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Ho scelto di trattare nel modo più diffuso possibile la figura di Charlie Christian perché si tratta di un musicista che ha portato un contributo essenziale all'evoluzione del linguaggio improvvisativo jazzistico. Infatti, cosa insolita per un chitarrista, ha rappresentato una fonte innovativa da cui attingere per molti musicisti di jazz degli anni Quaranta, ovvero gli anni del pieno sviluppo del linguaggio bebop.
Charlie comincia con la tromba, ma è costretto a smettere per problemi
di torace. Questo elemento a posteriori sembra una premonizione: lo stile di
Charlie Christian colpì intenditori e profani proprio perché suonava la chitarra
come se fosse uno strumento a fiato (o meglio un sassofono tenore distorto!), in
un modo veramente insolito e nuovo per l'epoca.
Ad Oklahoma City aveva preso lezioni di musica (non di strumento) da Zelia N. Braux, animatrice della scena locale e responsabile dei programmi musicali delle scuole per neri.
La maggiore innovazione che Charlie Christian apporta al modo di suonare il suo strumento ma poi al linguaggio jazzistico in senso lato avviene nel fraseggio melodico. Le possibilità musicali di un musicista come Christian, teso all'arricchimento dell'improvvisazione melodica, si moltiplicano quando, ottenuto un primo ingaggio di livello professionale con il sestetto del pianista Alphonso Trent, nel 1936 si ritrova al Roseland Ballroom di Kansas City per una jam session con i chitarristi locali Jim "Daddy" Walker, Effergee Ware e Eddie Durham. Quest'ultimo, importante trombonista arrangiatore e chitarrista che aveva collaborato con Count Basie e Bennie Moten, fu tra i primissimi a sperimentare la chitarra amplificata elettricamente. Durham avrebbe poi dichiarato: «Non credo che Christian abbia mai visto una chitarra con un amplificatore prima di avermi incontrato […] mai in vita mia avevo sentito un ragazzo imparare a suonare la chitarra con tanta velocità». [2]Da questo momento in poi, con la possibilità di dare maggior peso alle singole note della chitarra, con molto più volume e molti meno problemi tecnici, comincia la vera ascesa artistica di Charlie Christian, rimasto nella storia come "the genius of the electric guitar". Nel 1938, sempre al seguito di Al Trent, si spinse fino in North Dakota, a Bismarck nel locale "The Dome". In questa occasione fu ascoltato dalla diciassettenne Mary Osborne (1921-1992) che divenne sua amica ed ebbe modo di farsi insegnare qualcosa da lui. La giovane chitarrista, che si affermerà e sarà ammirata da molti tra i quali Django Reinhardt, rimase colpita dal suono e dal fraseggio di Christian. Come osserva giustamente Leonard Feather nel volume Inside Jazz. Il gruppo di Trent aveva una tromba, un sax tenore, un piano, un contrabbasso, una batteria e Christian; ma, sorprendentemente, Charlie non contava come un quarto strumento della sezione ritmica; fungeva da terzo strumento della sezione di fiati, armonizzando la chitarra con il tenore e la tromba allo scopo di utilizzare un voicing a tre parti che suonava veramente nuovo al mondo del jazz. [3]
Fu la pianista ed arrangiatrice di Kansas City Mary Lou Williams a scoprirlo. Parlò di lui a John Hammond, l'impresario mecenate di tanti jazzisti e vero cultore della buona musica afroamericana. Hammond seppe subito riconoscerne la genialità paragonandolo a quelli che per lui erano i più grandi: da Teddy Wilson a Lester Young, da Louis Armstrong a Coleman Hawkins. Lo portò a Los Angeles e lo presentò a suo cognato Benny Goodman. Questi non ne fu entusiasmato e gli sembrò uno dei soliti abbagli di Hammond "an impossible rube", un impossibile zoticone venuto dall'Oklahoma. Ma John non si arrese e, con l'aiuto di altri musicisti come Artie Bernstein, il contrabbassista di Goodman, fece partecipare Charlie ad una jam session ben descritta da queste parole di Hammond: "Quando l'orchestra ebbe terminato il primo set e mentre il quartetto si preparava a suonare a sua volta, Charlie prese posto sulla pedana. Trovandosi davanti al fatto compiuto, Benny Goodman, infuriato per non poter fare nulla, disse al pianista di suonare "Rose Room" con la segreta speranza che Charlie non conoscesse quel pezzo, molto vecchio e poco noto. Benny cominciò allora ad esporre la melodia, poi passò la mano a Charlie per l'improvvisazione. Charlie si scatenò. I chorus si susseguivano ai chorus, Fletcher Henderson e Lionel Hampton erano allibiti. Nessuno aveva mai sentito uno strumentista - e meno che mai un chitarrista - fare simili cose, e l'esecuzione durò quarantotto minuti! [5]
Con il sestetto ed il settetto di Benny Goodman dall'autunno del '39 alla primavera del '41 ottiene il successo ed il riconoscimento che meritava ed incide numerosi brani, pietre miliari della storia del jazz. Il suo apporto è, oltre a quello di solista, quello di compositore.
