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Il Didjeridu
di Peppe Consolmagno
info@peppeconsolmagno.com

" Prima dell'arrivo dei bianchi,
in Australia nessuno era senza terra,
poiché tutti, uomini e donne, ereditavano
in proprietà esclusiva un pezzo del Canto 
dell'Antenato, e la striscia di terra 
su cui passava".

Bruce Chatwin

"A" come Australia, il Continente meno popolato del mondo. Grande come l'Europa, 25 volte l'Italia, ci vivono circa 16 milioni di persone concentrate praticamente in poche città. I centri urbani, una decina in tutto, sono distanti tra loro parecchie centinaia di chilometri. Per es.: Alice Spring (nel centro) dista da Darwin (a nord) 915 chilometri e da Sydney (a sud-est) 2120 chilometri, non a caso in Australia ci sono oltre 400 aeroporti e circa 4000 aerei privati. E' un posto non proprio dietro l'angolo, Roma dista 16.500 chilometri da Sydney e ci vogliono 26 ore di aereo per arrivarci. 

Il clima divide nettamente il continente in due aree: quella monsonica (estremo sud e nord) e quella arida (centro). In Australia la storia della cultura europea ha lasciato il posto alla geografia, alla natura, al paesaggio, ai grandi spazi, ai deserti, ai parchi e boscaglie (il bush), solitudini disperate ed allucinanti, miraggi ed animali straordinari. 

Come ha detto Salvatore Giannella nella sua presentazione de "La nostra Australia" - supplemento al n° 74 di Airone giugno 1987: 

"Fino a pochi anni fa l'Australia per noi significava terra d'emigrazione, genocidio di aborigeni, patria di nuotatori e tennisti di classe, Inghilterra di serie C, genìa di bevitori di birra e grande produttrice di lana. Oggi vuol dire molto di più. Vuol dire, intanto, buona musica, letteratura da premio Nobel, American's Cup, buon cinema (è australiano Paul Hogan, autore e protagonista di Crocodile Dundee, il film che ha conquistato americani ed italiani). Vuol dire terra - laboratorio di stratificati e stupefacenti incroci di lingue, di culture, di fauna. Vuol dire, soprattutto, oggetto e luogo magico di attrazioni, capace di richiamare sull'Australia l'attenzione dell'immaginario contemporaneo". 

"A" come Aborigeni, una delle più antiche civiltà umane, gruppo etnico che ha abitato il suo Continente almeno 40.000 anni prima della venuta dell'uomo bianco. Pur non avendo una lingua scritta, riescono da sempre a tramandare la loro cultura attraverso fiabe e disegni, canti e danze. 
La filosofia degli Aborigeni è strettamente legata alla terra. E' la terra che ha dato vita all'uomo, gli dà nutrimento, il linguaggio e l'intelligenza e quando muore se lo riprende. La "patria" per un aborigeno - un qualsiasi punto della terra - è considerata come una icona sacra che non deve essere sfregiata. 

Usando le parole di Arkady Volchok - cittadino australiano con origini russe - personaggio che ha affiancato lo scrittore Bruce Chatwin nel libro "Le Vie dei Canti" (Adelphi n° 198 del 1988): 

"Ferire la terra è come ferire se stesso e se altri ferissero la terra ferirebbero te. Il Paese deve rimanere intatto com'era al Tempo del Sogno, quando gli Antenati con il loro canto crearono il Mondo". Continua Arkady: "Gli aborigeni si muovevano sulla terra con il passo leggero; meno prendevano dalla terra, meno dovevano restituirle".

Per afferrare il concetto di Tempo del Sogno, bisogna pensare che in Australia per gli Aborigeni gli Antenati si crearono da sé con l'argilla, migliaia e migliaia, uno per ogni specie totemica. Pertanto ogni "specie" può essere un Sogno. I miti aborigeni sulla creazione narrano di leggendarie creature Totemiche che nel Tempo del Sogno avevano percorso in lungo ed in largo il Continente cantando il nome di ogni cosa in cui si imbatterono - uccelli, animali, piante, rocce, pozzi - e con il loro canto avevano fatto esistere il Mondo. Avevano creato un dedalo di sentieri invisibili che coprono tutta l'Australia e che gli europei chiamano "Piste del Sogno" o "Vie dei Canti" e gli aborigeni "Orme degli Antenati" o "Vie della Legge" (anche se in realtà il termine che le indica è di per sé poco traducibile). 

