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Charlie Chrisitian: I Found a New Baby
di Pietro Nicosia
pietronicosia@alice.it



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Per cominciare questo viaggio ho scelto la famosa interpretazione di "I Found a New Baby" di Spencer Williams non solo per l'evidente importanza delle soluzioni melodiche di Christian, ma anche perché mi sembra una composizione interessante per la sua stessa struttura. Infatti Spencer Williams, compositore nero nato a New Orleans nel 1889, si propone come uno dei primi compositori che cercano di dare un volto di popular music al jazz. La composizione davanti alla quale ci troviamo non è dunque una Tin Pan Alley song, ma uno dei primi esempi di standards strumentali composti da musicisti neri con la classica struttura AABA che è propria del song bianco. Evidentemente la descrizione appena fatta della composizione può molto meglio riferirsi ad una interpretazione degli anni Venti del brano in questione come quella del 1928 del settetto di Mezz Mezzrow () e Muggsy Spanier, dove il classico ritmo "New Orleans" (con il primo ed il secondo quarto accentati) che vige durante l'esposizione del tema/riff si trasforma di chorus in chorus con sempre maggiore aggressività in una sorta di swing percussivo ed ossessivo accentando sul secondo ed il quarto con una forza insolita ed evidenziando sempre più il carattere ballabile del pezzo, con un utilizzo della cassa da parte di Gene Krupa che fa quasi venire in mente la odierna techno music. Ci troviamo dunque davanti ad una esecuzione classica e "fedele" di "I Found A New Baby".

All'ascolto della versione del gennaio del 1941 del settetto di Benny Goodman, con Cootie Williams alla tromba, Charlie Christian alla chitarra, Georgie Auld al sassofono tenore, Count Basie al piano, Artie Bernstein al contrabbasso e Jo Jones alla batteria ci si trova di fronte ad una interpretazione tipicamente swing di questo brano. Come nota Frank Tirro in Jazz, a history la presenza di Jo Jones e Count Basie al posto di Gene Krupa e Teddy Wilson, è indice di una significativa collaborazione musicale tra il pianista e band leader di Kansas City ed il clarinettista.[1] Nel capitolo dedicato ad Honeysuckle Rose tratterò in maniera più diffusa questo tema.

Gli elementi della ritmica in questo caso si possono sintetizzare in questo modo: basso su ogni quarto e charleston accentato sul secondo ed il quarto, ma Basie e alle volte lo stesso Christian nell'accompagnamento ci rimandano al New Orleans.

Il riff riportato nella trascrizione (firmato evidentemente da Christian) funziona benissimo come introduzione e commento tra un'improvvisazione e l'altra, e la sua ripetitività fa venire in mente le atmosfere ballabili della versione "New Orleans" del 1928, con un pizzico di sincopato in più. Questo riff è uno dei più usati da Christian, lo si ritrova anche nella sua lunga improvvisazione, registrata al Minton's, sui chorus di "Charlie's Choice", che analizzeremo alla fine di questo lavoro. Ma concentriamoci sull'improvvisazione melodica di Charlie Christian, la prima dopo l'esposizione del tema da parte di Goodman.

Il primo elemento da notare è la grande differenza tra le due tipologie di fraseggio: tanto armonicamente corretta e scorrevole (nel senso "bianco" del termine) quella di Goodman, tanto insolita ed apparentemente forzata quella di Christian. Procediamo per gradi con lo scopo di non rendere troppo confuso il discorso con la pretesa di poter dare delle definizioni con uno sguardo troppo sommario dei singoli fattori da mettere in conto. Inoltre dato che lo scopo principale di questo lavoro è proprio quello di mettere in luce quali sono gli aspetti musicalmente innovativi, che sono sempre elementi molto circoscrivibili e definiti, ritengo che sia giusto analizzare i pezzi dando prima uno sguardo armonico generale e poi uno sguardo maggiormente rivolto al fraseggio melodico.

