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INDICE LEZIONI

Autobiografia di una voce
Quando leggiamo o ascoltiamo una storia... dalla parte della scienza
di Sandra Evangelisti
evasama@tin.it


- Noi non sappiamo niente - questo è il primo punto.
- Di conseguenza, dobbiamo essere molto modesti - questo è il secondo punto.
- Che non diciamo di sapere, quando non sappiamo - questo è il terzo punto.
- Questa è all'incirca la concezione che io vorrei volentieri rendere popolare. Ma non è che ci siano troppe speranze.
- Invece di posare a profeti, noi dobbiamo imparare a fare le cose nel miglior modo che ci è possibile e ad andare alla ricerca dei nostri errori.
- Ma questo significa che: dobbiamo cambiare noi stessi.
Karl Popper


In una lezione precedente abbiamo parlato in maniera molto generica del potere evocativo delle parole, della voce e di quello della musica.

Ma come viene affrontato questo argomento dal punto di vista della ricerca scientifica?

Ritornando alla parola rain e partendo dall'esperienza reale comincerei con l'analizzare in che modo, generalmente, prendiamo coscienza del fatto che stia piovendo.

Si possono, ad esempio, vedere i segni delle gocce sul marciapiede... oppure, si può sentire il rumore delle gocce che sbattono contro il vetro di una finestra o ancora percepire la sensazione delle gocce sulla pelle... possiamo anche avvertire l'odore della pioggia! E così via.

Possiamo, quindi, renderci conto che sta piovendo mediante la percezione di stimoli di diversa natura che coinvolgono canali percettivi diversi.

Tuttavia possiamo prendere atto del fatto che stia piovendo anche, semplicemente, mediante il linguaggio.

Ma il linguaggio può rimandarci sia ad un'immagine astratta che a sensazioni di tipo percettivo.

Dobbiamo fare, pertanto, a questo punto una importante distinzione tra percezione di uno stimolo e rappresentazione mentale dello stesso.

Se io guardo fuori dalla finestra e vedo che fuori sta piovendo, quella che sto percependo è una stimolazione di tipo visivo. Se mi accorgo della pioggia perché ne sento il ticchettio sui vetri di una finestra quella che sto percependo è una stimolazione di tipo acustico. Se, invece, sento le gocce cadere sul mio braccio, allora quella che sto percependo è una stimolazione di tipo tattile etc.

Se però qualcuno mi dice che fuori sta piovendo, allora devo farmi una rappresentazione mentale della pioggia non essendoci un'esperienza diretta della percezione della pioggia.

Questa rappresentazione mentale della pioggia, come dicevo prima, può essere di tipo astratto oppure coinvolgere uno o più canali percettivi sebbene in maniera, ovviamente, diversa da quella conseguente ad una stimolazione diretta.

Posso cioè semplicemente pensare alla pioggia oppure, ad esempio, posso vedere la pioggia ‘con gli occhi della mente'.

Secondo alcuni autori questa differenza può dipendere dal fatto che si ascolti o si legga una singola parola, ad esempio pioggia, oppure che si ascoltino o si leggano informazioni più dettagliate che rimandano ad uno scenario più complesso come ad esempio quando si ascolta una frase del tipo uscendo avvertii il profumo dell'erba bagnata. Era evidente che avesse appena piovuto!

Ma anche quando ascoltiamo, semplicemente, la parola "piove!". Piove non è la stessa cosa di pioggia. Piove è un verbo e quindi implica la presenza di un'azione e di conseguenza produce, il più delle volte, un'immagine dinamica della pioggia.

Sempre secondo questi autori, la rappresentazione mentale più immediata che ci facciamo nell'ascoltare o nel leggere una singola parola è una rappresentazione di tipo astratto, semplicemente "pensiamo" alla pioggia. In altre parole, ci formiamo un'idea della pioggia.

Una singola parola, infatti, non portando con sé altre informazioni se non quelle proprie della categoria di appartenenza produce, nell'immediato, in chi ascolta o in chi legge, una rappresentazione mentale più astratta e categorica dell'oggetto o del concetto da essa rappresentato.

Diverso è, invece, quando ascoltiamo o leggiamo espressioni verbali che ci rimandano ad una immagine più complessa che coinvolge uno o più canali percettivi.