Gli Antenati avevano creato pertanto il mondo cantandolo, erano stati poeti - racconta Arkady - nel significato originario di "poiesìs" e cioè "creazione". Gli Aborigeni credevano all'esistenza del Paese solo quando lo vedevano e lo cantavano, così come allo stesso modo nel Tempo del Sogno, il Paese non era esistito fino a quando gli Antenati non lo avevano cantato. In altre parole: "esistere" è "essere percepito"

Il Canto è in sostanza una mappa, una antenna ed un passaporto. Conoscerlo permette di trovare il sentiero, la pista del Sogno che va considerata come una "via di comunicazione" tra tribù lontane. 

"L'Australia poteva essere letta come uno spartito. Non c'era roccia o ruscello che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Un intrico di percorsi dove ogni episodio/luogo sacro è leggibile in termini geofisici. La distanza tra due "luoghi" la si può considerare come un brano musicale. Pertanto il Canto e la Terra sono un tutt'uno e non esistono piste senza un canto". 

La "conoscenza sacra" era il patrimonio culturale del popolo aborigeno, le informazioni a suo riguardo sono tutte contenute nel "Tjuringa", una tavoletta con estremità ovali, intagliata nella pietra o nel legno di mulga, ricoperta da disegni che rappresentano gli itinerari dell'Antenato del Tempo del Sogno del suo proprietario. E' come dire: il corpo reale dell'Antenato è l'alter ego di un uomo, la sua anima, il documento che attesta la proprietà della terra, il suo passaporto ed il suo biglietto per "tornare dentro". Per gli aborigeni saccheggiare un deposito di Tjuringa - da parte di bianchi - è come la fine del mondo. Perdere il proprio Tjuringa, è come aver perso la speranza di "ritorno". Come raccontò Chris McGuinan dell'AAMA (Aboriginal Arts Management Association), nel libro di Dirk Schellberg - "Didgeridoo" Bruno Martin ed. 1993 - il caso di un produttore di tappeti che: 

"aveva copiato punto per punto un quadro del catalogo di un museo. Il quadro era stato dipinto appositamente per quel museo ed ancora oggi ha un particolare significato rituale. Per l'artista fu uno shock dover constatare che questi soggetti sarebbero stati calpestati. Come l'avrebbe presa un cristiano rigorosamente osservante se avesse visto calpestare un tappeto con l'immagine della crocifissione?". 

Ancora oggi per un bianco è difficile capire tutto questo; cosa potevano capire due secoli fa senza informazioni a riguardo, quando vennero a contatto per la prima volta con gli Aborigeni!. 

"I bianchi commisero l'errore di pensare che gli aborigeni, non essendo stanziali, non avessero nessun sistema che regolasse il possesso della terra. In realtà gli aborigeni non pensavano al territorio come un pezzo di terra circondato da frontiere, ma piuttosto come un reticolato di "Vie" e di "Percorsi". 

Bruce Chatwin continua: 

"Prima dell'arrivo dei bianchi, in Australia nessuno era senza terra, poiché tutti, uomini e donne, ereditavano in proprietà esclusiva un pezzo del Canto dell'Antenato, e la striscia di terra su cui passava". 

I versi erano come titoli di proprietà che comprovavano il possesso di un territorio. Si poteva prestarli a qualcuno ed in cambio si poteva farsene prestare degli altri. "Questo era il vero commercio!". L'unica cosa che non si poteva fare era venderli o sbarazzarsene. Così come invertire l'ordine dei Versi sarebbe stato un delitto, come "distruggere il creato".