Sulla biografia di Christian c'è poco altro da dire. Si ammalò di tubercolosi nella primavera del '41. L'eccesso di uso di marijuana e la vita notturna non aiutarono il suo debole fisico, che durante l'infanzia gli impedì di scegliere la tromba come strumento musicale, a riprendersi dalla malattia. Passò un anno in ospedale. Molti amici e colleghi lo visitarono durante quell'anno, Hammond gli fece avere una chitarra, i più incauti della marijuana. Quando i medici se ne accorsero era troppo tardi. Morì il 2 marzo del 1942. A questo punto c'è da chiedersi con più precisione non solo quali siano
le influenze musicali che agiscono più direttamente su Charlie Christian
ma anche quale sia il clima musicale nel quale si forma. Il mondo del blues sotto
questo punto di vista è preponderante, come accade per la totalità dei musicisti
neroamericani. Il blues femminile di "Ma" Rainey e di Bessie Smith,
accompagnato da orchestre grandi o piccole, che costituisce la premessa dell'hot
jazz (ovvero il blues suonato da orchestre). E il blues chitarristico maschile di
Blind Lemon Jefferson (1897-1929)
e Charlie Patton (1887-1934),
di minore successo commerciale rispetto a quello delle regine ed imperatrici nere,
ma radicatissimo nella cultura popolare neroamericana. Dalla musica popolare del
delta e del Texas deriva il gusto che ha Charlie per il riff, la ripetizione di
una cellula melodico-ritmica in forma di ostinato. C'è da fare però una precisazione:
è ovvio che l'arte del riff sia una caratteristica che appartiene alla stragrande
maggioranza dei musicisti di jazz e di blues (da Count Basie a Charlie
Parker) ed è presente in tutta la cultura musicale afroamericana (non solo del
nord).
Per parlare delle influenze dirette è necessario riassumere le funzioni che fino a quel momento la chitarra aveva assunto nel mondo del jazz, che certo non erano state di protagonista all'interno delle orchestre jazz. Nonostante fosse "nascosta" nelle esecuzioni orchestrali e limitata al classico accompagnamento in quattro di cui il più famoso esponente è Freddie Green (1911-1987), che con il suo ritmo ha trainato per tutto il periodo della sua esistenza la celebre orchestra di Count Basie, anche la chitarra nel mondo del jazz aveva raggiunto alti livelli musicali, specialmente dal punto di vista armonico. Con uno strumentista e didatta [8] come George Van Eps (1913-1998) nel corso degli anni trenta la conoscenza armonica e le possibilità accordali della chitarra avevano raggiunto livelli altissimi grazie anche alla sua ricerca in ambito polifonico. «Van Eps affermava di ragionare non per "block chords" ma per linee melodiche multiple che si svolgevano simultaneamente».[9] Il pieno sviluppo del suo stile armonico-polifonico lo si ha a partire dal '38, quando si fa costruire una chitarra con una corda in più al basso (un La una quinta sotto rispetto alla corda più bassa dello strumento). Il chitarrista e blues singer di New Orleans Lonnie Johnson (1889-1970) che parte da un terreno blues ed amplia il suo linguaggio, è considerato da molti il "primo" chitarrista jazz. Altra leggenda del jazz chitarristico arcaico è Salvatore Massaro (1902-1933), in arte Eddie Lang, figlio di immigrati molisani, di Filadelfia. Musicista di grande successo, reclutato persino da Bing Crosby, durante i suoi anni di attività (dal '24 al '33) ridisegna il ruolo della chitarra. Evidenzia la funzione di solismo melodico di questo strumento come non si era mai sentito prima ed inventa interessanti soluzioni di accompagnamento dimostrando una grande padronanza dei movimenti del basso sul suo strumento, si pensi allo straordinario duo con il suo collega e famoso violinista jazz Joe Venuti. Il suo modo di fare melodia è influenzato evidentemente oltre che dal blues anche dalle melodie italiane. Sicuramente Charlie Christian ha ascoltato le registrazioni effettuate tra il '28 ed il '29 del duo Lonnie Johnson - Eddie Lang, dodici brani che rimangono capolavori di grande importanza storica. Il duo era, specialmente prima della venuta dell'amplificazione, una forma musicale prediletta dai chitarristi. Consentiva una piena comunicazione dei due principali mezzi espressivi del loro strumento: l'accordalità ed il fraseggio melodico.