In tali situazioni il cervello ha bisogno, infatti, di eliminare i dettagli superflui e/o di contestualizzare il fenomeno al fine di poterlo identificare.

Nel leggere o ascoltare un'espressione verbale del tipo "sentii il profumo dell'erba bagnata" è, infatti, molto più probabile che ci facciamo una rappresentazione mentale di tipo percettivo delle informazioni da questa veicolate inserendole, inoltre, all'interno di uno scenario più complesso.

Questo scenario verrà quindi arricchito con nuove informazioni man mano che si procede nell'ascolto o nella lettura permettendoci così di valutare se il profumo dell'erba bagnata sia dovuto alla pioggia o invece ad altre cause.

Tutto questo, è superfluo dire, non accade quando, invece, sentiamo semplicemente la parola pioggia.

***

Ma veniamo adesso alla differenza tra le due parole piove e pioggia! In entrambi i casi le due parole ci rimandano all'idea della pioggia anche se con sfumature diverse. Come dicevo precedentemente la parola pioggia rimanda, il più delle volte, ad un'idea astratta, e anche se di tipo visivo, comunque statica. Piove, invece, essendo un verbo, rimanda ad un'azione e quindi ad un'immagine dinamica del fenomeno. Almeno nella maggioranza dei casi.

Le rappresentazioni mentali, infatti, non sono quasi mai statiche, ma il più delle volte sono rappresentazioni di tipo dinamico.

Durante l'ascolto di una frase o di un discorso le persone tendono, generalmente, a farsi un'immagine mentale non soltanto della forma degli oggetti ma anche della loro posizione e orientamento nello spazio o ancora se questi si trovino in uno stato di quiete o di moto. Tutto questo anche nel caso in cui le informazioni non vengano segnalate esplicitamente ma siano semplicemente presentate a livello simbolico.

Nel momento in cui è stato chiesto ad alcune persone di formarsi una rappresentazione mentale di ‘un'aquila in cielo' e di ‘un'aquila in un nido' queste tendevano ad interpretare l'immagine mentale adattandola al contesto. Ad esempio un'aquila in cielo era vista in movimento e con le ali aperte mentre un'aquila in un nido era vista accovacciata e con le ali chiuse, nonostante questi particolari non fossero esplicitamente espressi nella frase.

***

C'è però da dire che tutta una serie di altre informazioni non presentate esplicitamente né deducibili a livello simbolico come, ad esempio, l'ambiente in cui le aquile sono immaginate, il colore del piumaggio etc. varieranno a seconda dell'esperienza personale di colui che legge o ascolta la storia.

E qui inseriamo un elemento nuovo: e cioè l'interazione tra la nostra esperienza personale e le informazioni che apprendiamo durante la lettura di un testo.

Le informazioni di cui disponiamo nel momento in cui leggiamo una storia, infatti, sono di gran lunga superiori rispetto a quelle narrate nella storia stessa. Esse nascono dall'interazione della conoscenza personale che l'individuo ha del mondo con le informazioni esplicitamente narrate nel testo.

Questo ha portato diversi autori a sostenere, addirittura, che sia proprio questa interazione tra testo ed esperienza personale a guidare il lettore durante la comprensione di una storia.

Durante la lettura di un racconto, infatti, le persone tendano a costruirsi, in maniera del tutto spontanea, una serie di rappresentazioni mentali della storia narrata al fine di comprenderne meglio le situazioni descritte.

Queste rappresentazioni mentali, molto più elaborate rispetto a quanto esplicitamente narrato nella storia, si formano appunto, dall'interazione di quanto stiamo leggendo con la nostra esperienza personale. Esse non sono statiche ma si riorganizzano via via che si procede con la lettura del racconto.

Nel momento in cui leggiamo una storia, infatti, avviene il recupero dalla nostra memoria di veri e propri modelli situazionali di riferimento (situation model) o modelli di eventi (event model), già strutturati, formatisi nel corso della nostra esperienza e che ci guidano nella comprensione del testo. Le nuove conoscenze acquisite vengono quindi confrontate con questi modelli di riferimento secondo un processo, come dicevo prima, di tipo spontaneo consolidandoli, modificandoli o creandone di nuovi.

Tali modelli mentali possono riferirsi non soltanto alle azioni vere e proprie narrate nella storia ma anche ad aspetti meno espliciti come le caratteristiche dei vari personaggi, i loro obiettivi oppure ancora possono riferirsi agli oggetti o ai luoghi con cui i personaggi interagiscono nel corso della storia e così via.

