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Essendo chi scrive non un filosofo ma un jazzista-critico e un libero-pensatore, è con l‘intento dello studente alle prese con una ricerca che è stato compilato questo capitolo. Non ho qui voluto fare un capitolo sull'Epistemologia, ma sul jazz in quanto "metafora epistemologica" del modello dialettico, modello che comprende le categorie della quantità, qualità, identità, contraddizione, ecc. Per far ciò mi è sembrato gioco-forza soffermarmi su quei concetti basilari che certamente risulteranno scontati e "vetero-modernisti" ai filosofi più aggiornati e impegnativi e noiosi al jazzofilo-medio. Capitolo filosofico nel quale si fanno dei continui rimandi al jazz! Inoltre ho qui voluto ribadire un impostazione teoretica che, per quanto "passata", non è però "superata", e rilanciare quindi (...con Habermans!) una sfida "neo-modernista" in Filosofia ed "essenzialista" riguardo al Jazz! E' inoltre stato utilizzato tutto quello che potrà risultare utile alla chiarificazione delle tesi qui sostenute anche ricorrendo ampiamente alle citazioni. Perché un uso così sistematico delle citazioni? Per comprovare quanto generico, superficiale e strumentale sia il discorso che nella pubblicistica corrente sia fa oggi sul jazz! Il carattere-corsivo invece vuole indicare il rimando a ben precise categorie filosofiche. Si porranno preliminarmente, benché in modo scolastico e non senza l'aiuto di vari dizionari filosofici, alcuni concetti affinché possano servire da convenzione e riferimento per l'enunciazione del nostro discorso. Nonostante l'analisi dei concetti possa risultare inevitabilmente insufficiente, e quindi esposta a innumerevoli approfondimenti, critiche e correzioni, ritengo tuttavia che l'adottare questi concetti (...che non vanno assunti rigorosamente alla lettera) costituisca, se non un definitivo punto di arrivo, almeno un solido orientamento di partenza. Ricominciando quindi dalla classificazione logico-filosofica che stabilisce chiaramente le distinzioni tra soggetto, attributo e proposizione, vediamo quindi che per Soggetto si intende ciò di cui si parla, il tema o l'argomento del discorso, ciò a cui si attribuiscono qualità e caratteri; per Attributo si intendono le qualità e i caratteri che appartengono, o non appartengono, al soggetto. Vi sono attributi-essenziali e necessari del soggetto e attributi-non-essenziali, transitori e accidentali. Quando si asserisce che un attributo "appartiene o non appartiene" (sic) ad un soggetto si formula una Proposizione (Enunciato dichiarativo) [Abbagnano "Dizionario di Filosofia" UTET]. Nella proposizione l'attributo può appartenere o non appartenere al soggetto in varie maniere: soggetto e attributo si possono relazionare in termini di… ...Materia: Il jazz [soggetto] è musica [attributo]: Cosa si
predica del soggetto? Di appartenere a una determinata materia!
Genere: hegelianamente l'auto-affermazione nella contrapposizione.
Si indica come Genere una categoria di oggetti che hanno in comune attributi-essenziali
e differiscono per attributi-non-essenziali; il genere rimane immutato al variare
di questi ultimi. In altre parole il genere è l'unità dell'essenza. Secondo Platone:"Ogni
figura è simile ad un'altra figura perché nel genere tutte le figure fanno tutt'uno,
ma le parti del genere o sono contrarie tra loro o sono diversissime l'una dall'altra",
anche se le parti del genere sono tra loro contrarie o diversissime, ciò nonostante
continuano ad appartenere al genere, sono parti "del genere" ("L'unità degli
opposti"). Il genere Jazz, come vedremo, costituisce un
vero e proprio sistema. con Stile si intende l'insieme di proprietà o caratteri che distinguono un genere dall'altro, è quindi appropriato parlare di "stile di genere". Il jazz è caratterizzato da più stili che hanno in comune tra loro e con il genere al quale appartengono, proprietà essenziali, e differiscono tra loro per proprietà non-essenziali; Alterità:"L'alterità non implica per conto suo alcuna determinazione: A è altro da B" (Diz. Fil. Abbagnano: v.v.'Differenza'), non avere in comune alcun attributo né proprietà. Differenza: "La determinazione dell'alterità..." (Abbaganano Diz.Fil.). Quando all'alterità si attribuisce una determinazione l'alterità diventa differenza: "A è differente da B nel colore nella forma ecc." "La differenza implica sempre la determinazione della diversità" (Abbagnano Diz.Fil. v. alterità!). Gli oggetti possono differire solo in quanto hanno in comune la cosa in cui differiscono:"I differenti sono legati insieme inseparabilmente" (Hegel); Con Diversità si sta ad indicare più ampiamente sia differenza (essenziale e non-essenziale) che alterità o estraneità. Eguaglianza: è un attributo essenziale (G.Reale: St.Fil.V). Aristotele limitava il significato nell'ambito della quantità ("continuità del molto": B.Croce), cose "che hanno in comune la quantità" (Diz.Fil. Abbagnano) o parti che hanno in comune lo stesso insieme, "due termini si dicono eguali quando possono essere sostituiti uno all'altro nello stesso contesto senza che muti il [...] contesto stesso" (Leibnitz, Diz. Fil. Abbagnano); Qualità:"La determinazione dell'essere ‘che semplicemente è' "(Hegel op. cit. p. 617. B. Croce); Quantità:"La quantità resta unita in quanto è in essa la determinatezza in genere, e questa è da porre come contenuta in essa"(Hegel, op. cit. p. 116 [26]), la quantità contiene la qualità. Sistema: un tutto in cui le parti si lasciano derivare l'una dall'altra; un tutto organizzato finalisticamente e non ammucchiato (Kant); "...si svolge in sé e si raccoglie e si mantiene in unità..." (Hegel) (Diz. Fil. Abbagnano). Alcune correnti di pensiero post-moderniste vorrebbero ridurre unilateralmente il concetto di sistema alla sua accezione più negativa di dogma e totalitarismo. Aggregato: si può adottare questo termine per indicare il raggruppamento arbitrario, una "ammucchiata"(Kant) di oggetti tra loro inconciliabili o sconnessi, il contrario di sistema organico. Con poetica si intende non tanto lo stile di un genere, quanto
il peculiare stile personale del singolo artista; da non confondere con poietica
è invece la strategia di produzione artistica. Domanda: "che materia hai a scuola stamattina?" Nel nostro esempio: con "Inglese" si sottintende quindi "Lingua inglese", il soggetto di cui si parla nella proposizione interrogativa, cioè la materia Lingue, viene implicitamente incluso nel predicato (Inglese), attuandosi così l'unità di materia e forma anche nel senso comune!]. Il concetto di identità può stare ad indicare anche gli "indiscernibili", l'indistinguibilità (si rimanda al Dal Pra: Storia della filosofia - Enrico Bergson). Il seguente esempio riguarda invece i concetti di Materia, Genere e Stile: Se Cinema e Musica sono materie artistiche autonome, a sua volta il western è un genere del cinema così come il jazz è un genere della musica. Se poi il western-all' italiana è uno stile del genere western, allora il be-bop è uno stile del genere- jazz. La materia-cinema sta quindi alla materia-musica, come il genere-western sta al genere-jazz e come lo stile western-all'italiana sta allo stile be-bop. Se ogni genere musicale costituisce un processo al cui interno coesistono varie opposizioni le quali presentano sempre un elemento di connessione e di unità (unità degli opposti) gli stili del jazz, per quanto tra loro opposti, saranno con-sustanziali tra loro e con il genere al quale appartengono. Ne consegue che se non si focalizza questa comune sostanza risulterà impossibile cogliere la diversità tra i generi. Ad esempio Dixieland e Free sono diversi per differenze non-essenziali e uguali per qualità essenziali. Come avviene per tutti gli stili del jazz si tratta di differenti fasi evolutive dello stesso contenuto-semantico culturale, basti pensare alle desublimate e caotiche improvvisazioni collettive di entrambi gli stili! Non a caso l'Art-Ensemble of Chicago fonde in un unica esecuzione caratteri Dixie e Free, o come James Carter sia solito esprimersi dando luogo, in una stessa interpretazione, alla fusione di differenti stili del jazz (che è cosa diversa dalla "fusione" di generi tra loro per nulla o scarsamente compatibili. In psicoterapia ad esempio oggi vi è la tendenza a praticare sinergicamente differenti metodi terapeutici e coloro che interpretano ciò come la legittimazione a mischiare i generi dimenticano che in questo caso non sono differenti generi ad essere mischiati ma differenti modalità o specie di uno stesso genere della materia medica, la psicoterapia...a meno che non si pretenda di curare la mente andando dal dentista!). Classica e jazz, nonostante occasionali affinità non-essenziali, sono invece diversi