Questo discorso preliminare ha lo scopo, oltre che di dare un quadro storico generale della situazione pre Christian, di far comprendere il fatto che la chitarra, per la sua stessa natura, può sfruttare mezzi espressivi tecnicamente molto diversi tra loro. La figura di chitarrista completo che si esprime con il suo strumento non più come se stesse suonando un banjo, un mandolino, una tromba, un sassofono, un violino o un basso ma praticamente come se stesse suonando una tastiera arriverà più tardi con figure come Jim Hall (1930) o Joe Pass (1929-1994). Allora ritornando a noi possiamo dire che, chitarristicamente parlando, Charlie fu un innovatore in tutto ciò che riguarda la melodia, poiché il suo modo di fraseggiare si ispirava direttamente al fraseggio melodico degli strumenti a fiato. Ma con il suo strumento non seppe solo eguagliare la grandezza degli altri solisti dell'era dello swing, riuscì anche (a pari merito con pochi altri) ad innovare radicalmente il linguaggio melodico dello swing portandolo ad una metamorfosi definitiva, portandolo ad un nuovo stile. Nel Nuovo libro del jazz
J. Berendt dedica un capitolo all'aspetto della forma melodica e quando
parla della sua evoluzione verso la rottura di ogni schema formale con il free jazz
«Nel free jazz si è arrivati fino al punto di mettere una forma naturale al posto
di una strutturazione preesistente. Un gruppo di musicisti di free jazz che improvvisa
collettivamente crea una forma propria respirando […] E' indicativo sapere che questa
forma respirata caratterizzata dall'alternarsi tra tensione e distensione sia stata
già abbozzata nel Kansas City jazz degli anni Trenta nel cosiddetto stile riff:
il riff crea una tensione e la successiva linea melodica improvvisata crea la distensione».[10]
Subito dopo questa affermazione J. Berendt dedica alla concezione del fraseggio
che ha Charlie Christian (ponendola come paradigmatica nel panorama jazzistico)
questa acuta analisi:
Arrivati a questo punto non possiamo trascurare la sua concezione dell'accompagnamento.
Se ritmico e accordale è sostanzialmente analogo a quello swingante, in quattro,
del suo collega Freddie Green. Ma si può dire che anche nell'accompagnamento
Charlie emula i fiati (o meglio utilizza la chitarra in senso spiccatamente melodico)
poiché spesso in contrappunto a fraseggi solistici utilizza riffs monodici (o ottavati,
che, seppure allo stato embrionale, anticipano l'insuperato ed eccezionale lavoro
stilistico di Wes Montgomery) o si muove per terze, facendo venire in mente
proprio i mitici e ossessivi riffs corali dei fiati in orchestre come quella di
Count Basie (quella di Kansas City, la più nera e blues delle orchestre dell'
era dello swing). Una diretta influenza su Charlie Christian è quella del
tenorsassofonista Lester "Pres" Young
(1909-1959), insieme al quale
avrà anche la possibilità di suonare e registrare. Fondamentale musicista che incarna,
insieme a Coleman Hawkins (1901-1969),
l'altro caposcuola del sax tenore, quella prima fase del rinnovamento del linguaggio
jazzistico che comincia nella seconda metà degli anni trenta per poi fiorire nei
quaranta con la nascita del bebop (non bisogna dimenticare che Charlie Parker
conosceva tutti gli assoli di Lester Young); mentre Roy Eldrige
(1911-1980) è il trombettista
che rappresenta di più questa fase (è il primo modello di Dizzy Gillespie).
