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Il sound del jazz, questo "incomprensibile" lamento di genio e di filosofia (follia) collettiva, non era altro che il più dignitoso passaporto di un popolo in eterna migrazione. Una forma di mondiale nomadismo, al di sopra dell'abisso culturale di una società in costante e violenta trasformazione, aperta solo ed esclusivamente all'elevazione del nascente capitalismo bianco. Il canto di sofferenza e di rivolta di questa amara condizione, nonostante fosse in atto una complicata, anzi inesistente, integrazione razziale, fu rappresentato dai primi coraggiosi crooner di colore, consci dell'impossibilità di un ipotetica "redenzione sociale", ma non per questo mossi da un sincero ottimismo nei confronti della nuova terra promessa. Quella Harlem Reinaissance che lentamente, ma concretamente, muoveva i primi passi all'interno dell' establishment letterario del decennio 1920/1930.Inalterabili appaiono dunque tutti quegli elementi che, attingendo dalla precarietà di uno stato sociale quantomai disgregato, elaborarono tuttavia il naturale proclama di un'inscalfibile identità comune: la sacrosanta versificazione del quotidiano. Un linguaggio questo, che, traendo forza dalla compresenza di elementi tipicamente black, necessitava altresì della benedizione di un tramite "transitorio" ma esplicitamente evocativo. Di uno strumento che coniugasse la drammatica violenza delle vicende storiche appena conclusesi tramite un'immediato racconto musicale costituito da una colonna sonora di dimensioni umane altamente rappresentative. Il jazz, la musica classica dei poveri di questo secolo, divenne perciò veicolo dinamico e selvaggio, urgente e urlante di quell'angoscia epidermica, talvolta malinconica, raramente esasperta, che sarebbe di lì a poco definitivamente esplosa.
Il canto di Lindsay (1879-1931) è però più concitato, libero da orpelli colti e denso invece di fascinazioni terrene che prendono in prestito la musica come elemento di una lunga omelia blues. Il verso è quindi lanciato - proprio come gli assolo - da una forma di predicazione evangelica che era stata caratteristica dominante dell'infanzia del poeta. La recitazione della parabola, così come il racconto profetico del cantastorie, ha infatti bisogno di una partecipazione corale simile al call & response, proprio come avviene nelle chiese battiste, dove l'oratore sottolinea un evento confermato poi dai fedeli, o nelle jam session tra musicisti mai incontratisi prima, ma uniti nel concreto, dall'elemento dominante dell'atto religioso-musicale. Il feeling sonoro si materializza così, in un infinito interplay di note e di anime che agiscono pariteticamente senza spartiti e senza l'apporto di oscuri ed ortodossi compromessi.
Nato nel profondo Missouri, Hughes, appena diciottenne, siedeva già dietro la cattedra d'inglese di una scuola di Mexico City, dalla quale visse direttamente il dramma della segregazione razziale. Il suo primo volume di versi, The Weary Blues, apparse nel '26 come una raccolta di lancinanti blues decodificati in forma poetica, che restituirono se non altro, una forma di proclamata coscienza non ancora del tutto evoluta nella sua giuridica identità: "I am the darker brother,/They send me to eat in the Kitchen/When company comes./But I laugh... and grow strong."Negli anni successivi ( Fine Clothes to the Jew è del 1927), Hughes sperimentò personalmente la prima formula di live jazz reading, recitando le sue poesie in diversi locali pubblici per gente di colore, soltanto con l'accompagnamento di un pianista. L'innovazione musicale del jazz, ideato e suonato quasi esclusivamente da black musicians e la narrazione spontanea della tradizione orale del blues, degli spirituals e dei gospel nella loro "rivoluzione elettrica", rappresentò uno dei punti di riferimento cardine di quegli unici valori, sopravvissuti all'irrefrenabile rivoluzione - non solo industriale - di un paese disgustosamente cinico e arrogante.