per differenze essenziali e quindi tra loro difficilmente compatibili, Keith Jarret, che di ciò ha fatto l'esperienza, ha successivamente dichiarato: "Mischiare classica e jazz sarebbe letale per il Jazz". Il sottolineare differenze (...essenziali e non essenziali, antagonistiche e non-antagonistiche) o alterità tra i generi non significa tuttavia svalutare un genere a favore di un altro ma, al contrario, valorizzarlo in base alla ricchezza delle sue preziose peculiarità, presupposto del pluralismo e della reciproca coesistenza. Non si intende quindi delegittimare neanche quei generi nazional-popolari che, oltre a svolgere una funzione sociale di svago e intrattenimento, non di rado rivelano significative qualità artistiche. Eclettismo e Sincretismo: sono considerati, pur con differenti accentuazioni, come sinonimi (G. Reale:" Storia della Filosofia Antica" Vol.V.). Sui concetti di eclettismo e sincretismo vale invece la pena soffermarsi un poco di più. In arte le categorie dell'incompiuto e dell'imperfetto non sono di per sé un disvalore, possono anzi rivelarsi in certi casi un valore aggiunto"Per realizzare l'ambiguità come valore gli artisti contemporanei fanno spesso ricorso all'informale, al disordine, al caso, all'indeterminatezza dei risultati" (Umberto eco "L'ouvre ouverte" Paris 1965; ed. Seuil; pag. 66), ignorando questa premessa fondamentale c'è chi pretende, pur di non riconoscerle come incompiute e imperfette, che le opere eclettiche e sincretiche possano essere eterogenee ed omogenee al tempo stesso, il che equivale ad ammettere "pseudo-idee" come il circolo-quadrato (Bergson) o il ferro-di legno (Schopenhauer) ovvero, passando a Totò: "Hai presente quel tipo alto? Bassino! Grasso! Magro-magro!?"...quando l'assurdo diventa comico! Anche Freud lamentava questo paratattico modo di ragionare da parte di chi non voleva ammettere l'inconscio: "Se i filosofi trovano difficoltà a credere nell'esistenza di pensieri inconsci, l'esistenza di una coscienza inconscia mi sembra ancor più discutibile" (Freud:"La negazione" ed. Biblioteca Boringhieri, pag. 34 - 35), riconoscendo invece immediatamente le opere eclettiche come incompiute e imperfette, non si sottrarrebbe loro alcun valore! Non necessariamente però "l'informale, il disordine e il caso" debbono concretizzarsi in opere di valore artistico, essi possono spesso dar luogo ad accostamenti velleitari e insignificanti che nulla hanno a che vedere con l'arte! Nel definire l'eclettismo e il sincretismo non soltanto si vuole qui rimandare al carattere eterogeneo di certi processi di sviluppo, ma si vuole in questo caso sopratutto rimandare alle opere di per sé stabilmente disorganiche e a come queste siano caratterizzate da qualità opposte alle opere organiche. Inversamente è necessario evidenziare come dai processi sincretici possano concretizzarsi anche opere stabilmente organiche, prive cioè delle tipiche anomalie ed irregolarità del sincretismo. In entrambi i casi si tratta di processi sincretici il cui sviluppo storico si è concretizzato in oggetti relativamente stabili, benché reciprocamente opposti. Così come i fenomeni organici sono relativamente stabili, così vi sono fenomeni disorganici che non per questo sono meno stabili ed autonomi, fenomeni da considerare opere a tutti gli effetti (...sull'argomento:"La forma dell'incompiuto. Quaderno, abbozzo e frammento come opera del moderno" di Bruno Perdetti, Utet-Università, Torino 2007). Le parti costitutive di una forma organica sono tra loro legate finalisticamente da reciproca necessità, sono tra loro dipendenti e subordinate, invece le parti costitutive degli aggregati disorganici e sincretici sono autonome ed indipendenti e non legate da continuità logica, potrebbero anche vivere di vita propria. L'ammettere ed accogliere anche gli aggregati-sincretici non significa tuttavia smentire l'opera organicamente compiuta e sistematica, come oggi da tante parti parrebbe pretendersi. Riteniamo quindi necessario insistere sull'inesattezza del definire ‘sincretismo ' l'epilogo stabilmente organico di un processo storico sincretico! Se una cosa nasce da pratiche sincretiche non necessariamente deve stabilizzarsi nel ‘sincretismo' o nella ‘sincreticità'! In altre parole si possono concepire processi storici sincretici con esiti differenti: processi storici sincretici che si sono stabilizzati in aggregati con i caratteri del sincretismo e dell'eclettismo: questo non è il caso del jazz! Oppure processi storici sincretici che si sono progressivamente stabilizzati in sistemi-coerenti, in forme-compiute, in strutture estranee al sincretismo, e quindi impropriamente etichettati come sincretici: questo è il caso del jazz! 1) Sincretismo e sistema di linguaggio: il jazz non è quindi un sistema di linguaggio sincretico poiché le originarie differenti e contraddittorie radici culturali sincretiche si sono tra loro selezionate, escluse e connesse a tal punto da dar vita a un nuovo organismo le cui parti sono legate da reciproca necessità. 2) Sincretismo e opera improvvisata: un improvvisazione di jazz non può essere considerata "sincretica" solo perché è virtualmente aperta ad un infinità di cangiamenti. Ciò che favorisce ancora una volta l'equivoco è l'errata identificazione del concetto di apertura e libertà col concetto di sincretismo, due concetti palesemente diversi! Nel caso delle produzioni improvvisate di jazz si tratta pur sempre di un apertura e libertà tutta interna ad un linguaggio di per sé coerente e paradigmatico! L'uso aperto di un linguaggio conchiuso e tutt'altro che sincretico. Ciò del resto accade nella nostra ordinaria conversazione verbale: nessuno si sognerebbe, per il solo fatto che quando conversiamo lo facciamo in modo improvvisato e cangiante, di sostenere che la lingua italiana non sia un linguaggio organico ! 3) Sincretismo e poietica: un altro equivoco deriva dall'errata identificazione della ‘poiesi improvvisativa' col sincretismo: la strategia di produzione del jazz è tutt' altro che sincretica e tanto meno 'improvvisata', è bensì rigorosa e colta come lo è la tecnica dei ritmi africani! (Schuller, "Il jazz Classico v. v. pag. 36, prima edizione). Una tecnica rigorosamente fondata su ben precise regole d'esecuzione, un vero e proprio sistema-applicato! Una tecnica ben determinata, sistematica, è allora l'esatta antitesi del sincretismo dei metodi. Il sincretismo della tecnica, per definizione stessa, consiste nell'accostamento e nella compresenza di varie e disparate tecniche fra loro confuse o sommariamente assortite, assortite in modo ‘improvvisato' come solo l'incontro spontaneista tra etnie sradicate e sottoculturali potrebbe determinare. Nel jazz invece una ben precisa metodologia musicale africana si è integralmente connessa con la ben precisa metodologia della sintassi tonale occidentale. La cultura musicale africana non credo proprio che essere considerata una sottocultura etnica, né tanto meno spontaneista (...a meno che non se ne voglia dare un'interpretazione colonialista e razzista!). Anche se la sinergia tra diverse metodologie in arte può portare, ed ha portato, a risultati creativi, tuttavia essa non ha niente a che vedere con la tecnica dell'improvvisazione-jazz. Tecnica nella quale anche la fase intermedia a tradizione orale, a cavallo tra composizione e improvvisazione, costituisce un tassello connettivo con precise regole (Mingus) che risultano estranee ai metodi disconnessi e frammentati del sincretismo: tradizione orale non significa necessariamente sincretismo! Il fatto poi che si tratti di un sistema di produzione dinamico che gioca sul movimento, sulla velocità d'esecuzione, sulla memoria e non sulla scrittura, non sottrae ma incrementa quella precisione che solo può essere cagionata dalla rapidità dell'esecuzione, e ciò solo distrattamente e superficialmente può essere assimilato al sincretismo. Una rigorosa tecnica così precisa che tiene conto e reintegra persino l'errore! E questo gli improvvisatori lo sanno bene! L'esito dell'ibridazione originaria del jazz va poi distinto dai risultati delle ibridazioni originarie delle diversificate musiche afro-americane. Un approdo che nel jazz, pur tra mille germinazioni, è risultato sostanzialmente "a due voci" e ha comportato quella organicità a sua volta approdata, come vedremo, ad un estetica "essenzialista" e modernista. Mille germinazioni, secondarie e non essenziali, che si sono progressivamente stemperate man mano che lo sviluppo del jazz andava evolvendosi. Una ibridazione sfociata, in ultima analisi, essenzialmente nella sintesi precisa e netta tra la tradizione di una ben localizzata area dell'Africa, la sub-sahariana, e un ben preciso repertorio armonico nord-americano (..."Body & Soul" era