Questa è la fase di transizione dallo stile swing allo stile bebop, e questi sono
i suoi protagonisti. Ma c'è anche l'Europa da prendere in considerazione con il
suo primo grande jazzista che raggiunge la fama oltre oceano:
) [12]
del '37 (che riproponeva
nei suoi concerti al "Dome" come introduzione ai suoi soli). Questa fase
della musica jazz, molto importante per capire la figura di Christian, è
la fase nella quale il jazz si conferma come l'arte di improvvisare melodie su strutture
armoniche date (appartenenti al repertorio classico del blues e del song ma sempre
più spesso inventate dagli improvvisatori-compositori). Sui "changes" armonici degli
standards gli improvvisatori dimostrano la loro concezione musicale attraverso serie
sempre più lunghe di "choruses" (non a caso nell'era del bebop si diffonderà la
pratica di comporre nuovi brani utilizzando vecchie strutture armoniche). Uno dei
paradigmi di questo stile, che forse rappresenta veramente il jazz classico, è la
versione dello standard "Body &
Soul" registrato da Coleman Hawkins nel
1939. L'arte del chorus
(e quindi della composizione melodica) è presente in Hawkins attraverso un continuo
variare degli elementi ritmico-intervallari, nel caso di "Body & Soul" all'interno
di quella tipica struttura di standard song AABA di trentadue battute. Anche se
con un'estetica diversa
[13] Lester Young,
forse ancora di più, rappresenta questo ideale di "fraseggio narrativo": la padronanza
del ritmo melodico, dell'intervallo melodico e dell'imitazione melodica sono portati
da lui a livelli mai raggiunti in precedenza nella storia del jazz. Charlie Christian
si inserisce in questo contesto di progressiva maturazione dell'arte dell'improvvisazione
melodica. Senza dubbio uno dei suoi più grandi meriti è stato quello di aver fatto
comprendere al grande pubblico le potenzialità espressive che non si pensava il
suo strumento potesse avere, almeno nell'ambito jazzistico. Ma ancora più grande
è il merito di aver precorso il linguaggio bebop. Sono fondamentalmente due i fattori
che gli hanno permesso di raggiungere in così poco tempo due mete così grandi: l'avere
una naturale disposizione per la musica intesa come arte dei suoni (distaccata dalle
peculiarità del suo strumento) e l'aver subito messo le potenzialità della "democratizzazione
sonora" data dall'amplificazione dello strumento al servizio (nel migliore dei modi)
della sua grande sensibilità ritmica e melodica. Charlie Christian è un musicista
innovatore. Un musicista orgoglioso oltre che della sua musica anche del suo strumento,
che in grossa parte ha contribuito ad emancipare dalla situazione in cui si trovava.
Lui stesso lo afferma in un suo stupefacente articolo dai toni molto caldi del primo
di Dicembre del 1939
apparso su Down Beat. Il titolo parla da solo «Guitarmen, Wake Up
and Pluck! Wire for Sound; Let ‘Em Hear You Play».[14]
Per la chitarra jazz inizia una nuova era grazie all'amplificazione. Si tratta di
un documento storico eccezionale, un appello, traboccante di amore ed orgoglio chitarristico
(e di disprezzo nei confronti dei band-leaders che non vogliono dare alla chitarra
il posto che gli spetta come invece fa l'illuminato Benny), rivolto a tutti i «good
guitar players» d'America, eccone il testo:
Da tanto tempo i chitarristi hanno bisogno di un campione, qualcuno che spieghi al mondo che il chitarrista è qualcosa di più di un semplice robot che pizzica un aggeggio per portare il ritmo. Diamoci un taglio all'abitudine di quella grossa parte dei band-leader, per loro potremmo tranquillamente stare a raschiare un lavatoio con un ditale. Ci sono dozzine di chitarristi in giro per il paese, parlo di bravi chitarristi, che nella loro vita si sono rassegnati a suonare per nient'altro che qualche biscotto o un fondo di bottiglia, perché non avevano alternative se volevano continuare a suonare la chitarra. Bernard Addison, che precedentemente era stato nella band di Stuff Smith nel Down Beat dell'Agosto del '39 ha scritto: "I chitarristi fanno una breve fine. I chitarristi sono delle capre. Nella situazione delle band odierne è il chitarrista quello che fa la fine più breve. I band leaders non apprezzano le qualità dello strumento." Sono d'accordo al 100% con Addison, anche se naturalmente ci sono leaders che fanno eccezione alla situazione generale (non senza nessuna paura per il mio impiego dico che Benny è uno di loro). Con una spaventosa ignoranza delle possibilità espressive che questo strumento può portare nelle loro orchestre, tanti leader, anche del mondo della radio e degli studi cinematografici, hanno voluto un chitarrista che suonasse il violino, che non creasse problemi o che sapesse fare numeri da funambolo con lo stuzzicadenti in bocca. Il fatto che avesse potuto essere un vero artista per il suo modo di suonare la chitarra era trascurabile. SIAMO ALL'ALBA DI UNA NUOVA ERA SMITH GUADAGNA POPOLARITA' ), con
la band di Andy Kirk, il suono della sua chitarra colpisce in pieno le orecchie
e le coscienze del pubblico che viene violentato dalla sua abilità. Inutile dirlo,
amplificando il mio strumento ho colto una grandissima occasione. Fino a qualche
settimana fa lavoravo per degli amici, giù nell'Oklahoma; ho passato tempi duri,
cercando di andare avanti suonando come volevo suonare.