Dietro questo fenomeno, che apparve subito enigmatico agli antropologi occidentali, si cela una vena metafisica del nomadismo. Il libro di Bruce Chatwin circuita su di una considerazione:
"come mai l'uomo nomade considera il mondo perfetto, mentre l'uomo sedentario cerca insistentemente di mutarlo?". E' questo un argomento molto intrigante. Lo stesso Chatwin si era annotato alcune riflessioni. Pascal nei suoi "Pensées" diceva: "la nostra natura consiste nel movimento. La quiete assoluta è morte". "I nomadi sono il motore del mondo" (Robert Burton) e di seguito: "Il viaggiare è il rimedio alla malinconia". "Chi non viaggia non conosce il valore degli uomini" (proverbio moresco). Søren Kierkegaard nelle sue lettere a Jette del 1847 diceva: 

"Soprattutto non perdere la voglia di camminare, io camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata….ma stando fermi si arriva sempre più a sentirsi malati….Perciò basta continuare a camminare e andrà tutto bene".

"A" come Andamento. A quanto pare è l'andamento melodico, indipendentemente dalle parole, a descrivere il tipo di terreno su cui passa il Canto. "Si crede che certe frasi musicali, certe combinazioni di note, descrivano che cosa fanno i "piedi" dell'Antenato". Pertanto la musica è una banca dati per trovare la strada quando si è in giro per il mondo. 

"Quando gli Aborigeni tracciano sulla sabbia una Via del Canto, disegnano una serie di righe inframmezzate da cerchi. La riga rappresenta una fase del viaggio dell'Antenato (solitamente il cammino di un giorno); il cerchio è una tappa, un pozzo (leggi come luogo sacro ed anche come sito….internet?), un accampamento di un Antenato".

Il didjeridu occupa una piccola parte nella vita culturale ricca di sfaccettature degli Aborigeni. Non a caso non è sempre così facile trovare informazioni utili anche su libri specifici sull'arte australiana. Si tratta di uno strumento usato a scopi profani ed in parte religiosi. Le canzoni portano il popolo aborigeno in contatto con gli Antenati del Tempo del Sogno. Il suono del didjeridu nei rituali e nelle cerimonie sacre rappresenta la voce dei diversi Antenati totemici. L'iniziazione (la cerimonia della circoncisione) ed i rituali del mattino sono quelle occasioni alle quali partecipa l'intera comunità e sia uomini che donne rappresentano e cantano le loro linee di canzoni. Jim "Boongar" Edward, nel suo libro "All about didjeridu" edito in proprio nel 1994, racconta che: 

"Il suono del didjeridu nei rituali del mattino viene ritenuto capace di rendere confortevole il viaggio per l'anima delle persone morte che vanno verso la Terra dei Morti. Le persone cantano per un viaggio sicuro, senza pericoli per l'anima e quindi la musica calma lo stato d'animo dei parenti. La musica del didjeridu viene ampiamente usata nella società aborigena per il suo valore terapeutico: il suono ha un effetto curativo-salutare, rilassa e tranquillizza". 

L'australiano Gary Thomas fa notare che il didjeridu è un puro "strumento del corpo" ed il suo uso terapeutico viene fatto sul corpo ma non sulla testa perché le vibrazioni in testa creano solo confusione. Un lavoro da lui eseguito con grandi risultati consiste nel suonare per i bambini disabili. Il suono del didjeridu, grazie al suo potenziale di energia, gli permette l'accesso al mondo dei bambini autistici. Così i sordi possono "sentire" la musica attraverso le vibrazioni, e i ciechi vivono l'esperienza della spazialità con i loro rafforzati senso dell'udito e del tatto, paragonabile ad un caleidoscopio acustico. "Il suono fa qualcosa di speciale in noi: libera pensieri, sensazioni del corpo ed immagini".

"Gli individui comunicano attraverso il linguaggio che è connesso a meccanismi psichici. I monaci tibetani per es., tradizionalmente, conoscono le connessioni tra fonetica ed organismo dell'uomo attraverso l'espressività della voce (suoni comunicati velocemente, suoni aspirati, acuti, bassi, secchi, etc.); anche la tradizione cinese ed indiana conosce il rapporto tra suoni - organismo - emozioni. Il pensiero si esprime attraverso il linguaggio, il quale è capace di fornire stimoli al pensiero" (Roberto Cavallo "Colori e suoni" ed. Musicali Intra's 1992).