ARMONIA:
Premettiamo che sia nella teoria che nell'insegnamento pratico di questo genere musicale (due aspetti che nell'ambito jazzistico tendono a non contraddirsi) anche quando ci si trova ad affrontare un brano tonale come questo si fa riferimento a modi
[2] generati da accordi (sequenze di più o meno sette note). In una struttura armonica tonale che oscilla tra Dm e F il modo di riferimento è fa maggiore / re minore naturale. Nello schema armonico di questo standard ci sono due accordi che richiedono un'alterazione ciascuno.

Il primo è G7 con la funzione di dominante secondaria che genera un modo di dominante (detto misolidio [3]) sul secondo grado della tonalità di fa maggiore ed ha ovviamente si naturale come nota alterata. Il secondo è A7 che come classica dominante del re minore ha il do# e forma, nel più consueto dei casi, il quinto modo della scala minore armonica di re, che è come dire un modo generato da un accordo di dominante con il secondo grado abbassato ed il sesto abbassato. Le regole appena enunciate, che rimangono in un ambito puramente tonale e di conseguenza sottintendono l'utilizzo del modo minore sull'accordo Dm (naturale, armonico o melodico che sia), quindi un modo che ha come nota melodica portante oltre alla terza minore la sesta minore sono rispettate da Benny Goodman e da Cootie Williams. Non da Charlie Christian. Dal secondo A, battuta 10 della mia trascrizione, l'utilizzo del si naturale sull'armonia di re minore cambia il sapore della composizione originale.

Si sostituisce, in ambito melodico, alla triade di re minore la quadriate di si semidiminuito composta dalle note si re fa la. Le graduali innovazioni del linguaggio jazzistico, ai fini dell'apprendimento, si sono sempre fossilizzate di volta in volta in piccole "regolette" o artifici. In questo caso uno dei numerosi artifici di sostituzione. Procedimento uguale avviene in un chorus della fondamentale interpretazione di "Body & Soul" di Coleman Hawkins di cui si è parlato nell'introduzione. Quella "sesta naturale" che nel solo di Cootie Williams compare semplicemente come cromatismo discendente sulla sesta minore diventa nel solo di Charlie Christian una nota/effetto sulla quale insistere e che per di più funziona nel migliore dei modi come ponte verso l'accordo di G7 dal momento che il modo di sol dominante ha le stesse identiche note del modo di re minore naturale con la "sesta naturale".

C'è un altro aspetto da segnalare, che denota ancora una volta una scelta prettamente armonica che si esprime attraverso la melodia. Christian utilizza, sull'armonia di A7 la quadriade di do# semidiminuito (contenente sul settimo grado del suo modo un si naturale: una settima minore), in luogo della maggiormente consueta sostituzione con la quadriade di do# di settima diminuita che contiene il sib (classica nona bemolle della dominante del modo minore). Resta dunque quel si naturale che da "sesta naturale" di Dm si trasforma in "seconda naturale" di A7. Non solo: la dominante del modo minore viene trasformata a tutti gli effetti in una dominante del modo maggiore con l'ulteriore alterazione della sesta, ovvero l'utilizzo del fa#. Questo è evidentemente l'aspetto più inusuale delle scelte armoniche che Christian fa in questa improvvisazione, all' insegna di questa direzione di ricerca innovativa: alterare con gusto e seguendo una logica le note delle quali si può disporre con più libertà per il semplice fatto che non sono espresse dal contrabbasso e dal pianoforte, la seconda e la sesta.