In più il nostro cervello tende a organizzare in maniera strutturata anche il flusso continuo delle diverse vicende della storia suddividendole in segmenti aventi un proprio significato autonomo e una propria logica e continuità anche dal punto di vista spazio-temporale.

Anche in questo caso non vi è staticità ma i vari segmenti possono essere continuamente ridefiniti in unità più ampie o più ridotte.

Talvolta, tuttavia, il nesso tra i vari eventi che costituiscono una storia non è ben definito o comunque non risulta essere di facile comprensione. In questi casi attingiamo ancora una volta alla nostra esperienza pregressa per trovare soluzioni logiche che possano colmare questi vuoti e collegare tra di loro i vari eventi della storia anche quando non si susseguono in maniera chiara e/o lineare. Tutto questo si verifica, ripeto, in modo del tutto spontaneo.

Attingiamo alla nostra esperienza pregressa anche per prevedere situazioni non ancora verificatesi nella storia ma che pensiamo stiano per accadere. Esiste, infatti, nel lettore o in colui che ascolta la storia narrata la tendenza ad anticipare le informazioni relative alla storia stessa.

Questo atteggiamento, che è la conseguenza del proiettare in ciò che si sta leggendo o ascoltando la propria storia personale e/o che dipende dall'incisività delle rappresentazioni mentali che ci eravamo fatti della storia fino a quel momento, interferisce con le informazioni fornite nel corso della narrazione.

Una comprensione attendibile della storia o, comunque, di quanto si sta ascoltando, dipende pertanto molto anche dal controllo di questa tendenza ad interferire con le nuove informazioni che si stanno acquisendo.

Attingiamo al nostro vissuto autobiografico, inoltre, anche per entrare nella mente dei personaggi intuendone le motivazioni e prevedendone il comportamento.

Ma anche per comprendere elementi del tutto estranei alla nostra esperienza personale.

***

I modelli mentali che ci formiamo durante la lettura o l'ascolto di una storia possono essere considerati come delle vere e proprie simulazioni di eventi concreti, e si è osservato, inoltre, che essi condividono le stesse vie neuronali che si attivano non soltanto quando eseguiamo noi stessi quelle azioni o quando osserviamo altri compiere quelle stesse azioni ma anche quando semplicemente ricordiamo esperienze realmente vissute, oppure anticipiamo avvenimenti non ancora accaduti oppure ancora quando pianifichiamo. Ma anche quando ci immedesimiamo nell'esperienza di altri e/o ne prevediamo le intenzioni.

Tutte queste funzioni cognitive, un tempo studiate individualmente, si è visto invece essere tutte associate all'atto dell'auto-proiettare mentalmente se stessi in situazioni altre da quella presente come ad esempio, appunto, quando ci ricordiamo in situazioni passate, ci proiettiamo in situazioni future o immaginarie, quando pianifichiamo oppure ancora quando ci proiettiamo nella mente di altre persone.

Questo fenomeno di auto-proiezione consiste, dunque, in una sorta di ‘disaccoppiamento' della situazione presente da quella immaginata che ci permette, ad esempio, di ‘staccarci' dal nostro punto di vista e di proiettarci nella mente di un'altra persona comprendendone le motivazioni e/o intuendone le intenzioni.

Questo proiettarci nella mente di un'altra persona, però, non significa diventare l'altro ma semplicemente attingere dalla nostra esperienza personale, per prevederne, ad esempio, come accennavamo precedentemente, un possibile comportamento.

Alla base del fenomeno dell'auto-proiezione, come si deduce dalla parola stessa, deve esistere infatti, necessariamente, uno stretto legame con il sé personale oltre ad una valutazione soggettiva del tempo.

Oltre alla possibilità di proiettarci nella mente di un'altra persona, come abbiamo visto, vengono fatti generalmente rientrare in questa categoria di funzioni cognitive anche altre funzioni cognitive come ad esempio l'atto del ricordare oppure ancora quello del pianificare.

In altre parole tutte quelle funzioni che necessitano il proiettarsi in situazioni diverse da quella presente sia per tempo (dall'ora al poi) che per luogo (dal qui al lì) ma anche, come dicevamo prima, per prospettiva (dal sé all'altro').

