarebbe stato in realtà una chitarra che avesse qualche possibilità di esprimersi in "Pianofortese" o in "Sezionedifiatese"...una "Pianotarra"!!

Esempio di utilizzo dell'accordatura DAEGAB: Waltz for Debussy (MP3)





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Data ultima modifica: 21/11/2004

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