suonato sia da Armstrong che da Coltrane!). La fase ontogenetica del jazz è stata caratterizzata da sincretismo, ibridazione e frammentazione così come l'odierna fase "liminare" (ivi; cap.1) è a sua volta caratterizzata da neo-sincretismo, frammentazione e nuove ibridazioni: gli stessi caratteri della fase ontogenetica del jazz, ritornando nella fase liminare, come prima lo avevano generato adesso lo decostruiscono! Nella fase ontogenetica il jazz non era ancora jazz, nella fase liminare il jazz non è più jazz, per questa ragione non credo proprio che si possa parlare di "jazz-premoderno" né di "jazz-postmoderno": questo genere, dal Dixieland al Free, si conferma come evento eminentemente moderno! Nel genere-jazz, la struttura-linguistica e la natura-estetica, stabilmente organiche, rimandano poi all' "essenzialismo", quello stesso essenzialismo proprio delle poetiche di tutti i grandi dal jazz (ad esempio Bill Evans!). La prima cosa che impara il vero jazzista è "l'essenzialismo" e nel Jazz le diverse poetiche che differenziano tra loro gli artisti dei vari stili sono legate dal comune denominatore dell'essenzialismo: la pulsione cioè a penetrare l'essenza dei contenuti estetici e a preservarne l'integrità, la purezza e la coerenza. Contenuti estetici che non sono parole ma sentimenti, sentimenti da non confondersi col sentimentalismo del senso comune e della vita quotidiana (...ascoltate "Miles Miles" o "My Funny Valentine Miles Davis In Concert" ma anche, al di là del jazz, Nono, Berio e tutta la musica elettro-acustica del 900!). Il Sentimento, in quanto "organo di percezione" di contenuti difficilmente descrivibili dalle parole risulta, per questo, misterioso e incomprensibile all' "l'ascoltatore-volgare", e in ciò sta la complessità della fruizione artistica. E' anche vero che le varie ibridazioni tra il jazz e altre tradizioni (indiana, araba, flamenco, indo-europea, cubana, ecc.) possono aver prodotto dei piccoli gioielli musicali di successo particolarmente graditi sia alla "borghesia ignorante" (Doufourt) che alla fascia amatoriale dei "consumatori di jazz", ma pur sempre prodotti ai confini del jazz che, in ogni caso, non hanno avuto seguito, non hanno improntato il jazz se non corrompendolo e snaturandolo. Ciò rende il jazz un miracolo di unità sintetica! Un processo generativo sincretico che ha prodotto un linguaggio organico e conchiuso a sua volta "aperto" ad una varietà di "degustazioni" estesiche (Eco). Un genere che per quanto duttile e aperto nelle sue intrinseche dinamiche nei suoi rapporti estrinseci con gli altri generi musicali rimane pur sempre "conchiuso". Talmente "conchiuso" che esso reagisce agli input-estrinseci con quel meccanismo di selezione da sempre riscontrato nella storia del jazz! Un meccanismo che permette al jazz, sistema semantico stabile consustanziale ad una estetica ormai storicizzata, di accogliere solo ciò che può con esso organicamente integrarsi. A dimostrazione di ciò le sopra citate ibridazioni si sono inesorabilmente arenate: dal flamenco alla musica cubana, dal classico europeo alla musica indiana, dalla musica country al rock, il jazz si è sempre dimostrato in grado di difendere con sdegno la propria identità artistica e di respingere ogni contaminazione incompatibile. Questi esperimenti sono rimasti esperienze isolate, anche se a volte musicalmente splendide (Davis, Russell, Schuller, ecc.), ma non hanno fatto scuola all'interno del jazz, non hanno attecchito perché accostamenti fondamentalmente estranei all'identità di un genere rigorosamente "essenzialista"! Accostamenti ai quali al massimo si può assegnare lo status della "citazione". Ed è stata proprio questa fusione riuscita, questo un miracolo di unità sintetica, che ha reso il jazz un evento di risonanza storica! Non riuscire a cogliere questa qualità essenziale significa avvallare e perpetuare una lacuna, un errore, che si sta rivelando fatale per il jazz perché è proprio sulla rinuncia ad essere "essenzialisti" che fa leva l'ideologia postmodernista per revisionare la tradizione del jazz e per scardinare il jazz!! Da qui nascono equivoci e strumentalizzazioni che vengono cavalcati come un "cavallo di Troia" per una narrazione revisionistica del jazz o peggio per avvallare gli attuali prodotti velleitari, clonazioni mantenute in vita con l'accanimento terapeutico, che nulla hanno a che vedere col jazz e con l'arte. Prodotti che, ovviamente, non dovrebbero essere neanche presi in considerazione ed invece sono l'attuale merce venduta dall'industria musicale, (Riuscireste a immaginare "Requiem" di Tristano contaminato dal "Ballo del quà-quà"? Sarebbe un buon esempio di attuale eclettismo! Sradicando i presupposti e cambiando il contesto tutto si può fare.... e sicuramente a qualche jazzista nostrano piacerà l'idea!). In certi ambienti, per una certa cultura, quel miracolo di unità sintetica non è mai stato gradito, e sempre stato respinto con sospetto o recepito come la smentita dei presupposti razzisti e classisti e oggi, approfittando della inesperienza delle nuove generazioni, dell'ignoranza del grande pubblico e della colpevole complicità dei poteri dominanti la scena del jazz, si mette in atto l'attacco finale, il colpo mortale! Ritornando alle nostre nozioni, con eclettismo si è generalmente inteso il tenere insieme, raggruppare, qualità, materie, generi o stili tra loro così diversi da non trovare punti di convergenza (ubi consistam) e che, se riuniti, smarriscono il senso della identità producendo una intrinseca forzatura sul piano formale (v. anche Giovanni Reale, "Storia della filosofia" vol. V ed. Vita e Pensiero). Per sincretismo, similmente, si è inteso: la "conciliazione mal fatta" e confusa tra diversi elementi, o il fenomeno della compresenza, in un aggregato, di fattori tra loro parzialmente conciliabili o in permanente contrasto assoluto! Il pensiero debole, con le sue ripercussioni relativistiche, non si arresta neanche di fronte agli odierni dizionari, da più parti infatti si lamentano spiegazioni sommarie e superficiali. Paradossalmente i vecchi dizionari del primo novecento si rivelano, se non infallibili, almeno più approfonditi e specifici dei nostri. Ad esempio nell'edizione del 1939 del dizionario Palazzi della lingua italiana per sincretismo tra gli altri, si evidenzia almeno il concetto di mescolanza inconciliabile di opposti. Oppure nel dizionario filosofico di Abbagnano (seconda edizione 1971) non si tralascia di riportare (pur senza avvallarlo poiché inteso come giudizio svalutativo) il concetto di sincretismo in quanto conciliazione malfatta o sintesi mal riuscita. Ancora una volta va ribadito che per quanto ci riguarda con "mal fatto" e "confuso" non si attua un giudizio-valutativo ma un giudizio-descrittivo! Si vuole solo descrivere il risultato di una genesi incompiuta stabilizzata in un aggregato che pur essendo "mal riuscito" e "incompiuto", anzi proprio per questo, può risultare tuttavia interessante e valido in un estetica dell'imperfezione consustanziale ad una costellazione di linguaggi eterogenei! La nostra è quindi un'interpretazione, che pur accogliendo il contenuto dei termini considerati, respinge la negatività di giudizio ad essi associata. E' ovvio ed elementare che non si possa dare sincretismo in assenza della natura
sincretica dell'oggetto! Una "forma" stabile sincretica dovrà di per sé
mantenere la eterogeneità e l'incompiutezza di un entità informale, disordinata
e confusa, nella quale accostamenti casuali e arbitrari rimpiazzano le interne connessioni
tra le parti (v. cit. U. Eco)! Più che di una forma in senso stretto
si tratta quindi di un aggregato. Nulla può impedire però che un processo
sincretico possa trasformarsi, nel suo sviluppo, in una forma di per sé omogenea
e coerente. Nel "mostrar differenze" qui si vuole semplicemente distinguere
ciò che è sistemico da ciò che non lo è. Ribadiamo quindi che qui non si intende
affermare che solo ciò che è organico possa essere arte, né che tutto
ciò che è sistematico e compiuto sia necessariamente artistico, così come non si
intende affermare che incompiutezza e imperfezione siano sempre da respingere
o che, inversamente, siano da accogliere sempre e comunque. Le stesse logiche valgono
per l'eclettismo: anche qui, nel caso in cui le contaminazioni riuscissero pienamente,
non si avrebbe più eclettismo ma nuovi sistemi e nuovi generi (nella storia
della filosofia fa eccezione il caso dei "Fisici-Eclettici", ma è solo una questione
di interpretazione del termine! Una diversa interpretazione che avvalla, a mio avviso
impropriamente, il concetto di"conciliazione omogenea e armonica"). Deve essere
chiaro tuttavia che la nascita di nuovi generi non abolisce i generi precedenti!
