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Lezione 3: Prototipi
di Paolo Ricciardi

Gjon MiliJammin' the Blues (1944), diretto dal fotografo di "Life" Gjon Mili, anche se non è un vero e proprio documentario ma più un cortometraggio jazzistico, è forse il primo serio tentativo di documentare una performance jazzistica. E' infatti unico nel suo genere: a differenza degli altri jazz-shorts (Black and Tan Fantasy, St, Louis Blues, Simphony in Black, Yamekraw, Rhapsody in Black and Blue) non sceneggia il brano o comunque non visualizza una storia, ma si dedica interamente alla performance e per la prima volta il regista si pone il problema di come riprendere dei musicisti in azione.

Gli anni quaranta sono quelli in cui il jazz rivendica, con il bebop, il suo stato di arte, di musica seria e autonoma, e Gjon Mili, che già si era spinto in quella direzione attraverso le fotografie, lo conferma nei dieci minuti del suo short. Krin Gabbard fa notare che "nel presentare sobriamente i musicisti davanti ad uno sfondo bianco, senza scenografia, il film forniva abbastanza presto un'analogia visibile all'idea, che si stava affacciando, che il jazz fosse un'arte del tutto autonoma" [1]. In effetti per la prima volta, intorno ai musicisti, si costruisce un ambiente inequivocabilmente cinematografico, che come dice Marco Vecchi "non attenua, ma al contrario, esalta l'impatto emozionale del jazz" [2]. All'inizio del cortometraggio una voce fuori campo ci avverte che stiamo per assistere ad una jam session. In realtà la costruzione dell'immagine contrasta con l'idea di improvvisazione estemporanea, ma è proprio questa la forza del film: alla spontaneità della musica si affianca una regia molto elaborata che abbandona lo stile egemonico degli anni trenta e quaranta. Fino ad allora infatti il cinema aveva ripreso il jazz più che altro frontalmente, quasi fosse suonato a teatro, o comunque con piccole variazioni nel taglio delle inquadrature e un montaggio che presentava, secondo un'alternanza di piani medi e ravvicinati, i diversi membri del gruppo. Così, per esempio, era mostrata l'orchestra di Duke Ellington in due shorts: in Black and Tan Fantasy di Dudley Murphy, con tanto di sipario, al punto che la musica sembrava uno sfondo per i ballerini e i cantanti, e ancora in Simphony in Black dove Fred Waller la riprendeva frontalmente o al massimo dall'alto. In Jammin' the Blues i musicisti non sono più rivolti verso un ipotetico pubblico, ma sono raccolti intorno a se stessi, intorno alla musica che stanno creando, e sembrano tessere una rete di relazioni fatta di sguardi e veicolo della musica stessa. La macchina da presa allora si "intrufola" in questa rete cercando di sorprenderla e mentre si fa spazio all'interno del gruppo si sofferma sui volti, sugli strumenti, sugli sguardi tra un musicista e l'altro, il tutto in un'atmosfera quasi sognante, data dalla particolare fotografia: un bianco e nero che quasi non ammette sfumature e che scolpisce i corpi, i profili e gli strumenti. La distinzione netta del bianco e del nero, secondo un'affascinante intuizione di Franco Minganti, rimanda alla dinamica culturale presente nel jazz, in cui neri e bianchi convivono, necessari gli uni agli altri [3]. A me invece piace pensare che lo sfondo completamente bianco sul quale le silhouette dei personaggi si stagliano e vivono, sia la metafora dello schermo cinematografico, a sottolineare che si sta facendo del cinema e non una semplice registrazione della performance.

The Sound of Jazz: Billie Holiday, Lester Young, Coleman Hawkins and Gerry MulliganAnche se stiamo parlando di cinema, dovremo fare un'eccezione ricordando la già citata trasmissione televisiva The Sound of Jazz (1957), il prototipo di tutti i programmi televisivi dedicati al jazz. Il discorso infatti dovrebbe essere lo stesso, con l'eccezione dell'utilizzo di più telecamere e di una regia che funzioni come un montaggio istantaneo. Jack SmightProdotta da Nat Hentoff per la CBS e diretta da Jack Smight (9 mar 1925, Minneapolis - 1 set 2003, Los Angeles) (futuro regista cinematografico), è un valido esempio di come quel regista del concerto di Capodanno, chiamato in causa nel primo paragrafo, potrebbe riprendere un evento jazzistico. Parlo di evento ripensando alle parole di Dan Morgenstern, un critico jazz americano: "La televisione è un medium fatto apposta per gli eventi e ogni performance di jazz è, in sé, un evento" [4]. A differenza di Jammin' the blues, qui il senso di realtà della jam session viene amplificato dalla decisione di mostrare il luogo in cui avviene la performance: lo studio è presentato così com'è, non c'è scenografia né messa in scena né pubblico, i jazzisti sono vestiti normalmente e tutti quelli che fanno parte della produzione dello spettacolo (gli operatori, le telecamere e gli assistenti di studio) sono visibili al loro fianco. Inoltre Jack Smight decide di lasciar "improvvisare" i cameramen, a cui fa ricercare tagli inediti che poi provvederà lui a montare, avendo sotto controllo tutta la situazione dalla cabina di regia: quasi a riproporre la tensione tra parti scritte e improvvisate, tra organizzazione e spontaneità, alla base del jazz. Come fa notare giustamente Michelone [5], la sequenza in cui Billie Holiday canta Fine and mellow è un esempio perfetto di come il regista riesce a inserirsi nella struttura dei brani, giocando a relazionare ritmi e immagini. La sequenza si apre e si chiude con il totale del gruppo con la Holiday seduta su uno sgabello, di spalle alla camera, circondata dai fiati. Quando inizia a cantare, un primissimo piano, di tre quarti, con la luce di taglio da sinistra, rende l'inquadratura della cantante molto intensa. Questa inquadratura farà da leitmotiv visivo tra le brevi inquadrature dei musicisti che di volta in volta saranno ripresi in primo piano (di fronte o di sbieco in modo da inserire nell'immagine anche Billie Holiday) durante il loro assolo. Infine è da aggiungere che l'importanza di questa trasmissione non deriva solo dal fatto che per poco più di un'ora artisti di vecchia e nuova generazione si confrontano sul palco (Count Basie All Stars, Henry "Red" Allen All Stars, Thelonious Monk, Jimmy Giuffre, Coleman Hawkins, Lester Young, Pee Wee Russel, Jim Hall, Gerry Mulligan, Ben Webster), ma anche per la sua validità di documento storico sulla rivalutazione da parte dei media statunitensi della cultura afroamericana e in particolare del jazz quale musica dotata di valori estetici.

