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Non si può dire che non fosse già nell'aria. Da quando i dischi erano così diffusi (e quindi da venti anni e più) tutti gli assoli dei grandi jazzisti erano nell'aria e tutti li ripetevano, o almeno gli altri jazzisti li citavano per una sorta di omaggio nelle loro improvvisazioni, i crooners li ripetevano cantando scat frasi su frasi, la gente provava a canticchiarli riascoltandoli ammirata.
Tuttavia in quella serata dei dilettanti, un giorno di novembre del 1951, all'Apollo Theater di Harlem a New York, fece davvero impressione ascoltare un tale che rifiutava l'accompagnamento dell'orchestra per il suo turno alla gara di canto e si faceva invece accompagnare da un giradischi su cui suonava una versione della celebre canzone di Dorothy Fields e Jimmy McHugh "I'm In The Mood For Love" eseguita dal sassofonista James Moody (Savannah, GA, 26 mar 1925). Clarence Beeks
(King Pleasure: Oakdale, TN, 24 mar 1922 - Los Angeles, 21 mar 1982)
cantava all'unisono con il sax la variazione della melodia da quello improvvisata per un lungo chorus e mezzo. Ma la vera sorpresa era che aveva aggiunto a tutto l'assolo un testo nel quale utilizzava parole di uso quotidiano e addirittura dello slang. Vinse facilmente.
La Prestige Records gli fece subito firmare un contratto e cambiare nome in King Pleasure. La canzone fu ribattezzata " Moody's Mood For Love" ( Blossom Dearie
(East Durham, NY, 28 apr 1926). "Moody's Mood" fu subito un vero successo, balzando immediatamente al primo posto nella hit parade delle vendite.
Che dire della critica? In un primo momento il successo di "Moody's Mood" fu ignorato o segnalato senza entusiasmo. Leonard Feather, critico musicale della rivista Down Beat e produttore discografico di jazz, si rese comunque conto della novità:
Personalmente ho avuto la sensazione che Mr Pleasure avrebbe fatto meglio a proporre la sua ingegnosa idea a qualcuno che la potesse interpretare in modo più corretto, data la limitatezza delle proprie qualità vocali…
Alla fine del 1952 la rivista Down Beat dichiarava "Moody's Mood" disco dell'anno per la categoria rhythm and blues.
Proviamo a vedere com'è costruito questo vocalese. Il testo è una parafrasi della song originaria che viene continuamente citata.
Dopo il primo chorus di 32 misure del sax, segue il bridge di otto misure suonate dal pianoforte su un registro più acuto. Il vocalese inserisce qui una parte cantata nel disco da una voce femminile (Blossom Dearie) che mantiene il registro acuto originario, dove il testo racconta la risposta disinibita e rassicurante della donna cui è rivolta la canzone (misure 33-40). File Audio King
Pleasure (
Nelle numerose versioni successive di questo vocalese, alcune conservano la divisione tra la parte maschile e la parte femminile, mentre in altre versioni è lo stesso cantante ad eseguire anche la cosiddetta "parte femminile", come ad esempio Eddie Jefferson nella versione del 1977 (The Main Man, Inner City 1033, 1977) che canta in un comicissimo falsetto, oppure Mark Murphy nel 1982 (The Artistry of Mark Murphy, Muse, MR5286, 1982) che invece trasporta tutto con effetto comico nell'ottava più bassa aggiungendo: "and the lady said with her very deep voice".
A questo punto però, è necessario svelare la vera identità dell'autore del testo del vocalese. Si era infatti presto scoperto che l'ideatore delle lyrics adattate all'assolo di Moody, e quindi il vero padre del vocalese, era un cantante e ballerino di tip tap di Pittsburgh, chiamato Eddie Jefferson (Pittsburgh, PA, 3 ago 1918 - Detroit, MI, 9 mag 1979), che si esibiva spesso in coppia con un altro cantante e tap dancer, Irv Taylor. La loro invenzione era proprio quella di citare famosi assoli di jazz durante i loro numeri di ballo con l'aggiunta di testi scritti da loro stessi: il vocalese. Ecco raccontò il fatto lo stesso Eddie Jefferson:King Pleasure mi veniva spesso a sentire a Cincinnati nel 1947, '48. Poi, intorno al 1951 mi sentì cantare "Moody's Mood" al Cotton Club di Cincinnati, mi pare che facesse il cameriere. Stava lì seduto ad ascoltare. Non sapevo neppure chi fosse. Sapevo che gli piaceva la musica ma non sapevo che volesse diventare un professionista. Quando se ne andò a New York incontrò mia moglie, Tiny Brown, una grande cantante che incideva per la Capitol. Lei gli insegnò "Moody's Mood For Love" e Bob Wienstock Sr., il proprietario della Prestige, lo registrò. Poi (Weinstock) cercò la fonte e mi mandò a chiamare a Pittsburgh, e fu così che io registrai per quell'etichetta (Kirk Silbee "Intervista a Eddie Jefferson" Coda, n.203, aug.1, 1985 (reg. mar.22, 1978)
King Pleasure non fece nessuna difficoltà a riconoscere la paternità delle lyrics di Eddie Jefferson. In seguito, come vedremo, seppe regalarci alcuni suoi splendidi vocalese. Trascrizione di Moody's Mood: pagina 1 - pagina 2
Una testimonianza: Al Young Certo adesso ci è difficile immaginare che per i giovani afro-americani del 1952 "Moody's Mood" possa essere stato qualcosa di potenzialmente rivoluzionario quanto lo
è oggi per loro il rap.