STUDIATE MATERIALE SOLISTICO Parte essenziale del presente lavoro è costituita da una serie di analisi musicali di choruses improvvisati da Christian, scelti tra i più rappresentativi. Analizzare queste trascrizioni servirà a comprendere quel fenomeno musicale di cui Charlie Christian è uno degli esponenti.
[1] Rudi Blesh, Combo U.S.A. Eight Lives in Jazz. Chilton Book Company, Philadelphia
1971, pp. 161-186. [2] Leonard Feather, The Book of Jazz: A Guide to the Entire Field, Arthur Barker
London 1957, p. 130. [3] Leonard Feather, Titolo originale Inside bebop, ristampato con il titolo
Inside Jazz, New York 1977, Da Capo Press, pp. 3-10. [4] Ibidem. [5] Arrigo Polillo (Jazz, Mondadori, Milano 1975,
pp. 527-534) nel capitolo dedicato alla biografia di Christian, cita John Hammond,
Charlie Christian, «Jazz Hot» maggio 1972. [6] Clarke smentisce questa visione dei fatti tutto sommato semplificata in un'intervista
del 21 Maggio del 1963 pubblicata sul sito
www.downbeat.com dal
titolo View From the Seine. [7] Leonard Feather, Titolo originale Inside bebop, ristampato con il titolo
Inside Jazz, New York 1977, Da Capo Press,p. 7. [8] Van Eps ha scritto un imponente metodo per chitarra in tre volumi: Harmonic
Mechanism For Guitar edito da Mel Bay Publications, Pacific (Missouri),
1981; è una tendenza abbastanza diffusa tra i chitarristi
jazz quella di scrivere metodi musicali, uno dei più famosi è Joe Pass Guitar Chorus
di Joe Pass, sempre per la Mel Bay. Merita una citazione in questo ambito anche
l'ottimo metodo di Arnie Berle Arnie Berle's book of modern chords and progressions
for guitar. [9] Stefano Tavernese, Grande Enciclopedia della Chitarra e dei Chitarristi,
Editori Riuniti, Roma 2003, pp. 497-498. [10] Joachim Ernst Berendt, Il nuovo libro del jazz dal New Orleans al jazz rock,
Garzanti Editore, Milano 1992, pp. 199-200. [11] Ibidem. [12] Maurice J. Summerfield, The Jazz Guitar, it's evolution players and personalities
since 1900, Ashley Mark publishing company, Newcastle Upon Tyne
1998, p. 97. [13] La differenza tra l'estetica di Young (ormai riconosciuto come profeta del
cool jazz) e quella di Hawkins è ben riassunta in queste poche righe di Leonard
Feather «Lester was a radical in that he symbolized the gradual evolution from hot
jazz to "cool" jazz. To those who measured the value of a jazz improvisation by
its degree of superficial intensity or "hotness", Lester's relationship with jazz
seemed strangely platonic. His tone sounded dull and flat when contrasted with the
big, rich sound of the Hawkins' horn; his phrasing seemed slow and lethargic. What
became apparent to those who learned to appreciate and respect Lester's originality
was that he was rejecting the harshness and blatancy of the earlier jazz in favour
of a new relaxation and restraint». [14] Citiamo integralmente l'articolo riportato da Maurice J. Summerfield, The
Jazz Guitar, it's evolution players and personalities since 1900, Ashley Mark publishing
company, Newcastle Upon Tyne 1998, p. 16. [15] Ibidem. © 2006 - Jazzitalia.net - Pietro Nicosia - Tutti i diritti riservati
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