Jazzitalia - Lezioni - Musica d'insieme: There's no business like show business
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Lezione 2: There's no business like show business
creare una scaletta efficace, sapere presentare i brani

di Roberto Manuzzi

Bisogna ricordarsi sempre che su un palcoscenico diamo spettacolo dal momento in cui vi saliamo al momento in cui ne scendiamo per entrare nei camerini: il musicista è sempre e comunque uno "showman" anche se non ne è pienamente consapevole.

E' però necessario che chiunque salga su un palcoscenico SAPPIA CONFEZIONARE uno show tenendo conto in misura adeguata alla propria idea artistica di quello che (presumibilmente) il pubblico si aspetta; se nel mondo del pop diamo per scontato che il concerto sia in gran parte un evento spettacolare, non siamo però abituati a cogliere ed analizzare questo aspetto del "lavoro del musicista" presente anche in altre forme musicali considerate più colte.
In realtà anche nel jazz e persino nella musica classica il "dare spettacolo" è un aspetto fondamentale ed è la molla che dà origine al "business" musicale; il musicista può e deve divertire, emozionare, trasmettere "vibrazioni positive" eccetera ma avrà sempre davanti a sé (o almeno si spera) un PUBBLICO PAGANTE. Esistono mille esempi di grandissimi musicisti che hanno elaborato un metodo per affrontare il pubblico con efficacia costruendosi a tavolino o ricavando dalla loro personalità un campionario di gesti, battute, frasi ad effetto; dalla celebre frase "I love you madly" di Duke Ellington rivolta al pubblico ogni sera, alle battute e alla risata di Louis Armstrong o alla mimica facciale di Lionel Hampton, passando per il fazzolettone di Pavarotti e i passi di danza di Michael Jackson.

Il pubblico può essere affascinato in mille modi (in primis naturalmente dalla nostra bravura e sensibilità musicale) ma questa parte del proprio lavoro non è mai stata sottovalutata da nessun grande della musica, nemmeno da personaggi scostanti come Miles Davis che sulla sua apparente "inavvicinabilità" aveva creato un mito, inscindibile peraltro dall'estetica del "cool jazz" di cui lui era una icona assoluta. D'altro canto è noto che musicisti di incommensurabile statura come Charlie Parker hanno avuto molti problemi professionali per via della loro vita sregolata ma anche per una certa loro incapacità di stare sul palcoscenico in modo efficace, come invece sapevano fare benissimo persone a loro vicine come Dizzy Gillespie (tanto per citare un esempio).
Tra le più semplici (e fondamentali) caratteristiche di uno show musicale che un buon "bandleader" deve sapere gestire, quelle assolutamente indispensabili a mio parere sono le seguenti:

1. Creare una scaletta efficace
2. Sapere presentare i brani
Considerazione fondamentale; la scaletta deve essere concepita come il programma di una rappresentazione teatrale, con una giusta alternanza di tempi, tonalità e stili in modo da suggerire una serie di stati emozionali nel pubblico e garantire il più possibile un ascolto attento. Per cui è ovvio che una serata difficilmente potrà essere di sole "ballad" a meno che non sia l'argomento dichiarato dello spettacolo e ci si chiami Bill Evans. Comunque scherzi a parte è importante di norma evitare di mettere in scaletta consecutivamente brani troppo simili tra loro; è bene studiare la progressione dei brani in modo che si dia all'ascoltatore una sensazione di crescendo di emozionalità fino al raggiungimento di uno o più "climax" per poi giungere ad una conclusione più o meno avvertibile come "finale" dal pubblico e agli ovvi bis.

Un esempio di scaletta ben congegnata può essere il seguente:

- INIZIO:

  • Db waltz
  • Where the moon goes
  • 8:30

- CLIMAX 1:

  • Black market
  • Elegant people
  • Assolo di basso (Victor Bailey)

- CLIMAX 2:

  • Badia
  • A remark you made

BIS:

  • Birdland

(Scaletta dei Weather Report del 1980, dal DVD "Japan Domino Theory")

Un vecchio suggerimento dei jazzisti di un tempo era il seguente: - "Mandali a casa con la voglia!" – ovvero, non suonare sempre TUTTO quello che la gente si aspetta da te. Una scaletta non va valutata in base alla sua DURATA a meno che non si abbia in contratto l'obbligo di fare ballare la gente (o non sia una serata - karaoke…) un concerto della durata di un'ora e mezza ma molto "ricco" come contenuti emotivi può essere totalmente appagante e ben più gradevole e bello da ricordare di un concerto trascinato per ore stancamente e dai contenuti noiosi. Gli ultimi concerti di Louis Armstrong raramente superavano la durata di un'ora – un'ora e un quarto, ma erano comunque in grado di restare per sempre scolpiti nella memoria di tutti i presenti.

Per quanto riguarda il saper presentare, di solito è considerata una dote naturale derivante dalla maggiore o minore dimestichezza nei confronti del pubblico e dalla propria estroversione. In realtà chiunque abbia l'abitudine di seguire un artista in varie tappe di un suo tour si può facilmente rendere conto che tutto quello che accade sul palcoscenico, dalle entrate in scena alle battute, corrisponde spesso ad un copione costruito pazientemente, adoperando le stesse espressioni del viso e rispondendo sempre allo stesso modo alle richieste del pubblico. Ogni musicista/showman tende a costruirsi un personaggio, magari giocando sulla sua estroversione o al contrario proprio sulla sua timidezza, e fa di questa "arte" un formidabile veicolo per raggiungere la notorietà, bravura permettendo; si tratta quindi anche in questo caso di un ingrediente estremamente utile del proprio bagaglio di artista.

Concludendo si può comunque affermare che questo aspetto della vita musicale in ultima analisi deve essere dettato dal RISPETTO per il pubblico, atteggiamento estremamente importante per chiunque si affacci su un palcoscenico e che, appunto, musicisti del passato come Ella Fitzgerald e Count Basie non hanno mai dimenticato neppure per un minuto nella loro grande e lunghissima carriera.





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Data pubblicazione: 17/03/2013

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