Vogliamo forse buttare via l'arte dell'antica Grecia o l'arte rinascimentale? Non
bisogna applicare all'arte le logiche del consumismo! Nelle arti si parla di
generi-eclettici e ciò, se interpretato in senso stretto, potrebbe risultare
assurdo, un controsenso poiché ciò che rende il Genere tale è la coerenza,
coerenza che risulta dagli spontanei processi generativi-sintetici del Genere
stesso! Invece ciò che rende l'Eclettismo tale è l'incoerenza, incoerenza volutamente
perseguita nell'attuazione artificiosa di accostamenti eclettici! Non si può avere
Genere senza coerenza, così come non si può avere Eclettismo senza incoerenza. Il
peggior servizio che si potrebbe fare all'eclettismo sarebbe quindi quello di attribuirgli
coerenza, perché così facendo significherebbe disintegrarlo in quanto tale. Non
a caso oggi, quando si vuole valorizzare qualcuno si ricorre a luoghi comuni del
tipo: "Il tal artista è difficilmente etichettabile!", "E' poliedrico!",
"Le classificazioni gli vanno strette", l'incoerenza stilistica viene data in
questo caso come valore aggiunto! Al termine del processo evolutivo una cosa può
però trasformarsi nel suo contrario (Mao), essa può ad esempio cessare il
suo status organico, disgregarsi, e mutando natura rientrare come componente o in
un aggregato disorganico, o in un nuovo genere: ed è proprio quello che sta oggi
accadendo al jazz il quale, disgregandosi e atomizzandosi si sta trasformando nel
contrario di quello che era, altre musiche si stanno riappropriando dei suoi frammenti
in fenomeni prevalentemente sincretici, esso non può più essere considerato jazz!
Come dice il filosofo Vittorio Mathieu: "Dal Jazz tuttavia non può dirsi che
sia nato un nuovo ciclo musicale" (Vittorio Mathieu, ordinario di Filosofia
Morale, Università di Torino, Accademico dei Lincei; articolo "Musica senza parole",
Atti del Convegno: "Giovani di oggi, musica di sempre" Gioventù Musicale D'Italia"
Milano 25-10-2002, p. 26) e questa affermazione
è innegabile specialmente se per "ciclo musicale" si intenda un nuova serie
di stili di jazz. Ma questo naturale epilogo storico non sancisce la fine delle
forme del passato poiché se è il presente a trasformarsi, il passato, ormai storicizzato,
va riconosciuto per quello che è! Nella realtà concreta, in effetti, tutte le combinazioni
possono trovare attuazione, il problema è saperle riconoscere e definire con i termini
appropriati, così come è necessario distinguere i fenomeni di maggior valore artistico
dai fenomeni minori e da quelli assolutamente privi di qualità artistiche e velleitari.
La contaminazione tra Rock e Jazz si è potuta realizzare in quanto si sono trovati
punti di convergenza sufficienti per far nascere un nuovo genere, la Fusion: genere-altro,
ma non completamente estraneo rispetto al jazz e al rock. La Fusion, a differenza
di tanti odierni esperimenti, non è quindi una musica eclettica, altrimenti non
potrebbe essere un sistema, un genere a sé stante. Questa autonomia dovrebbe essere
rivendicata con orgoglio dai fautori di questo genere, ci si imbatte invece troppo
spesso nella pretesa di includerla nel jazz e ciò può rivelarsi pericoloso per entrambi
i generi in quanto mina la loro stessa identità e coerenza. Relativismo: una cosa e l'abolizione di tutti i dogmatismi, altra cosa naufragare nel soggettivismo che non riconosce l'oggettività delle cose, oggettività che ovviamente va approfondita e meglio definita in quanto realtà di un mondo materiale in continuo sviluppo, quindi non dogmatica (nella Modernità il Positivismo ammette la conoscibilità e l'oggettività delle cose). Nel materialismo dialettico l'oggettività e non è intesa quindi come dogma immutabile, ma come identità pur sempre in movimento e cangiamento. Nell'accezione più comunemente accolta si intende invece per relativismo ciò che non riconosce l'intrinseco valore oggettivo e l'effettivo significato delle cose, tutto sarebbe interpretazione soggettiva, tutto sarebbe quindi relativo non tanto alla oggettività del mondo reale, quanto alle mutevoli interpretazioni soggettive che della realtà si possono dare, e ciò può deviare nell'ideologia e nella falsa coscienza. Una negazione della Filosofia che rifluisce nel qualunquismo rinunciatario fondato sul più banale senso comune aprendo la strada alle mistificazioni e al revisionismo: emblematica è l'accusa di "dietrologia" indirizzata contro la dialettica."Relativista" è quindi ciò che è superficiale e privo di approfondimento, è depauperamento e disconoscimento; tutto ciò che, non andando oltre lo sterile inventario dei fatti, ignora le cause-prime e con esse i fondamenti e le identità, trascurando la qualità in favore della quantità (empirismo, pragmatismo). Nel post-modernismo ci si apre spesso la strada in nome dell'anti-dogmatismo (relativismo-buono) per finire poi inevitabilmente con l'applicare il più pernicioso soggettivismo (relativismo-cattivo). Vi è oggi il luogo comune, fondato sul pensiero-debole, che, sovradimensionando la quantità a discapito della qualità, predica che un artista possa applicarsi alla propria arte indifferentemente in diversi stili e in quanti più stili l'artista sarebbe in grado di prodursi maggiormente aumenterebbe la sua artisticità! A dimostrazione di questa ingenuità verrebbe portato come esempio Leonardo Da Vinci quando invece chiunque, che abbia la benché minima infarinatura di arte, sa benissimo che non potrebbe esserci maggior essenzialismo e coerenza estetica di quanto si possa riscontrare nella pittura di Leonardo (una costante assoluta!). Leonardo non avrebbe potuto dipingere diversamente da come dipingeva senza disintegrare la sua unicità di pittore. Tutti i dipinti di Leonardo sono plasmati da quel tratto comune e inconfondibile che ha fatto di lui un artista, appunto, unico! A cos'altro si potrebbero riferire i critici d'arte nel riscontrare l'autenticità e la paternità delle opere? Solo l'artigiano o il professionista, proprio per il fatto di non avere nessun peculiare messaggio da trasmettere, può permettersi di applicarsi indifferentemente a tanti stili contemporaneamente, perché nel suo caso, non avendo nulla da dire, il nulla ben si concilia con il tutto. Far capire oggi questo basilare principio, universalmente riconosciuto in tutte le arti, è un impresa titanica! Oggi rivisitare la dialettica è più necessario di ieri perché il problema di un atteggiamento arroccato su posizioni di principio o appiattito sul fatto isolato, è una questione che, paradossalmente, non solo non è ancora stata superata, ma è costantemente rilanciata! Le nuove generazioni sono surrettiziamente indirizzate verso questa sensibilità. Parlando con i giovani, anche studenti universitari progressisti, ci si scontra spesso con l'effetto psicologico del significato corrente delle parole. Parole viziate dal senso comune e da pregiudizi emotivi che si ripercuotono sulla effettiva comprensione, ciò li sospinge con convinzione a sostenere l'insostenibile con quella inconsapevole e candida supponenza che solo il conformismo può dettare, per poi accettare con stupore l'ovvia realtà come fosse rivelazione! Gli effetti del pensiero debole? "Lo sforzo dei contemporanei di ridurre la portata e la verità della filosofia è enorme [...] Il modo sprezzante con cui Austin tratta le alternative all'uso comune delle parole, l'affermazione di Wittgenstein che "la filosofia lascia tutto come si trova" – tali dichiarazioni tradiscono, secondo me, il sado-masochismo accademico, l'autoumiliazione, e l'autodenigrazione dell'intellettuale la cui fatica non dà risultati di tipo scientifico o tecnico apprezzabili." (Marcuse: "L'uomo a una dimensione" p. 186 Einaudi-Nuovo politecnico 67 - cap. "Il trionfo del pensiero positivo".) Trascendendo sia i giudizi a priori che i meri-fatti la dialettica prescrive quindi di risalire a tutte le variabili con disincanto e senza pregiudizi, sapendo misurare la portata dei pesi e dei contrappesi e tenendo conto dell'insieme nel suo movimento. Il tutto in un intreccio filogenetico di cause-effetti (onnilaterale) che costituisce l'oggetto dell'indagine storico-scientifica. Intreccio nel quale non bisogna confondere i fatti con i fattori, gli effetti con le cause, l'apparenza con la realtà-concreta, e quest'ultima, a differenza del "noumeno" kantiano, si ritiene conoscibile. "Certamente qualsiasi fatto può essere sottomesso a un'analisi dialettica; per esempio un bicchier d'acqua, come nella famosa esemplificazione di Lenin. [...] Lenin afferma che ‘deve entrare nella "definizione" dell'oggetto tutta l'attività umana nel suo insieme"; l'oggettività indipendente del bicchier d'acqua viene così a dissolversi." (Marcuse: "Ragione e rivoluzione"; parte seconda - I; pag. 349, Il Mulino, ed. 1968). L'esempio di Lenin è solo apparentemente paradossale, l'Antropologia Culturale studia strumenti e recipienti come il bicchier d'acqua per risalire, per dirla con Lenin, "in migliaia di trapassi" a "tutta l'attività umana nel suo insieme": "I recipienti e le tecniche per fabbricare gli strumenti sono altrettanto universali quanto gli strumenti da taglio e, a quanto sembra, altrettanto necessari per le attività umane, anche nelle società che hanno le culture più semplici...Benchè molte popolazioni pre-letterate non facciano mai bollire i loro cibi, altre invece lo fanno anche quando mancano i recipienti adatti ad essere posti sul fuoco o su una superficie calda." (Beals-Hoijer" Introduzione all'antropologia culturale" p.118-119, ed. il Mulino.). Ecco come da un bicchier d'acqua si può risalire alle culture umane!La dialettica, nella Cina antica, ha avuto origine con la filosofia stessa. E' propria di questa tradizione, oltre che di quella occidentale classica (Eraclito), l'idea di contraddizione come sdoppiamento dell'uno: "In fin dei conti le due realtà opposte si escluderanno sempre l'un l'altra." (Pan Ku); "Le cose sono in opposizione fra loro ma si condizionano a vicenda" (Pan Ku);"...che le vostre parole siano sempre opposte" (Houei-Neng).ca, 5 E così diceva Eraclito di Efeso a proposito del divenire dialettico:
"...le cose fredde si riscaldano, le cose calde si raffreddano, le cose umide
si disseccano, le cose vecchie si inumidiscono." (Giovanni Reale: "Storia della
filosofia antica" vol. I, p. 75, ed. Vita e Pensiero). "A chi discende nello
stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove"; "Noi scendiamo e non scendiamo
nello stesso fiume, noi siamo e non siamo."; "Non si può discendere due volte nel
medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo
stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento si disperde e
si raccoglie, viene e và." (Reale op. cit. pag. 73). Thomas Khun, il cui pensiero costituisce ancora oggi un importante punto
di orientamento del dibattito epistemologico contemporaneo, scriveva nel
1961: ed ecco una citazione di Mao del 1937: Thomas Khun suddivide lo sviluppo delle scienze in due periodi, il periodo della scienza-normale e il periodo delle rivoluzioni scientifiche. Il periodo della scienza normale è anche definito periodo paradigmatico, una fase cioè non-rivoluzionaria in cui i progressi non registrano e non ricercano novità bensì la genesi e il mantenimento di una particolare tradizione di ricerca (p. 30); questo periodo è preceduto da un altro periodo definito pre-paradigmatico (pag. 70), caratterizzato da frequenti e profondi dibattiti, discussioni ed attacchi: "Questi dibattiti [...] Sebbene siano quasi inesistenti durante un periodo di scienza "normale", essi hanno regolarmente luogo poco prima e durante le rivoluzioni scientifiche, ossia in quei periodi in cui, dapprima, i paradigmi sono sottoposti ad attacchi e in seguito soggetti a modificazioni." (op. cit. p. 70 -71 [grassetto nostro]). Affermando ciò Thomas Khun rompe con la tradizionale impostazione cumulativa del neo-positivismo di orientamento Popperiano (Abbagnano: "Storia della filosofia" Tomo IV pag. 789), ovvero "l'evoluzionismo volgare", e finisce col riscoprire una dialettica sotto mentite spoglie! La "Scienza normale", col suo paradigma, rimanda così ai sistemi-coerenti di Mandel e/o al concetto hegeliano di quantità (...nel nostro caso il genere- jazz). Nel materialismo dialettico, nella prima fase dello sviluppo di una cosa (Mao), la continuità della quantità non ha nulla a che vedere con l'evoluzionismo cumulativo e senza conflitti del neo-positivismo, ma è anch'essa un processo dialettico, processo che procede, in "stato di riposo relativo", da differenze non-antagonistiche verso differenze antagonistiche: "...in ogni differenza è insita una contraddizione,...la differenza stessa è contraddizione."(Mao: op. cit. p. 336). Riguardo la "Scienza normale" Khun non fornisce un chiaro approfondimento a proposito di dinamiche contraddittorie ad essa intrinseche anche se parla di "dibattiti...quasi inesistenti", mentre Mao, a proposito del "primo stato di sviluppo di una cosa", parla di "stato di riposo relativo". Che nel periodo della scienza-normale ("fase cumulativa") vi sia o meno movimento contraddittorio dovrebbe essere oggetto di maggior approfondimento (...così come l'analisi dovrebbe tener conto che, nel caso del jazz, la fase della "crescita, della sperimentazione, della accumulazione esperienziale dalla quale è stato estratto quel bagaglio concettuale coerente fatto di regole e consuetudini..." si è delineata con forza prorompente in un lasso di tempo relativamente breve!). Per Khun poi i paradigmi della scienza normale sono: "essenziali al mantenimento di una tradizione scientifica" senza la quale si avrebbe "una scienza immatura", "priva di criteri di selezione", "la preistoria della scienza" perché così "può accadere che tutti i fatti sembrino ugualmente rilevanti" ("La struttura delle rivoluzioni scientifiche", Einaudi pag. 31 - 35). Senza quindi i paradigmi (cioè i generi) ‘tutti i fatti possono sembrare egualmente rilevanti': siamo quindi alle entità frammentarie, orfane e monche? Alla "quantità amorfa"? A quell' eclettismo velleitario che non vuole riconoscere la proprietà dei generi-artistici di non essere un'arte "immatura", "priva di criteri si selezione", "la preistoria" dell' arte? Se non si tratta di ciò vi assomiglia molto! A questa fase "normale" [non-antagonistica?] subentrano poi le "anomalie" e le "crisi" [l'antagonismo e il punto nodale di Hegel?]. Sono solo indizi o conclamate analogie? Nella dialettica il passato si conserva sempre nell'avvenire, non si tratta quindi di un suo "scomparire e dissolversi" (Mao) assoluti quanto, più precisamente, di una sua uscita, per così dire, "dalla scena del nuovo", per continuare poi a sussistere nella tradizione. Nell'estetica del materialismo storico si parla di "esemplarità e sopravvivenza dei valori artistici" in quanto "l'arte non si estingue nel processo storico ma è destinata a restare nella storia come valore proprio di quel periodo" "inscindibile dai suoi caratteri storici" "verità che l'uomo rivive esteticamente". Caratteri storici, quindi l'identità, rivissuti esteticamente. (Rocco Musolino" Marxismo ed estetica in Italia" capitolo "Appunti su una questione marxiana" pag. 94 Editori Riuniti). Nella fase antagonistica col raggiungimento del punto nodale avviene quindi il "superamento", superamento che però conserva in sé le tracce di quella negazione "intrisa di conservazione" (Apostel, op. cit. pag.16) senza la quale il presente non sarebbe possibile e, con esso, la storia stessa. Anche nella scienza per Thomas Khun: "Le teorie fuori moda non sono in linea di principio prive di valore scientifico per il fatto di essere state abbandonate" (op. cit. pag. 21). Rimane così implicita "la richiesta di una soluzione integralmente storicistica", diversamente ci si esaurirebbe in "semplificazioni riduzionistiche" e in quel "meccanicismo deterministico" di cui il materialismo storico è accusato impropriamente. Marx insiste sul fatto che l'arte non è mero effetto (effectus) ma vi è una dialettica (opus) tra l'artista e la cultura del suo determinato periodo, ad esempio tra l'arte greca e la mitologia ellenistica (Rocco