Fermo restando però, va puntualizzato, che esse siano sempre strettamente riferite al sé personale e che si conservi una consapevole valutazione soggettiva del tempo.

Alla base di tutte queste attività cognitive deve inoltre esistere il presupposto che esse siano interamente generate dalla nostra mente. Si verifichi cioè uno spostamento dall'esperienza esterna alla sfera puramente cognitiva dell'individuo.

Va puntualizzato, anche, che durante l'auto-proiezione o proiezione del sé, realtà e immaginazione non vengono mai confuse. Probabilmente esiste una forma di regolazione mediante la quale durante la simulazione di eventuali situazioni alternative a quella attualmente esperita, la percezione del presente venga temporaneamente soppressa per poi essere recuperata successivamente.

***

Questo spostamento dall'esperienza esterna alla sfera puramente cognitiva dell'individuo che caratterizza le funzioni cognitive di cui si è fin qui parlato, richiede la capacità da parte della nostra mente di costruire delle vere e proprie scene che abbiano una loro vividezza e una coerenza sia dal punto di vista spazio-temporale che di significato e che possano inoltre essere fermate in memoria in modo da poterle manipolare ed, eventualmente, aggiornare.

Una funzione cognitiva chiave che si trova alla base di questo processo di costruzione puramente cognitivo di scene o eventi è, dunque, ancora una volta, quella del ricordare.

Al fine di poter costruire a livello immaginativo queste scene o questi eventi, la nostra mente fa, infatti, riferimento prevalentemente alla memoria episodica.


Con il termine memoria episodica (o memoria dei fatti) ci si riferisce all'abilità che ha un individuo di ricordare le esperienze della propria vita (what), dove queste abbiano avuto luogo (where) e in quale momento particolare esse si siano verificate (when).

Ogni nostro ricordo è solitamente accompagnato da una complessa immagine mentale di ciò che stiamo ricordando.

Queste immagini mentali non sono, però, una mera riedizione di eventi del passato.

Studi recenti, infatti, hanno dimostrato che la memoria episodica non si limita a svolgere semplicemente la funzione di conservare i nostri ricordi per poi rimandarci delle repliche esatte delle nostre esperienze trascorse.

Essa è, invece, attualmente largamente considerata come un sistema di tipo costruttivo.

Ricordare non consiste, infatti, semplicemente in una riproduzione letterale di un evento passato ma rappresenta un processo di vera e propria ricostruzione durante il quale frammenti di informazioni tratti presumibilmente anche da esperienze diverse da quella ricordata vengono letteralmente riorganizzati in rappresentazioni mentali che, pertanto, non possono essere considerate scevre da errori o deformazioni.

***

Per quanto, tradizionalmente, gli studi sulla memoria episodica si siano soffermati prevalentemente sulla sua funzione legata all'atto del ricordare, studi più recenti hanno invece dimostrato che essa è coinvolta anche in diverse altre funzioni cognitive come ad esempio quella del fantasticare, oppure quella del vagare con la mente sia in relazione ad eventi trascorsi, che in relazione ad eventi non ancora accaduti oppure ancora l'immaginare o il simulare esperienze future, siano queste basate su esperienze reali o di tipo puramente fantastico oppure il pianificare o ancora l'immedesimarsi in un'altra persona e prevederne le intenzioni.

Pertanto, considerando che il futuro non potrà mai essere un'esatta ripetizione del passato, la simulazione di eventi non ancora verificatisi, se non addirittura mai vissuti in prima persona ma acquisti attraverso la lettura o il racconto fatto da altre persone, necessitano, al fine di essere compresi, di un sistema che ci permetta di attingere alle nostre esperienze pregresse in una maniera che sia di tipo flessibile al fine di estrarre e, quindi, ricombinare tra loro elementi che, per quanto appartengano alla nostra memoria autobiografica, andranno a costituire scenari a noi del tutto nuovi.

Alla base del processo di costruzione di scene o immagini, siano esse immaginate in un tempo passato o futuro, o basate su elementi realistici o di natura esclusivamente fantastica esiste, dunque, mi ripeto, un vero e proprio processo di ricostruzione e non un semplice attingere informazioni dalla memoria.