"Le lingue primordiali erano in generale assai ricche di suoni complessi. E' una conseguenza del progredire della civiltà il fatto che l'emozione, o almeno l'espressione di essa, venga attenuata. Si può allora dedurre che il parlare dell'uomo non civilizzato e dell'uomo preistorico fosse più espressivo del nostro, avvicinandosi molto di più alla musica ed al canto….Tutti questi fatti e queste considerazioni portano a concludere come ci sia stato - anticamente - un periodo in cui linguaggio e musica fossero del tutto identici…". 

Questa considerazione, fatta da Otto Jespensen nel suo "Language: Its Nature, Developement and Origin" e riportata anche da R. Murray Schafer nel "….quando le parole suonano - viaggio intorno alla vocalità" ed. Suvini Zerboni
1990, dà un ottimo spunto per capire in modo più profondo l'aspetto aborigeno ed il ruolo del didjeridu: questo strumento classificato ad aria dal momento che viene soffiato, in realtà è un tubo sonoro nel quale vengono pronunciate sillabe, parole, versi di animali, così come si trasforma in strumento a percussione (suonato con clap sticks-legnetti o con il boomerang) e con il suo corpo risuonatore raccoglie ed amplifica le voci e i suoni che lo circondano e le emozioni del suonatore. Il didjeridu come altri strumenti gode di un carattere proprio, di tono di voce - tonalità - a cui il suonatore deve rispettosamente adeguarsi.

La conoscenza degli strumenti musicali è importante per comprendere la storia della musica, per capire e rispettare una cultura, un popolo e i suoi mezzi espressivi. Il nome didjeridu non è un termine aborigeno, ma occidentale. Esistono tanti nomi dati allo strumento, quanti sono i gruppi linguistici aborigeni. Le prime osservazioni di viaggiatori occidentali risalgono al
1835, anno in cui su "Narrative of a Voyage Round the World" di T.B.Wison compare un disegno che raffigura un Aborigeno di Raffle Bay, nella Penisola di Coburg (nord) che suona lo strumento. Diversi osservatori in seguito hanno descritto lo strumento lungo attorno ai 90 cm ricavato da canne di bambù. Materiale questo molto diffuso al Nord, cosa confermata dal fatto che la parola bambù è usata in lingua franca da alcuni aborigeni quando si riferiscono allo strumento. 

Lo psicologo e musicista padovano Luca Xodo, riferisce che nel nord-est delle Terre di Arnhem, il didjeridu è conosciuto come "Jiragi" o "Yíraki". Nell'Isola di Groote Eylandt, nel golfo di Carpentaria (nord), la parola didjeridu "Yiraga" è associata alla gola. Una particolare attenzione deve essere posta al termine "Yiki-Yiki" che al nord del Queensland (nord-ovest) definisce uno strumento "..di legno duro scavato da un piccolo albero", come riferisce W.E.Roth in "Games Sport and Amusements"
1902, North Queensland Ethnography: Bullettin n° 4. 

In accordo con informazioni ottenute da un Aborigeno Yuulngu di Yirrkala (nord) "Yiraki" significa gola dell'Emu. In alcuni gruppi delle Terre di Arnhem (nord) quali Nunggumbuyu il didjeridu detto "Ihambilgbilg", il prefisso "Iham" significa gola. Così da una parte l'origine dei nomi indigeni sembra provenire dal materiale che costituisce lo strumento, dall'altra si riferisce a parti anatomiche come la gola di essere umano o d'animale. La parola che designa il didjeridu può essere completamente diversa anche in base alla funzione dello strumento all'interno di una cerimonia. Gli Aborigeni hanno a disposizione oltre 50 nomi per definire lo strumento, pertanto tutte quelle riscontrate, come le più frequenti "didjeridu" e "didgeridoo", sono da considerarsi valide. Xodo continua: 

"il didjeridu, che attualmente è diffuso in tutto il territorio australiano, sia presso i gruppi stanziati nelle riserve, sia presso gli Aborigeni parzialmente o totalmente inurbani, sia anche, relativamente, presso la popolazione bianca, proviene originariamente dalle terre di Arnhem (nord), dal Kimberley (nord ovest), e dalle zone che si affacciano nel golfo di Carpentaria adiacenti ai Territori del Nord nel Queensland settentrionale. Le terre di Arnhem, nel centro-nord dell'Australia sono a tutt'oggi popolate da molti gruppi Aborigeni e sino a pochi anni fa erano presenti molti elementi della cultura tradizionale Aborigena. Per questo è stata una zona di ricerca favorita dagli antropologi".