Ce ne dà una testimonianza lo scrittore african-american Al Young. Nato nel 1939, ha scritto molti racconti, che chiama musical memoirs, ciascuno dei quali porta il titolo di un famoso brano musicale con cui in modi diversi ha attinenza. Uno di questi racconti si intitola appunto "Moody's Mood For Love", da cui è tratto questo brano in cui Young ci dà anche una bella definizione del vocalese come il modo per tradurre in parole quello che l'improvvisatore dice con la sua musica:Quello che ci piaceva fare alla Hutchins Intermediate School a Detroit era di riunirci – tutto il gruppo, da una mezza dozzina a una decina di ragazzi – e camminare per i corridoi o stazionare vicino al negozio di alimentari laggiù dalle parti di Woodrow Wilson oppure girare per le strade cantando "Moody's Mood For Love" forte all'unisono come una calcolata vendetta per spazzar via adulti e altri squares; tenerci lì dove volevamo che stessero: a debita distanza e fuori dai fatti nostri. Nella colonna sonora del film della tua mente, ci potresti facilmente immaginare e sentire, sciocchi e festosi, arroganti come topi cittadini che tirano via lo zerbino da sotto i piedi dei cugini campagnoli più lenti: vale a dire, chiunque altro che non conoscesse le parole di questa ingegnosa versione vocalese del solo di sax alto che James Moody aveva fatto per la Prestige. …"There I go/There I go/There I go/Therrrre I go…" è quello che Pleasure aveva sentito sussurrare Moody mentre cominciava a poetare l'urgenza della sua emozione in un assolo che raccoglieva schiettezza nel modo in cui un oggetto avvicinandosi alla velocità della luce accumula massa e diventa più piccolo fino a che il tempo si ferma. Questo è quello che aveva detto Einstein, ed ecco che Moody – come ogni jazzista fuoriclasse – raccontava la stessa storia in note musicali che erano ben lungi da risuonare come le aeree dolci nullità che eravamo abituati ad aspettarci dalle canzoni popolari… C'è il sospetto che quei versi fossero di Eddie Jefferson. Chiunque li abbia scritti, quelli erano versi d'amore che passavano oltre le stanghette di battute e le formule, che erano concreti – "Dolcezza/Tu sei quella che/Mi controlli con uno schiocco" C'era qualcosa in esse di terribilmente vicino alla realtà e, poiché seguivano la calda struttura di Moody, nel modo che nel jazz si raccontano per tradizione le storie, queste erano parole che noi potevamo assaporare nelle nostre bocche mentre cantavamo pronunciandole. Nel momento in cui ciascuno di noi sentiva che stava per arrivare il primo punto culminante, tutto il gruppo si fermava e alzavamo le braccia al cielo. Ci guardavamo l'un l'altro pregustando l'effetto un attimo prima che il battere ci dicesse che era il momento di cantare a squarciagola: "Ohhh, baby/You make me feel so good/Lemme take you by the hand…" …La verità è che tutti continuavamo a comporla, ancora e ancora, ogni volta che la cantavamo. (Al Young "Moody's Mood For Love" in Things Ain't What They Used To Be, Berkeley, Creative Arts Book Company, 1987) Pensate un po'. L'appartenenza al gruppo era definita dalla capacità di cantare o meno il brano all'unisono con gli altri ragazzi. Anche se la canzone era molto popolare, non era tuttavia né facilmente orecchiabile né "canticchiabile", sia a causa della tessitura molto estesa (da note assai basse a note acutissime di falsetto), sia perché ritmicamente difficile. Proprio per questa ragione i ragazzi ne avevano fatto il proprio inno, così che tutti quelli che non erano capaci di cantarla erano definiti "squares" e quindi fuori dal gruppo. Pensate anche quanta distanza generazionale tra quei ragazzi e i loro genitori che avevano vissuto gli anni della guerra e che erano stati (ed erano ancora) amanti dello swing e della musica da ballo, fatta per muovere i piedi e distrarre la mente. I ragazzi non si riconoscevano in una musica di sottofondo. L'atto di cantare quel brano corrispondeva all'atto creativo, compositivo dello stesso ("we were all composing it, over and over, everytime we sang it" dice Al Young), atto di partecipazione totale consentito solo a chi si fosse addentrato nel linguaggio e nell'appartenenza al gruppo. E' ovvio che questi ragazzi avevano imparato le complicate evoluzioni melodiche suonando e risuonando il disco di King Pleasure. Il medium di fruizione del vocalese è il disco (e non, per esempio, la radio) e questo fatto accomuna subito il vocalese al bebop e lo distingue ad esempio dalla musica di sottofondo, dalla musica per film e dallo stesso swing. © 2003 Jazzitalia.net - Giuppi Paone - Tutti i diritti riservati
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