Bert SternUn altro prototipo nella storia del cinema e dei suoi rapporti con il jazz è l'unico film di Bert Stern, anche lui fotografo come Gjon Mili, un lungometraggio documentario sul Newport Jazz Festival del 1958: Jazz on a Summer's Day. L'intento di Stern non è musicologico, nel senso che piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulla musica e sulla perfomance vuole cogliere il carattere sociologico dell'intera manifestazione, in cui l'evento non è dato solo dai musicisti invitati e dalla loro musica, ma anche dal contesto ambientale e dalla partecipazione degli stessi ascoltatori. Non a caso in un'intervista del 1999, che si trova negli inserti speciali dell'edizione del documentario uscita in dvd nel 2000, il regista dice che a lui inizialmente interessava cogliere la contraddizione tra il jazz e Newport: il primo, "qualcosa di povero e proveniente dal sud" e il secondo, "ricco e nel nord". Le immagini del luogo e del pubblico acquistano così la stessa importanza di quelle dei musicisti in azione. L'avanzamento del documentario segue cronologicamente lo svolgimento del festival, ma il tempo è spesso dilatato, spezzettato, moltiplicato dalla compresenza di posti diversi (il mare dove si svolge contemporaneamente al festival la regata dell'American Cup Trials, la città, le case, la platea) e dei differenti punti di vista delle macchine da presa (cinque in tutto). Mi vengono in mente, pensando alle numerosissime inquadrature sui volti degli spettatori che ascoltano, che seguono il ritmo della musica con il corpo, o che addirittura si accovacciano su se stessi per concentrarsi meglio, le parole di Comolli quando dice che forse c'è più musica nel viso di colui che ascolta che in quello di colui che suona. [6] Ed è proprio questo, a mio avviso, lo spunto interessante del documentario: anche se non volendo, Stern riesce a superare il problema della documentazione della performance semplicemente abbandonandola (non sempre naturalmente), lasciando al jazz la possibilità di farsi "ascoltare" nelle tracce lasciate sui volti del pubblico, nel paesaggio circostante e perché no, anche nelle volute delle barche in gara, forse ignare dei suoni provenienti dalla terra ferma. I riflessi delle acque del porto, per esempio, sostengono alla perfezione il sassofono di Jimmy Giuffré, il trombone di Brookmeyer e la chitarra di Jim Hall che ascoltiamo in apertura ancora prima di vederli ricondotti all'immagine dei musicisti sul palco in un'inquadratura strettissima, una delle molte nel film che sfiorano l'astrattismo, confondendo volti, strumenti e corpi; ancora l'assolo di Monk sembra duettare con gli scintillii dell'oceano. Per fare ciò Stern si affida al colore, per mezzo del quale le delicate tinte pastello si combinano con le sfumature più calde senza mai tradire i cromatismi dei soggetti ripresi, e che fa di Jazz on a summer's day "un buffetto a quelli che ancora pretendono che il colore non può essere utilizzato nei film realistici" [7].

Questo lungometraggio documenta così uno spaccato di un'america ricca, felice e spensierata (il luna-park, la spiaggia, i prati, una festicciola a suon di birre in una villa, la vela) oltre che il buon jazz di Monk, Armstrong, Chico Hamilton, Dinah Washington, Mulligan a cui con piacere si abbandona in un caldo giorno d'estate.

Jammin' The Blues - 1944
Lester Young

"The Sound Of Jazz" - 1957
Billie Holiday con Coleman Hawkins, Lester Young, Ben Webster, Gerry Mulligan, Vic Dickenson, Roy Eldridge

Jazz On a Summer's Day - 1958
George Shearing Quintet



[1] GABBARD, Krin, cit. in MINGANTI, Franco, Documenting jazz, in LA POLLA, Franco (a cura di), op. cit., p. 196.

[2] VECCHI, Marco, in TURA, Valerio, GALTAROSSA, Lauro (a cura di), op. cit., p. 9.

[3] Cfr. MINGANTI, Franco, L'influenza di radio, popular music e jazz, in BRUNETTA, Giampiero (a cura di), op. cit., p. 1513.

[4] MORGENSTERN, Dan, cit. in MINGANTI, Franco, Documenting jazz, in LA POLLA, Franco (a cura di), op. cit., p. 199.

[5] Cfr. MICHELONE, Guido, op. cit., p. 53.

[6] Cfr. COMOLLI, Jean-Louis, Voir et Pouvoir, Verdier, Parigi 2004, p. 323.

[7] VADIM, Roger, Jazz in un giorno d'estate, in "Il Nuovo Spettatore Cinematografico", a.II, n.18, dic.1960, p. 120.





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Data ultima modifica: 11/02/2008

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