Il didjeridu è uno strumento naturale a forma di tubo, leggermente conico, ricavato da un pezzo di albero (ramo o giovane tronco) di eucalipto scavato dalle termiti con lo scopo di procurarsi sostanze nutritive. I termitai abbondano, innumerevoli milioni, nelle zone del nord dell'Australia. Questa è una delle ragioni per cui il didjeridu è uno strumento degli Aborigeni dell'Australia del nord. La lunghezza dello strumento è variabile, ma di solito misura da un metro ad un metro e mezzo (le misure comuni sono intorno a 130 cm) sebbene ci siano strumenti che superano abbondantemente i due metri e mezzo e vengono utilizzati in cerimonie religiose e trasportati da due o tre uomini sulle spalle. L'espansione conica va dai 3/4 cm di diametro interno nella parte dove si soffia, fino agli 8 cm nella parte finale (campana). 

Esistono più di 600 varietà di eucalipto in Australia, quelle maggiormente usate per la costruzione dello strumento sono lo Stringybark (Eucalyptus Tetradonta) ed il Bloodwood (Eucalyptus Terminalis). I didjeridu costruiti con questo tipo di legno e scavati in maniera naturale dalle termiti rende la qualità del suono superiore a quella dei didjeridu sempre in legno, ma torniti o scavati dall'uomo che spesso producono suoni, come dice Jim "Boongar" Edwards: "di cartone". 

In occidente vengono utilizzati anche materiali come il PVC, o la fibra di vetro, la ceramica. Il musicista Charly Mc Mahon si è costruito un didjeridu a coulisse in alluminio, in questa maniera variando la lunghezza, come nel trombone, riesce a variare l'altezza del suono, mentre il musicista di Tucson in Arizona, Allan Shokley, propone il didjeridu ricavato dallo stelo del fiore dell'agave, un tipo di pianta facilmente reperibile nei deserti americani. In Australia viene usato anche il bambù, soprattutto nelle zone nei quali esiste naturalmente, ma a causa degli sbalzi termici è più soggetto alla rottura. Un didjeridu fatto con il legno di Stringybark, ben stagionato e trattato in maniera appropriato, dura una vita ed essendo uno strumento unico ha più valore musicale e culturale. I tronchi adatti per la costruzione dello strumento vengono ricercati nel "bush", somigliante ad un enorme parco dove la vegetazione non cresce in maniera fitta e rigogliosa, zone semi-desertiche e semi-aride, in cui gli alberi sono distanti gli uni dagli altri, l'erba è alta fino alle ginocchia ed alcune zone sono piene di termitai, colonne rosse alte circa un metro. Una volta immersi nel bush è facile smarrirsi perché il paesaggio è tutto molto simile.
Una volta individuato il ramo giusto, spesso un buon indizio è la presenza di un termitaio nelle vicinanze, confermato dopo aver saggiato il legno battendolo con le nocche delle dita, il ramo viene tagliato e una volta a casa viene scortecciato, le termiti vengono rimosse, viene rimodellato l'interno per togliere le eventuali ostruzioni e molta cura viene dedicata alla rifinitura delle imboccature (la migliore imboccatura è quella che non ha bisogno di cera d'api per essere suonabile). Lo strumento viene solitamente decorato con pitture il cui significato è collegato ai Sogni personali dell'artista. La pittura equivale a quella che viene usata per dipingere il corpo in occasione di cerimonie e feste tradizionali ed è lavabile. Esisteva anche il tempo in cui i didjeridu erano dipinti in maniera permanente, ma questo accadeva molto meno frequentemente rispetto ad oggi. Quanto sia antica la tradizione della pittura, lo mostrano i numerosi dipinti rupestri che a volte risalgono a 20/30.000 anni fa. Tra questi si può trovare il cosiddetto "stile a rx". Gli animali vengono raffigurati con tutti gli organi interni con una notevole precisione anatomica. Uno stile altrettanto riconoscibile è quello chiamato "pittura di corteccia" (barkpaintings) caratterizzato da un tratteggio a croce di linee sottili bianche e a colori. I pigmenti più facilmente riscontrabili sono l'ocra giallo e rosso, il bianco ed il nero. Lo stile pittorico più conosciuto è quello a puntini colorati (dotpaintings), applicati con bastoncini di cotone o di legno, con cui vengono eseguiti modelli e figure. Con il "dotpaintings" iniziò in Australia il movimento pittorico degli Aborigeni all'inizio degli anni settanta. 