Musolino, op. cit. p. 91-95). Così è avvenuto nel jazz tra il "presente storico" dell'etnia nero-americana e la sempre presente mitologia delle proprie radici culturali africane. Anche nel caso di uno degli eroi eletti dal pensiero post-modernista, Popper, la dialettica scacciata dalla porta rientra poi dalla finestra.... "Karl Popper, uno dei grandi nemici della dialettica, è stato probabilmente uno dei suoi migliori interpreti in un articolo pubblicato nel 1940, What is dialectic?, ("Mind" numero speciale) nel quale ha introdotto il concetto di dialettica in rapporto a un processo di prova errore." (Leo Apostel: "Materialismo dialettico e metodo scientifico" Cibernetica, logica, marxismo; Einaudi - Nuovo Politecnico pag. 51), commentando poi che si sarebbe trattato solo di una dialettica "generica", "vaga ed empirica". Secondo Marcuse, che nel 1976 ha pubblicato insieme a Popper il libro "Rivoluzione o riforme?", "Ogni modo di pensiero che esclude la contraddizione dalla sua logica è una logica difettosa" (Herbert Marcuse: "Ragione e rivoluzione" pag. 8, il Mulino - 1968). A mio avviso contro la post-filosofia dovrebbero valere le stesse accuse che Popper rivolge contro Hegel: "Credo che abbiamo più che sufficienti ragioni per sospettare che la sua filosofia fu influenzata dagli interessi del governo prussiano del quale era impiegato" basta sostituire a "governo prussiano" "revisionismo globale". L'Arte è costituita da varie materie (Architettura, Pittura, Letteratura, Musica, Cinema, ecc.), così come la Scienza è costituita da varie materie (Fisica, Chimica, Biologia, ecc.), come l'Arte sta alla Scienza così la Musica, in quanto materia artisica, sta alle materie della scienza, il Jazz poi, come genere, ha rappresentato una "straordinaria rivoluzione paradigmatica" nella musica del 900', ma i paradigmi di Thomas Khun, nonostante la assonanza evocata dalla parola, non vanno intesi come rigidi schemi o formule da applicare meccanicamente (così come per i generi in Musica!) bensì come: "…quelle concezioni e quelle convinzioni che costituiscono punti fermi della scienza in un dato momento…" (Giovanni Reale "Per una nuova interpretazione di Platone" p. 11. ed. Vita e Pensiero), essi costituiscono dei "modelli che danno origine a particolari tradizioni di ricerca scientifica con una loro coerenza." (Khun op. cit). Indubbiamente il jazz rappresenta un modello espressivo, una concezione musicale, una strategia di produzione "...la musica può essere intesa come risultato di determinati atteggiamenti, di certe particolari concezioni del mondo..." [Baraka, op. cit.], "consuetudini e credenze" che originano una particolare "tradizione" con una sua "coerenza" ed una sua dialettica interna. Coerenza paradigmatica che, quando rivoluzionata, dovrebbe segnare il passaggio da un genere musicale ad un altro. Ciò si ricollega ad altri due concetti del pensiero dialettico indispensabili alla nostra piccola ricerca filosofica: i concetti di Qualità e Quantità. La qualità, difficilmente riducibile a un concetto unitario, qui deve essere intesa non tanto come "accidente", quanto come "peculiarità" (diz. Lingua Italiana Palazzi 1939), non tanto come "determinazione qualsiasi" ma come "qualità che individualizza l'oggetto stesso ed è perciò propria di esso" (Abbagnano, Diz. Fil. Utet); Per Hegel: "La determinazione dell'essere ‘che semplicemente è'" quindi la qualità essenziale, non qualsiasi determinazione; "Essa [...la qualità*...] trapassa nella quantità" (Hegel: "Enciclopedia delle Scienze filosofiche" ed Laterza: Glossario, pag. 617. B. Croce [nota* nostra]); per gli Stoici: "forma che determina la materia" (Giovanni Reale: St. Fil. V - dizionario; ed. Vita e Pensiero), ciò che dà forma alla materia amorfa. Quindi proprietà essenziale di un oggetto. Per il concetto di quantità invece "L'espressione grandezza non è l'espressione
adatta per la quantità poiché essa designa principalmente la quantità determinata"
(Benedetto Croce: Hegel "Enciclopedia delle Scienze filosofiche" ed Laterza: Glossario,
p. 115). La quantità non va confusa con la misura di grandezza, ma va intesa
come concetto della "Continuità del molto" (Benedetto Croce; Hegel, op.
cit. Glossario): si ha quantità in presenza di una moltitudine di oggetti legati
tra loro da un filo di continuità. "La quantità resta unita in quanto è in essa
la determinatezza in genere, e questa è da porre come contenuta in essa" (Hegel,
op. cit. pag. 116 [26]): gli elementi costitutivi la quantità rimangono tra
loro legati (uniti) in virtù di quella sostanza comune che è la "determinatezza
in genere" (qualità), la quale è a sua volta racchiusa nella quantità (la
qualità e racchiusa nella quantità). Le differenze quantitative non sono quindi
sufficienti per sancire la diversità di genere. Una cosa, nonostante una variazione
quantitativa di intensità od estensione, non cessa di essere di tal genere. Una
casa, più o meno estesa, o un rosso, più o meno intenso: "non cessa di esser
casa, rosso, ecc" (Benedetto Croce; Hegel, op. cit.). Fermo restando un determinato
genere, le determinazioni del genere possono diversificarsi tra loro solo quantitativamente,
perché dal momento in cui si diversificassero anche qualitativamente muterebbe il
genere. Ma riprenderemo questo discorso più avanti. La conversione della quantità
in qualità è considerata una fase fondamentale della dialettica hegeliana. Il materialismo
dialettico non rifiuta la logica classica e la logica formale, ma le specifica e
le integra, come nel caso del principio di identità e del principio di non-contraddizione
o di contraddizione. Nella logica classica la contraddizione non-antagonistica viene
denominata "contrasto", la contraddizione antagonistica semplicemente
"contraddizione", e al "principio di contraddizione" (o "non- contraddizione"),
viene spesso attribuito lo stesso significato, ed essi vengono a loro volta
ricondotti al principio di identità: E così scrive Popper: "[Hegel] sostenne che si doveva alterare la logica
per fare della dialettica una parte importante, se non la più importante della teoria
logica. Questo lo costrinse ad abbandonare il principio di contraddizione, che costituisce
chiaramente un grave ostacolo alla accettazione della dialettica" (Popper: "Contro
Hegel", pag. 15 ed. Armando). Infatti questi problemi insorgono se si continua a considerarli esclusivamente nell'astrazione della logica formale. Il divenire non può invece darsi se non come divenire di un mondo materiale e del suo riflesso ideale e intellettuale. Il divenire non può poi svolgersi se è assente il soggetto stesso del divenire, come si potrebbe infatti stabilire una semplice differenza o una alterità, senza mantenere costante l'identità a cui indirizzarle? Senza l'identità originaria verrebbe a mancare il termine di paragone col quale stabilire la diversità. Così come non potrebbe esservi il divenire senza la progressiva differenziazione del soggetto del divenire, che sarà identico a sé nella connotazione globale del processo, e differente da sé nelle connotazioni puntuali del processo. Presupposto del cambiamento è quindi la presenza costante dell'identità di ciò che cambia "ciò che perdura in ogni cangiamento" (B. Croce) senza di essa non vi può essere cambiamento: Cosa si trasforma? Cosa cambia? Una identità che si sviluppa nella fenomenologia della sua estensione nello spazio (il jazz in nord-america), e nel suo movimento nel tempo (il jazz nel XX secolo), quindi nella materia e nella storia! Una determinata qualità che nel suo sviluppo si modifica quantitativamente sino a giungere alla fase terminale del processo ("punto nodale") oltre la "misura della quantità" (Hegel), trasformandosi anche qualitativamente. Nella metamorfosi dell' identità del soggetto, decade il soggetto stesso e ne nasce uno nuovo. Anche il secondo problema sollevato da Apostel ["... secondo le definizioni di Lenin, tutte le contraddizioni sono necessariamente sia antagonistiche che non-antagonistiche nello stesso tempo"] dipende dal senso che si dà al concetto