Tutto ciò ha fatto sì, come abbiamo visto, che la famiglia di processi cognitivi di cui abbiamo abbondantemente trattato in questa lezione, venisse allargata a comprendere anche quelle funzioni cognitive che non necessariamente coinvolgono il sé personale o richiedano una valutazione soggettiva del tempo.

Le scene o gli eventi mentali ricostruiti, infatti, non necessariamente devono coinvolgere il nostro sé in prima persona. In altre parole il sé che ricorda non necessariamente deve coincidere con quello immaginato. È il caso, ad esempio, di quando immaginiamo situazioni che riguardano le esperienze di altre persone.

Né devono necessariamente, essere inquadrate in un contesto spazio-temporale che appartenga alla nostra esperienza personale o che sia costruito su basi realistiche. Come quando, per esempio, leggiamo un racconto fantastico o ascoltiamo una favola.

Né ancora devono essere esperienze che riguardano avvenimenti già accaduti o anche semplicemente già immaginati sia da se stessi che da altri. Come, ad esempio, quando si ha una qualunque intuizione o si fa una scoperta scientifica o ancora quando si produce un lavoro artistico.

Per concludere direi che, nel complesso, anche se approcciate da punti di vista differenti, tutte le funzioni di cui si è trattato nel corso di questa lezione rimandano ad uno schema comune: quello cioè della ricostruzione mentale di scene o eventi e/o dell'auto-proiezione ma, soprattutto, del loro stretto legame con la memoria autobiografica o, più in generale, con la memoria episodica. Che è ciò che a noi, principalmente, interessa ai fini del potere evocativo delle parole.

Dato lo stretto legame di questi processi cognitivi con la nostra memoria, da cui appunto il loro potere evocativo, va da sé, che il più delle volte, essi si portino dietro anche dei vissuti emotivi.

Ma di questo ne parleremo in modo più approfondito in una prossima lezione.

***

Ma a proposito del ricordare...

Did I Remember (audio)

Ci troviamo ancora a Roma, questa volta siamo nel marzo del 2016, sempre ad un seminario del Musicista e Maestro Barry Harris. È inutile puntualizzare che anche questo brano ho dovuto memorizzarlo nello spazio di una lezione. Tra i diversi obiettivi, infatti, portati avanti dal Maestro Barry Harris durante i suoi seminari c'è anche, se non soprattutto, quello di rinforzare la nostra memoria dei suoni.

Per quanto riguarda il mio caso specifico, noto, come più volte puntualizzato, una personalità stilistica già piuttosto sviluppata. A questa personalità stilistica andrebbe, però, indubbiamente, aggiunto un più solido supporto tecnico. E non mi riferisco soltanto alla tecnica vocale che è soltanto una delle tante competenze che un cantante deve possedere.

Questo obiettivo, tuttavia, non è di semplice attuazione, in quanto si potrebbe correre il rischio che le nuove competenze tecniche vadano a correggere questi tratti stilistici già così chiaramente delineati anziché valorizzarli.

L'obiettivo è dunque quello di mettere la tecnica al servizio dell'originalità e/o della spontaneità.

Che essa vada a sostenere la nostra creatività e non a mascherarla.

Ma come si fa????

Magari lo so già... anche se soltanto a livello dell'intelligenza intuitiva.
Sarà il tempo, comunque, a confermare o a confutare questa tesi.

Per il momento, data tra l'altro la complessità dell'argomento, mi limiterò a pubblicare altri esempi, tratti sempre dalla mia storia vocale, semplicemente osservando il modo in cui la mia tecnica si costruisce da sola. Rimandando, quindi, ad un momento successivo l'analisi del modo in cui essa si è andata consolidando.

Questo è il motivo principale per cui ho scelto di mettere me stessa al centro della mia ricerca.

L'autodidattica, infatti, consente non soltanto un'osservazione continua e puntuale delle strategie personali di apprendimento, ma anche un'osservazione di tipo attivo. Ci permette, cioè, di modificare il nostro percorso di crescita semplicemente osservando, senza apparentemente intervenire. Facendoci guidare ora, a livello inconscio, dalla nostra intelligenza intuitiva, ora invece, a livello della consapevolezza, dalla semplice presa di coscienza di un errore o di un tratto distintivo, ripeto, tutto questo senza apparentemente intervenire.

Ma anche di questo ne parleremo in modo più approfondito in seguito.

A presto, Sandra Evangelisti.

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Data pubblicazione: 24/04/2021

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