Il didjeridu è uno strumento classificato nella categoria degli aerofoni. Privo di ancia visibile, sono le labbra del suonatore che vibrano alla stesso modo delle ance, chiamate pertanto membranose o bilabili. La principale tecnica usata per suonare il didjeridu consiste nel soffiare aria dentro lo strumento, la lingua e le labbra impostate pronunciano o mormorano parole, e le corde vocali vengono utilizzate per alcune variazioni nel suono. L'aria viene buttata fuori dalla pressione esercitata dalle guance ed allo stesso tempo vengono presi a singhiozzo brevi respiri attraverso il naso. Questa tecnica viene chiamata "respirazione circolare". Con questo sistema l'aria espirata fluisce continuamente. Questa tecnica di respirazione non è una scoperta speciale degli Aborigeni australiani, è nota da millenni in Asia, Africa ed Europa. E' conosciuta anche nel campo extra musicale, è il caso per esempio degli orafi e dei soffiatori di vetro. Contrariamente alla tromba, nel soffiare non viene esercitata una grossa pressione sulle labbra, il suonatore le lascia sfarfallare. 
Ci sono due tipi di impostazione: quella centrale, con l'imboccatura che viene appoggiata nel mezzo in corrispondenza del tubo e l'impostazione eccentrica-laterale con l'imboccatura appoggiata lateralmente e la metà lunghezza tra l'angolo della bocca e il tubo costituisce il centro vibrante. Il suono emesso in modo continuo crea un bordone/nota fondamentale profonda mentre con le labbra tirate e con più pressione d'aria il suonatore di didjeridu può produrre armonici/ipertoni. Cambiando la conformazione del cavo orale, mediante lo spostamento della lingua, riesce a cambiare la nota e se tiene la lingua in fondo alla bocca il suono diventa tondo, se tiene la punta della lingua vicina alle labbra il suono diventa acuto e nasale. 

L'aspetto realmente più intrigante di questo strumento all'apparenza semplice è la possibilità di parlarci dentro mentre lo si suona. Molti ritmi nascono proprio grazie alle parole come "didjamoo", "ritoru", o altre, che pronunciate nel didjeridu danno al suono un carattere meditativo. Molti effetti sonori vengono creati con il didjeridu per imitare i suoni della natura come il vento, il tuono, il ronzio delle api, il volteggiare del boomerang, il salto del canguro, l'ululato del cane dingo, il richiamo di uccelli come quello del kookaburra. Diffuso in quasi tutta l'Australia, il kookaburra è un tipo di uccello soprannominato "Re del bush" e "uomo sorridente", si racconta che ride di tutti coloro che cercano di addentrarsi nel bush in maniera silenziosa e che invece lo fanno in maniera vistosamente rumorosa! Il suo verso è "kakakakah". I dingo sono cani selvatici australiani: poiché occasionalmente hanno sbranato qualche pecora anziana e debole, sono stati quasi sterminati dai proprietari terrieri bianchi. E' stato invece dimostrato che i dingo non hanno mai seriamente messo in pericolo il patrimonio ovino. Il loro verso è "ooh, ooh", abbaio stridente con ululato finale. 
Il didjeridu può essere suonato stando seduti, in piedi o mentre si cammina. Quando si sta seduti si appoggia l'estremità finale sull'alluce del piede sinistro. Il braccio destro si appoggia sul ginocchio destro piegato e la mano destra tiene lo strumento contro la bocca. E' possibile appoggiare la campana finale a terra, tenendo lo strumento contro la bocca con una o due mani. 