Parte dell'incoraggiamento che Brown suscitava tra i suoi studenti nei campus della Howard, contribuì sopratutto alla formazione di personalità letterarie, teatrali e poetiche che diedero il loro importante contributo alla rifondazione di un'originale voce di denuncia. Suoi allievi furono il premio Nobel Toni Morrison, l'attore teatrale Ossie Davis, l'attivista politico Stokley Carmichael. Tra i suoi scritti, Negro Caravan, viene considerato in assoluto uno dei lavori antologici più completi nella controversa e mai abbastanza considerata letteratura afroamericana. La stessa Morrison, renderà spesso omaggio nei suoi romanzi (leggasi lo splendido scenario di Jazz del 1983) a quell'infinito catalogo di storie al limite del cinismo bianco e della povertà nera degli anni Venti, vissuto dentro una Manhattan intrisa di assoluta tristezza ma colorata dalla colonna sonora di Duke Ellington e dai sofferti rag-time che costituiscono in sintesi, la casistica comune, ma reale di quegli anni.Nel frattempo, le scarne citazioni dove convivevano jazz, poesia e letteratura, si individuavano sempre più raramente, all'interno di scritti più o meno noti e appartenenti al primo trentennio del novecento, come nel romanzo di Herman Hesse, Il Lupo Nella Steppa o nei famigerati e acclamati Racconti dell'età del Jazz (1922), di Francis Scott Fitzgerald. Vi furono poi componimenti isolati ma comunque non privi di un certo "interesse", nei confronti della musica afroamericana come Refugee Blues di Wystan Hugh Auden o l'omaggio al vecchio trombettista Bunk Johnson da parte di William Carlos William in Ol' Bunk's Band. In Europa, sopratutto in Francia, si segnalano anche alcune citazioni di Jean Cocteau, Hugues Panassiè o George Perec, il quale amò profondamente il jazz e che insieme a Raimond Quèneau fondò il laboratorio Oulipo (Ouvroir de Littèrature Potentielle). Sempre
dalla Francia, mentre Marianne Oswald cantava le canzoni di Jaques Prèvert,
una nuova succursale del jazz prendeva coscienza, prima che nel resto d'Europa,
divenendo in poco tempo, domicilio eletto da numerosi musicisti americani. Contemporaneamente
Autumn Leaves
Ma inspiegabilmente, il sipario si abbassò proprio quando il jazz quale totale forma artistica, rimase intrappolato da molteplici e ripetitivi mainstreams. Da codici musicali ormai privi di innovazione ed originalità. E ciò per circa un buon decennio, quello dominato nuovamente dalle grandi orchestre bianche: "dopo il 1950 i beat sparirono in prigione o al manicomio, o furono indotti dalla vergogna a un silenzioso conformismo, la generazione stessa fu poco numerosa ed abbe vita breve (4)".Sfuggirono da questi canoni, una ridotta schiera di musicisti-innovatori, accomunati dalla consapevolezza di una necessaria rottura che, prima col be-bop e poi con il cosiddetto cool, divenne quasi definitiva per la rinascita del movimento beatnik. In sintesi, avvenne la naturale prosecuzione di quello che i fratelli maggiori (gli hipsters degli anni '40), avevano in qualche modo anticipato e profetizzato.
Tutto era pervaso da una perenne iterazione tra jazz e poesia, improvvisazione mistica ed energia spirituale. La teoria del respiro dei sassofoni coincideva con l'emissione delle parole e delle frasi "come se fossero respiri diversi della mente (5)".
Si narra che Ferlinghetti fu il primo in assoluto a improvvisare sulle musiche, il testo di Autobiography, mentre Howl di Allen Ginsberg, aveva già fatto il suo devastante ingresso dalla porta principale di una società fin troppo perbenista e altamente rappersentativa della "mollezza" dei fiftyes.Nel frattempo durante il suo celebrato vagabondare, un altro personaggio come Jack Kerouac, ebbe anche il tempo di incidere alcune cover di Frank Sinatra tutt'ora non pubblicate mentre possiamo ascoltarlo nelle reperibili ristampe antologiche della Rhino intitolate The Jack Kerouac Collection e The Beat Generation (7).Hughes ebbe invece modo di incidere con il grande contrabassista Charles Mingus, a sua volta compositore delle musiche di un'interessante improvvisazione cinematografica nel film Shadows, girato dal poliedrico regista John Cassavetes (8). Pochi mesi prima (dicembre 1957), in Ascenseur pour L' echafaud, opera d'esordio di Luis Malle, anche il "divino" Miles (Davis), aveva contributo alla creazione istantanea della colonna sonora, costituita da musica totalmente composta e improvvisata durante la proiezione del film, che scorreva senza sonoro, in sala d'incisione.Altri mirabili esempi di interventi vocali e musicali, giungono fino ai nostri giorni con The Lion For Real (Island, 1989), poesia di Allen Ginsberg appartenuta al corpus creativo di Kaddish e provvidenzialmente inserita da Fernanda Pivano in Juke Box all'Idrogeno. L'opera fu prodotta da Hal Willner, che in seguito realizzò un omaggio a Charles Mingus nell'inquietante lavoro discografico Weird Nightmare: Meditation On Mingus. Non nuovo a certe operazioni di "riciclaggio", nell'85 Willner aveva realizzato anche un omaggio a Kurt Weill all'interno del bellissimo Lost in the Stars. Guardacaso, proprio il compositore tedesco oltre che con Brecht, collaborò anche con Langston Hughes in Street Scene opera datata 1947.Tornando a The Lion..., Ginsberg si rivelò decisamente innovativo anche per questo progetto, chiamando in causa varie personalità del jazz moderno: Bill Frisell, Arto Lindsay, Rob Wasserman, il compianto Don Cherry ed il bassista elettrico Steve Swallow.