FRASEGGIO RITMICO E MELODICO:
L'improvvisazione melodica è una pratica di composizione istantanea che esiste da quando esiste la stessa musica. Le leggi che la regolano sono essenzialmente l'imitazione e la opposizione di cellule melodiche. Sopra uno schema armonico dato, la variazione dei parametri ritmico ed intervallare secondo le due "leggi" sopra esposte, determinano il fraseggio del solista melodico. L'interesse e la bellezza dell'opera d'arte sono dati dall'equilibrio di questi parametri, che cambia a seconda del genere di musica che stiamo sentendo. Sull'importanza del problema "imitazione, variazione, sorpresa" ed equilibrio di questi fattori nella teoria dell'improvvisazione melodica jazz basti fare riferimento al capitolo "An introduction to melody" del famoso manuale "Improvising Jazz" del didatta americano Jerry Cocker.[4] Nell'estetica "protobebop" di Charlie Christian l'equilibrio è dato dall'alternanza di cellule melodiche blues (che spesso isolate e ripetute possono diventare dei perfetti riff) e fraseggi ad ottavi che poi diverranno una delle espressioni tipiche del linguaggio bebop, più scorrevoli e contenenti cromatismi. Le prime quattro battute del chorus servono da introduzione blues e sono costituite da un fraseggio ritmicamente ed intervallarmene orecchiabile di pentatonica minore che insiste molto sul quarto grado sol: elemento tipicamente "nero" che ci dà quel senso di sospensione e di tensione verso un'ipotetica sottodominante (indipendentemente dal fatto che il blues sia maggiore o minore) e che in questo caso non c'è. Questa tendenza a fraseggiare "riffando" appartiene molto a un musicista come Lester Young, si ascoltino in particolare i blues di sua composizione sempre derivati da suoi riff che spesso utilizza nelle improvvisazioni. Dalla quarta battuta abbiamo la prima frase ad ottavi che contiene cromatismi discendenti che conducono a note importanti, note obbiettivo (in gergo jazzistico "target notes"), prima delle quali il si naturale di cui abbiamo parlato. Altro elemento bebop è l'utilizzo sorprendente (almeno per l'epoca in cui il brano è stato registrato) di intervalli larghi o insoliti in spazi ritmici ristretti, come a battuta otto proprio con quella seconda e sesta naturali sul A7 che dovrebbe essere invece una dominante del modo minore nel senso più classico del termine. Altro elemento che ritroveremo nel bebop in forma estremizzata (specialmente nel fenomeno di creazione di nuove melodie su vecchie strutture armoniche, in particolare ballabili AABA, che diventano nuovi brani) ma che fa già parte del fenomeno jazz è l'utilizzo del B come punto di maggiore tensione melodica con un fraseggio quasi esclusivamente ad ottavi e che tocca il punto massimo di altezza a battuta venti con quel re ritmicamente evidenziato dalla sincope e tecnicamente dal glissato squisitamente chitarristico.

 

[1] Frank Tirro, Jazz, a History, W.W. Norton & Company Inc., New York 1993,p. 256.

[2] Riguardo alla concezione jazzistica del termine modo consiglio lo studio del trattato di Davide Santorsola Jazz, l'arte dell'armonizzazione, Ricordi, Milano 2000: «La scala circoscrive, racchiude tonalmente i suoni costitutivi di una struttura sonora. Il modo regola gerarchicamente questi suoni, orinandoli in un certo aspetto d'ottava», p. 7.

[3] Davide Santorsola, Jazz, l'arte dell'armonizzazione, Ricordi, Milano 2000, pp. 17-20. Nel capitolo La tonalità: le triadi funzionali alle scale diatoniche c'è un ottimo schema dei modi. Un esauriente quadro teorico sulla questione lo dà Giorgio Gaslini in Tecnica ed arte del jazz, Ricordi, Milano 1982, pp. 41-63.

[4] Jerry Cocker, Improvising jazz, 1964, Englewood Cliffs, N.J. 1964, pp. 12-19.




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ne lo dà Giorgio Gaslini in Tecnica ed arte del jazz, Ricordi, Milano 1982, pp. 41-63.

[4] Jerry Cocker, Improvising jazz, 1964, Englewood Cliffs, N.J. 1964, pp. 12-19.




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