L'acquisto del didjeridu
Il didjeridu come anche il djembé (tamburo africano), è uno strumento diventato di moda e viene usato in gruppi rock, pop, jazz e nella new age, spesso solo come strumento capace di evocare il colore etnico, lontano dalla sua collocazione ritmica e culturale. La crescente offerta di questi strumenti sul mercato internazionale ha fatto si che si possano trovare anche qui da noi. Ma al momento dell'acquisto quello che conta è la conoscenza e l'esperienza personale e vanno utilizzate le stesse regole che si userebbero scegliendo qualsiasi altro strumento: strumento musicale, da collezionismo o da appendere al muro. Un buon didjeridu deve avere le pareti sottili, dal momento che più il legno è leggero più è risonante. Bisogna fare attenzione alla pittura, spesso può nascondere abbondanti stuccature utilizzate per chiudere crepe o buchi. Per quanto riguarda la forma, solitamente è preferibile quella diritta, cilindrica e leggermente conica, ma si possono incontrare e preferire anche quelli a forma di "serpente" o "punto interrogativo".
Spesso questi ultimi producono suoni strani e bizzarri. Anche un'occhiata all'interno è utile per individuare come è stato lavorato. Ma come sempre, chi ama avere un buon rapporto con il proprio strumento, lo può migliorare rifinendolo di persona. Un buon didjeridu non ha bisogno di cera nel lato dove si suona, ma nel caso di necessità o di preferenza, è utile ricordarsi che sia una cera d'api di buona qualità per non danneggiare nel tempo la mucosa delle labbra. Solitamente di colore chiaro, la si può incontrare di colore scuro in alcuni didjeridu: non si tratta di catrame, ma di un tipo di cera d'api selvatica, che ha un ottimo profumo aromatico. Ormai anche gli Aborigeni privilegiano per la pittura dello strumento i colori acrilici, sicuramente molto resistenti all'uso ed al tempo, ma se si ha la fortuna di acquistarne uno con i pigmenti di terra bisogna ricordarsi di maneggiarlo con cura e proteggerlo, per non trovarlo un giorno sbiadito o cancellato. 

P
aradossalmente uno strumento che esprimeva sino a pochi anni fa solo la voce dei miti delle popolazioni aborigene, ha trovato oggi, in modo super-rapido, un proprio spazio-risuonatore in un sistema di comunicazione altrettanto rapido come internet. Attraverso il computer, possiamo trovare una miriade di notizie che riguardano il didjeridu. Così queste informazioni, dice Luca Xodo

"si tramutano velocemente in un percorso che potrebbe essere visto come un'unica narrazione del didjeridu. In internet lo strumento ritrova una nuova mitologia, si raccontano storie sulle sue origini, si fanno sentire suoni, si vedono immagini di vario tipo". 

Alcuni siti/indirizzi web che valgono la pena di essere visitati sono: www.yothuyindi.com/archive.htm che appartiene al gruppo musicale aborigeno più famoso nel mondo, gli Youthu Yindi. Super fornito, basta anche solo guardare la www.ciolek.com/WWWVL-Aboriginal.html che permette l'accesso ad una vasta bibliografia che riguarda il linguaggio, l'arte, la cultura e la spiritualità degli Aborigeni. www.aboriginalart.com.au è ben documentato e pieno di servizi. Vedi per es.: Didgeridoo University. www.mills.edu/LIFE/CCM/DIDJERIDU/index.html che è una grande agenda che raccoglie tutto ciò che c'è sul didjeridu. Non è strutturato come un sito australiano e pertanto si allarga a qualsiasi tipo di notizie che arrivano sul didjeridu da tutto il mondo, concerti, costruttori, musicisti e molte curiosità piuttosto insolite. 
www.volksmedia.net/didgeridoo/index.shtml è un sito tedesco utile soprattutto per tenersi aggiornati sui concerti in Europa e nel resto del mondo. 

Articolo pubblicato su Ultrasuoni - Il Manifesto (17 ottobre 1998)

(Giuseppe) Peppe Consolmagno

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Data pubblicazione: 21/01/2001





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