In Europa - territorio in cui il jazz ha subìto una più che positiva metamorfosi nell'arco di un trentennio grazie ad un processo inarrestabile di contaminazioni popolari ma anche all'incisiva influenza della musica moderna contemporanea - il discorso si riflette con grandi risultati nel campo artistico-teatrale. In netto anticipo su certe ipotesi di lavoro, era stata la stessa corrente dell'espressionismo a segnare l'avvio di una stagione di nuovi sconvogimenti culturali, caratterizata dalla violenza di pittori del calibro di Kirchner, Hackel e Pechstein. Anche il cosidetto neo-oggettivismo, brillò di luce propria con gli ampi squarci aperti in direzione dello sperimentalismo sociale, quello per intenderci, intrapreso ossessivamente dalla psicologia alienante e scheletrica di Brecht, ma sostenuta anche da altri precursori dell'interiorità quali Toller e Keiser.
Tale periodo storico rimarrà comunque irripetibile, sia per i numerosi elementi di rottura che caratterizzarono i meravigliosi percorsi intrapresi all'inzio del secolo, sia per il costante indirizzo creativo che si fermò, forse solo parzialmente, a causa della seconda guerra mondiale e che ne modificò irreparabilmente il suo corso. Innovatore, ma a sua volta anche protagonista nell'importante ruolo di trait d'union tra la musica eurocolta e l'informale libertà del jazz d'oltreoceano, Giorgio Gaslini prende parte concretamente a numerosi ed importanti percorsi storici che abbracciano più di un cinquantennio di musica ed altro. Nato a Milano nell'ottobre del 1929, la sua attività come compositore, pianista e direttore d'orchestra, lo pone al di sopra di quella "particolare" situazione di ristagno venutasi a creare nel panorama del jazz italiano dei primi anni Cinquanta.L'illuminante progetto che Gaslini caparbiamente tutt'ora persegue, quello di una cosidetta musica totale, tende principalmente a sottolineare, l'integrazione socio-culturale tra i due poli tradizione-avanguardia, nell'assoluto movimento di una indipendenza creativa fuori da ogni schema distante da una convenzionale logica compositiva. Dopo aver conseguito nel 1951 ben sei diplomi, presso il conservatorio di Milano, la poetica di Gaslini esplode dirompente con Tempo e relazione, 1957, opera che apre un nuovo varco tra la struttura ordinaria delle partiture ed un più ampio spettro di sintesi nel ridisegnare il concetto strumentale di improvvisazione.Da qui ne consegue la costruzione di un'inesauribile laboratorio di ricerca, che si è in seguito ampliato paralellamente con le composizioni di numerose colonne sonore, tra le quali non vanno dimenticate quelle del film La notte, uno dei capolavori più prestigiosi di Michelangelo Antonioni e de Un amore, pellicola diretta da Gianni Vernuccio e tratta dall'omonimo romanzo di Dino Buzzati.
Tale rapporto proseguirà nel tempo, interrotto dalle frenetiche partecipazioni a imperdibili seminari, incisioni, recital di musiche di Weill o di Gershwin, fino ad un'altra importante prova teatrale del 1990, con la suite che comprende Masquerade, composizione presente all'interno de I Paraventi, lavoro firmato dal poeta e scrittore francese Jean Genet (1910 - 1986).