di "nello stesso tempo", che và inteso "nello stesso lasso di tempo" o meglio "potenzialmente nello stesso processo di tempo": tempo che non và quindi inteso come attimo-cristallizzato ma come attimo-fuggente (è forse possibile fermare il tempo?); il termine A del principio di contraddizione solo astrattamente può darsi come cristallizzato nel tempo, nella realtà, come dicevano Eraclito e Mao, tutto cambia! Con ciò quindi non solo non si respinge il principio di contraddizione, ma lo si accoglie approfondendolo. La contraddizione è quindi di per-sé ancora non-antagonistica, e in-sé potenzialmente antagonistica: "... processo in cui si sviluppano le potenzialità della cosa stessa." (Marcuse, op. cit.); Questo destino di ogni processo, non è casuale o ad esso esterno, ma è una sua determinazione ontologica, una causa prima ed interna, che però troverà attuazione solo quando favorevoli cause esterne interagiranno con esso: "..le cause esterne operano attraverso le cause interne"..." l'uovo, quando riceve una adeguata quantità di calore, si trasforma in pulcino, ma il calore non può trasformare in pulcino una pietra" (Mao Tse-Tung); Il sancire che ogni contraddizione abbia come destino la inevitabile "soluzione" non significa stabilire o pretendere deterministicamente, anche "il buon esito" di questa soluzione; le soluzioni potrebbero essere differenti, anche una rivoluzione sconfitta è una "soluzione" di questa contraddizione, Mao lo dice chiaramente quando scrive: "In conformità con lo sviluppo concreto delle cose, alcune contraddizioni, inizialmente non antagonistiche, si sviluppano in contraddizioni antagonistiche, mentre altre, inizialmente antagonistiche, si sviluppano in contraddizioni non antagonistiche". (Mao "Sulla contraddizione" pag. 363, [grassetto nostro]). Quindi non tutte le contraddizioni antagonistiche debbono necessariamente sfociare in una rivoluzione. Così come vi possono essere rivoluzioni di natura differente. Ad esempio l'odierno grande rivolgimento sociale, che vede l'ingresso di milioni di migranti dal terzo mondo nel primo mondo, potrebbe essere interpretato come la conferma della marxiana "rivoluzione proletaria", proletariato che non ha nulla da perdere "se non le proprie catene"! Una rivoluzione che scaturisce dalla contraddizione antagonistica tra lavoro-salariato e capitale poiché anche la non-occupazione è una variabile indiretta di questa stessa contraddizione! Non quindi una rivoluzione politica, ma sociologica! Anche se con grandi implicazioni politiche. Solo chi è attaccato spasmodicamente ai propri privilegi, alle proprie abitudini o credenze ideologiche, potrebbe desiderare una realtà statica ed immutabile, un "universo tolemaico"! Sul versante del positivismo i criteri e la legittimità di ciò che sarebbe o non sarebbe scientifico sono circoscritti all' "operazionismo" e al "comportamentismo" (Marcuse "L'uomo a una dimensione" pag. 32-33), ma una più recente tendenza, prendendo atto che solo una minima percentuale dei fenomeni naturali si può replicare in laboratorio e quindi dimostrare empiricamente, rompe con queste catene in favore di una visione più flessibile che, lasciando spazio ad altre variabili, si dischiude alla dialettica in tutta la sua attualità. In questo suo voler risalire al di là dell'apparenza sino alla causa prima, dalla sovrastruttura alla struttura, nel suo voler trascendere gli effetti per giungere alle cause, il materialismo è stato tacciato di essere una "metafisica". Anche la scienza medica in quanto dal sintomo ridiscende alla causa diventerebbe quindi una metafisica? E' anch'essa "dietrologia"? "Ogni singolo fatto è più di un mero fatto; è la negazione e la limitazione di possibilità reali" (Marcuse: "Ragione e rivoluzione" ed. Il Mulino, 1968, pag. 315). E' significativo come proprio la dottrina che aveva decretato "la miseria della filosofia" (il materialismo dialettico) finisca di fatto con l'esserne in realtà la continuatrice in una nuova epistemologia. Così come ogni superamento è intriso di conservazione, così i vecchi valori illuministici e garantisti della rivoluzione francese è necessario continuino a vivere come tradizione e patrimonio dell'umanità. Così accade anche in musica, e il classico e il jazz e tutte le altre tradizioni, continueranno a coesistere con i futuri generi musicali d'avanguardia (sempre che non ne avvenga il genocidio per mano del monopolismo culturale!). Dopo la polemica che viene rivolta contro la dialettica materialistica, accusata di metafisica Mario Dal Pra fece notare come il neo-positivismo degli ultimi decenni si spingesse fino a recuperare la dialettica di derivazione hegeliana non più interpretata come principio metafisico "...ma come criterio ermeneutico per lo studio, scientificamente fondato, del nesso che lega i fatti storici fra loro e nell'unità organica di eventi particolarmente significativi." (Mario Dal Pra "Sommario di storia della filosofia", volume terzo, ed. La nuova Italia, pag. 421-422). Nel caso poi della Fenomenologia, pur accogliendo l'imprescindibile contributo apportato da questa scuola di pensiero, non ci si può non associare a quelle osservazioni critiche che intravedono in questa corrente filosofica lo squilibrarsi sul versante dell'"antropocentrismo" quando essa pretende che la coscienza sia l'unica realtà originaria e costitutiva del mondo. Concezione per la quale la natura, così come concepita da Galilei in poi, non sarebbe una realtà originaria ma una costituzione della coscienza umana. Per il materialismo scientifico invece, in accordo con Galileo Galilei, la vita (oggetto) è pre-esistente al pensiero (soggetto), la terra è pre-esistente al pensiero e l'universo è più antico della terra; la vita, la terra e l'universo non traggono il loro essere dall'essere della coscienza umana. Anche se per Galileo il mondo esterno, riconducibile alla sola estensione e moto locale, è privo di quelle qualità che sarebbero qualità (..affettive) proprie soltanto del "corpo sensitivo", cioè il soggetto percepente, non toglie che l'oggetto sia autonomo dal soggetto, e il suo variare sia in grado di far variare le affezioni del soggetto percepente ("Il Saggiatore"; Opere vol. VI pag. 348) . L'incontro tra fenomenologia e materialismo dialettico si è realizzato con il contributo del filosofo italiano Enzo Paci, il quale afferma che solo il materialismo può dare alla fenomenologia ciò che le manca: "...una considerazione storica nella quale il presente storico si pone come una realtà prima, sperimentata, nella corrente dei vissuti e quindi come un a priori materiale." (Mario Dal Pra "Sommario di storia della filosofia", volume terzo, ed. La nuova Italia pag. 415-416). Riguardo poi al Costruttivismo una cosa è studiare come psicologicamente il cervello umano, nel suo sviluppo evolutivo (Piaget) produca dei "costrutti", delle "riduzioni", delle mediazioni-interpretative tra noi e il mondo esterno, in qualche modo delle falsificazioni-opportunistiche che permettano, con l'adattamento, la sopravvivenza della specie nella dura realtà di un mondo esterno dal quale non si può prescindere; altra cosa è negare l'oggettività di un mondo esterno senza il quale questa attività evolutiva del cervello non sarebbe possibile perché verrebbe a mancare la controparte sulla quale "adattarsi" e inoltre senza il quale non sarebbero attuabili le realizzazioni tecnologiche le quali rispondono a logiche oggettive indipendenti dai "costrutti" umani. Lo spirito del positivismo, approdo della modernità, unitamente allo strumento della dialettica hegeliana, approdo dell'illuminismo, rappresentano quindi una tappa del pensiero umano dalla quale solo in una fase storica di involuzione civile e spirituale come la nostra si può prescindere. L'abbandono dello spirito del positivismo fa oggi sempre più frequentemente regredire il pensiero umano a modelli figurali prelogici e autistici permeati di realismo magico. Così scrive il micro-psicoanalista Nicola Peluffo: "...possiamo verificare in persone colte e persino in