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Faro , città del sud del Portogallo, dai sapori e colori meridionali, è il titolo di quest'opera seconda del quartetto (che, in alcune esperienze, è divenuto anche quintetto con la partecipazione di Gianluigi Trovesi).Il lavoro si muove tra tematiche tanto diverse quanto affascinanti, ricche di storia e di cultura del mondo. Un sapiente dosaggio di ritmi e contaminazioni che viaggiano tra le note del jazz, alcune volte lambendole ed altre immergendosi. Tutte le composizioni sono originali ed a prevalente firma di Zanchini e Batoli (Rodriguez è autore della sola Tataranz). Lo stile è confuso, ma nel senso positivo del termine e, d'altronde, non potrebbe essere diversamente, poiché le terre di mezzo sono proprio quei brevi tratti di terra, chiusi tra i campi coltivati e le strade intersecanti gli stessi, dove si posano i semi d'ogni genere e specie e che danno vita alla sterpaglia. Tale forma variegata di arbusti è l'identità musicale del gruppo, privo di schemi, di "potature" musicali, di cure leziose. La loro musica si muove perfettamente in tal senso. La loro libertà musicale, mentale, si evidenzia anche nei titoli dei brani, sempre ai limiti del possibile (o dell'impossibile).Al tema richiamato con decisione dalla fisarmonica di Zanchini, fanno eco gli altri strumenti, fondendosi e dipanandosi al tempo stesso. Il brano d'apertura, Faro è la perfetta sintesi dell'intero prodotto: svaria passando dalla forza etno-romagnola di una pseudo mazurca allo swing, al be bop più puro. La maestria del quartetto sta nell'effettuare i cambi di tempo con particolare rapidità incitati dal tocco di Fioravanti.O.v.m.u.r., acronimo di "ogni vita merita un romanzo", si apre con un serrato dialogo tra la fisarmonica di Zanchini e la batteria di Fioravanti, un dialogo maschio al quale, d'improvviso, prende parte, con una iniziale femminea voce, il sax di Rodriguez. La possanza del suono ossessionante torna con Moreddu, brano già contenuto nel Cd d'esordio del trio. Agli interventi sperimentali de L'edonista poligamo, segue la tristezza novembrina, dal sapore vagamente parigino, di Mir Mirò, il cui main-theme è sorretto dal sassofono di Rodriguez. Tataranz, dai ritimi arabeggianti, con una particolare forza da "sud del mondo", è un intrecciarsi di cambi di tempo sorretti dalle leggere cavate di Batoli. Morte accidentale di un anarchico è la crasi tra swing, be bop, con variazioni tonali tanto disarmanti quanto imprevedibili. La cantabilità di Markastor, sapientemente sottolineata dal contrabbasso di Batoli e ravvivata dal sax e dalla fisarmonica, ci spinge vero i lidi soleggiati dell'america latina. Anche L'ultimo dei Moigatti è investita di forte cantabilità, dotata di un sound trascinante che invita alla danza, anch'essa mutuata dal repertorio latino-americano. Il brano è ironico, così come è ironica l'esecuzione di Fioravanti che "tambureggia" il suo particolare "carnaval". Si chiude, giustamente, con un Caffè Finale che investe la musica jazz degli anni '20, '30, '40 ed i nostri tempi.
L'intero lavoro sembra essere un viaggio iniziatico attraverso la storia e la cultura dei tempi.
In tale personale percorso del trio si è inserito, con ragguardevoli risultati, un nuovo adepto: Ettore Fioravanti, sempre pronto ad accogliere nuove sfide.
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