In questo caso, il referente letterario, convive intatto nella sua evoluzione espressiva con una costruzione immaginifica e mobile che s'insinua trasparente tra verità e ricordo, tra inscindibile formazione musicale e segreta scansione poetica. Universo ipoteticamente teatrale, dove le "inevitabili" figure del jazz sono il canto stesso di un declamare profondità e spazio. Graffiante furore del pentagramma e sfuggente musica aereiforme. Ma se si vuole a tutti i costi individuare una certa eredità, raccolta dalla volontà di rieleborare determinati dettami, intercorsi tra il nuovo jazz degli Sessanta e ciò che è rimasto del free e del jazz-rock, forse è da citare, in coda al terrificante conformismo degli anni Ottanta, il movimento creato da un manipolo di musicisti-saltimbanco della nuova generazione statunitense convogliati nell'ingarbugliato filone dalla cosidetta M-BASE. Nell'impensabile paragone tra la Beat Genaration e la M-BASE, resistono ugualmente determinate insofferenze poetiche, l'uso della parola quale ordigno di protesta e di irriverente irrazionalità. Parola declamata violentemente tra congiunture rap e solide escandescenze del più movimentato Funky elettrico. Testi spesse volte riferiti al quotidiano ma non certo privi di quella esplosiva tensione che è caratteristica della più fresche delle espressioni nere. Veicoli di questo strataggemma, che a nostro avviso hanno ormai fatto il loro corso, nel campo della recitazione poetica/musicale, sono stati alcuni profeti di questo sotterraneo teatrino traballante, i cui nomi, per chi segue da vicino il jazz contemporaneo, rappresentarono concretamente un simbolo transitorio - anche se alquanto discontinuo - di rinnovamento e di continuazione: Steve Coleman, Greg Osby, Cassandra Wilson e, mantenedo certe distanze, Don Byron e le sue intemperanze kaddish. Da questa sede non si declamerà comunque la morte definitiva e certa di quel casuale e straripante connubio, che, nel legame assoluto generato dalla poesia e dal jazz, ha rintracciato al suo interno, percorsi paralleli o altre volte totalmente distanti da questi. Un briciolo magico e profondo gridato nel nome di una indissolubile bellezza.
Di una tormentata e spesso taciuta verità. fai click
qui per leggere alcune delle poesie degli autori
menzionati NOTE: (2) Impossibile di Sandburg non segnalare la sua vasta e prolifica produzione poetica iniziata nel come collaboratore della rivista Poetry, per poi estendersi con una prima pubblicazione di versi intitolata In Reckless Ecstasy del 1904 e proseguita con gli acclamati Chicago Poems (1916), Cornhuskers (1918), Smoke and Steel (1920), Slabs of the Sunburst West (1922), Good Morning, America (1928), The People, Yes (1936), Poems of the Midwest (1946), The Complete Poems of Carl Sandburg (1950), Harvest Poems (1960), Honey and Salt (1963). (3) Larkin oltre che poeta fu anche un potenziale batterista. Non intraprese
mai la carriera musicale ma si esibì spesso ad Oxford in giovane età. (4) Jack Kerouac: Sulla Beat Generation (1957). Articolo inserito in una breve antolologia di scritti di Kerouac dal titolo Scrivere Bop. Lezioni di scrittura creativa. Traduzione di Silvia Ballestra (Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, Milano,1996). (5) Riflessione di Kerouac, presente in Guida Alla Beat Generation, di Emanuele Bevilacqua (Theoria, Roma-Napoli, 1994). (6) Arrigo Polillo: Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana (Oscar Mondadori, Milano, 1975). (7) Presso l'etichetta Ryko, è stata pubblicata un'interessante antologia comprendente numerosi recital, pressochè inediti, dal titolo "Kerouac Kicks Joy Darkness" (1997). Al progetto hanno partecipato oltre agli interventi di Burroghs, Ginsberg, Ferlinghetti e dello stesso Kerouac, grandi musicisti appartenenti al versante rock: Patty Smith, Micheal Stipe dei R.E.M., Joe Strummer (ex Clash), Lydia Lunch ed altri. (8) Per una maggiore comprensione dell'apporto di Mingus in campo letterario,
segnaliamo il romanzo autobiografico Peggio di un Bastardo (Beneath The
Underdog, Marcos Y Marcos, 1971), scritto a quattro mani insieme al
saggista e giornalista bianco Nel King. © 2003 Jazzitalia.net - Gianmichele Taormina - Tutti i diritti riservati
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