scienziati, l'adesione a sistemi di spiegazione prelogici, permeati di realismo magico.." "Appare così nella coscienza un modo di intendere la vita quotidiana, che dal punto di vista ontologico, corrisponde ad una causalità psicologica primitiva di tipo magico. Magia e autismo sono due facce di uno stesso fenomeno; la confusione tre l'Io e gli oggetti abolisce ogni verità logica e ogni esistenza obbiettiva." http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/editoriale/articoli/edi16.htm (10 Marzo 2005 Villa Comunale di Frosinone, Congresso [II Sessione]: i005 c "Alle origini del sogno": "Riflessioni su alcuni aspetti del sogno nella tecnica micropsicoanalitica nelle sedute lunghe" di Nicola Peluffo). Ricollegandoci quindi al jazz a partire dalla categoria della quantità, essa comprende tutti quei mutamenti che nel loro sviluppo mantengono costantemente la stessa qualità, qualità che costituisce la sostanza unificante degli opposti (continuità qualitativa): nel passaggio da uno stile ad un altro stile dello stesso genere, può avvenire un mutamento qualitativo? No, altrimenti cesserebbe la loro comune appartenenza a quel determinato genere: "la determinatezza in genere" è "contenuta" nella "quantità" (Hegel), la qualità è contenuta nella quantità. Da qui ne risulta che il concetto di qualità non va inteso sommariamente, alla stregua degli attributi non-essenziali, ma molto peculiarmente nella accezione di sostanza od essenza ("ciò che perdura in ogni cangiamento", B. Croce). La qualità può però presentarsi intrecciata ad attributi non-essenziali che potrebbero essere scambiati per essenziali e trarre in inganno la lettura. Che uno stesso genere mantenga sempre (in intrinseco fermento) una stessa qualità (auto-affermandosi nella contrapposizione antagonistica con gli altri generi), non significa che le sue variabili non-strategiche, i suoi attributi non-essenziali, non possano eclissarsi e riproporsi, sintetizzarsi o inter-scambiarsi in rapporti non-antagonistici con attributi di altri generi. Nello scontro antagonistico (seconda fase di Mao) non può avvenire una sintesi perché uno dei due aspetti contradditori dovrà essere divorato (incompatibilità), ma nei rapporti non-antagonistici (prima fase di Mao) avviene un continuo interscambio ed arricchimento di tipo sintetico (compatibilità): "TESI arricchita da…l'ANTITESI in una SINTESI superiore" (Lenin, Opere Scelte: cap."Un passo avanti e due indietro" paragrafo "Qualcosa sulla dialettica" vol. 1, pag. 542). N.B. La tesi quindi non si "dissolve" ma addirittura si "arricchisce"! Dopo tutta una serie di ulteriori arricchimenti, il processo, avendo realizzato tutte le sue potenzialità, sperimentate tutte le permutazioni possibili, messe a frutto tutte le sue risorse e raggiunto il punto massimo attua così una repentina metamorfosi. Possibilità che una volta realizzate producono, un nuovo potenziale di forze essenzialmente diverso: un nuovo genere! Engels nel capitolo XII dell' "Anti-Duhring" cita tutta una serie di efficacissime esemplificazioni di come "un cambiamento quantitativo cambia la qualità" e come "un cambiamento qualitativo cambia la quantità". Gli esempi sono tratti dalla fisica, la chimica, la matematica e l'economia, ma forse per l'arte vi potrebbe essere una peculiarità! Nella tradizionale letteratura del materialismo dialettico, anche se con differenti accentazioni e sfumature, la quantità è vista come un processo evolutivo relativamente stabile ("riposo relativo"), come la realizzazione di varie combinazioni e sintesi quantitative. Quel che più importa è che tendenzialmente: la assenza di salti viene considerata una proprietà esclusiva della continuità qualitativa (prima fase), mentre la presenza di salti viene attribuita esclusivamente alla discontinuità qualitativa (seconda fase). Ma questo aspetto è stato oggetto di ulteriori approfondimenti che si sono spinti al di là di questa rappresentazione tendenzialmente schematica. Ricerche filosofiche condotte alla fine degli anni 50' e inserite nella letteratura del materialismo-dialettico, hanno posto la possibilità di salti che non interrompano la continuità evolutiva della qualità stessa (Leo Apostel "Materialismo dialettico e metodo scientifico: Cibernetica, Logica, Marxismo" pag. 17, Einaudi 1968, e in "Le socialisme" vol. 7, n. 4 Bruxelles 1960). Un esempio ci potrebbe venire dalla musica: l'identità tonale di una data tonalità musicale non cambia anche se le note, invece di susseguirsi in ordine scalare, si susseguono in ordine diversificato e per salti! Una cosa è quindi la discontinuità-quantitativa (sviluppo interno) altra cosa la discontinuità-qualitativa (metamorfosi). In pratica nella prima fase dello sviluppo di una cosa sarebbero possibili processi a velocità differente. Anche nel caso dell'arte quindi, nello sviluppo intrinseco ai singoli generi, nelle fase quantitativa si possono riscontrare dinamiche più disordinate ed irregolari, una disordinata sperimentazione per tentativi ed errori: "genio e sregolatezza", uno "sviluppo ineguale". Nel genere musicale la categoria della quantità si produce nella messa in atto di tutte quante le possibilità della qualità, di tutte le permutazioni e le combinazioni compatibili con un paradigma qualitativo costante. Paradigma caratterizzato dal comun-denominatore dei contenuti culturali, l'idioma, i vernacoli, le tecniche e le strategie: bagaglio di consuetudini che vengono a formare, come abbiamo visto, il linguaggio di genere. Questa fase sperimentale in arte si svolgerebbe quindi con modalità non necessariamente lineari, con differenti velocità, direzioni-random e imprevedibili salti. La presenza di salti non compromette, ma dinamizza, arricchisce e completa il paradigma di genere. Anche nel jazz ciò è avvenuto senza compromettere la continuità evolutiva dei suoi contenuti-sociali (continuità intesa come graduale presa di coscienza dei neri in quel periodo storico) così come la continuità del suo stile-improvvisativo (la "variabile-strategica autonomizzata" v.v. Nattiez, op.cit.) che non solo permane, ma si incrementa nell'arco di tutto il suo sviluppo sino alla assoluta libertà del Free-Jazz. I "salti non-discontinui" riscontrabili tra gli stili del jazz non interrompono quindi quella continuità dialettica in cui "le novità emergenti sono preparate e spiegate dagli sviluppi precedenti" (Leo Apostel op. cit.) e si contrappone a quanto sostenuto da Scott De Veaux a proposito dell' "...ovvia discontinutà" tra gli stili del jazz che minerebbe la concezione del jazz come "entità organica" (Scott De Veaux: ‘Creare la tradizione ‘ da "Il Jazz tra passato e futuro" pag. 31 ed. Lim). Eccoci quindi all'esito finale del nostro discorso sull'evoluzione del jazz: la nostra tesi è quindi che il modello empirico del processo jazz, tumultuoso e relativamente breve, si spieghi con la fenomenologia sopra descritta e quindi come questo genere musicale si configuri come una "metafora epistemologica" (Umberto Eco). Questo spiegherebbe come il processo evolutivo del jazz abbia visto, nonostante i salti tra uno stile e l'altro, la conservazione della qualità essenziale! Questa è più di una semplice ipotesi, infatti che nel jazz ormai tutte quante le possibilità quantitativamente siano state, nel bene e nel male, esperite è comunemente accettata. Ciò consente di spingersi ad affermare che se qualcosa attualmente fosse necessario compiere, ciò sarebbe piuttosto una ricognizione retrospettiva per ripulire il jazz da tutto ciò che gli è stato attribuito in passato e che non gli apparteneva! Stiamo attenti a mescolare i generi, non si può assolutizzare la "sintesi" solo per il fatto che si negano i "limiti assoluti" altrimenti la ricchezza derivante dalle differenze si dissolverebbe: "Non si può dipingere di bianco il bianco e di nero il nero, ciascuno ha bisogno dell'altro per rivelarsi." (Manu Dibango, musicista di musiche tradizionali africane). © 2009 Jazzitalia.net - Giovanni Monteforte - Tutti i diritti riservati
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