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Per chi, negli anni, ha seguito le loro parallele e spesso convergenti carriere artistiche, era evidente, quasi inevitabile, che David Binney ed Edward Simon avrebbero ben presto deciso di realizzare un disco in comune. La loro associazione musicale è ormai rodata da innumerevoli collaborazioni, sia su disco che dal vivo, e il loro interplay – come gli ascoltatori di questo splendido album stanno per valutare di persona – ha raggiunto un alto, quasi telepatico, livello di comunicazione.
Come Greg Osby, con il quale vanta non poche affinità, Binney ha le capacità e la determinazione di intraprendere percorsi stilistici paralleli ma spesso complementari: da un lato i propri ensemble, di impostazione prevalentemente acustica, che vedono all'opera un nucleo intercambiabile, ma sostanzialmente stabile, di collaboratori; dall'altro il gruppo cooperativo e sperimentale Lan Xang, le cui due uscite discografiche avrebbero meritato ben altra considerazione critica; poi la militanza in un gruppo elettrico, i Lost Tribe, la cui esperienza si è probabilmente conclusa dopo tre album ma che vanta uno status quasi di culto tra i colleghi musicisti; e la partecipazione, infine, a lavori di prestigio e di buona notorietà come i due volumi mahleriani di Uri Caine o il riuscitissimo disco del contrabbassista Drew Gress per la Soul Note, "Heyday". Degno di nota, ma soprattutto indicativo di un forte senso di comunità, è il fatto che alla maggior parte dei succitati progetti collabori un numero abbastanza ristretto di musicisti; dall'onnipresente contrabbassista Scott Colley, autentica spina dorsale del jazz degli anni '90 e, crediamo, degli anni a venire, al batterista Jeff Hirshfield, dal chitarrista Adam Rogers al sassofonista Donny McCaslin. Ma il rapporto privilegiato, l'asse portante, è la grande affinità esistente tra David Binney ed Edward Simon, che mai come in questo nuovo lavoro aveva comunque trovato piena realizzazione.
Ma l'elemento più significativo di "Afinidad" è l'aver scelto (o l'essere stati scelti da?) la musica latina come denominatore comune e comune terreno di incontro. A pensarci bene, non poteva forse essere altrimenti. Entrambi i leader – Binney e Simon – sono originari di luoghi non certo ad alta concentrazione jazzistica. Binney è nato in Florida ma cresciuto a Ventura, nella California del Sud; splendida città, la cui fama è essenzialmente legata al suo più celebre residente, lo scrittore Erle Stanley Gardner, il creatore di Perry Mason. Simon, come si è già detto, viene invece dal Venezuela. Mondi apparentemente lontanissimi, ma che trovano un forte legame quando si pensi che a Ventura, giusta la sua vicinanza al confine, è fortissima l'influenza della cultura messicana e latina in genere, e che la nascita di Binney a Miami lo ha sicuramente esposto – fosse anche a livello inconscio – al richiamo di Cuba. Ecco quindi che l'intero disco è attraversato - proprio come un fiume sotterraneo il cui corso, a volte, esce alla luce del sole - da situazioni e richiami alle culture centro e sud americane, non solo di matrice popolare ma anche, come nel caso dei due suggestivi aforismi di Alberto Ginastera, di rigorosa impronta novecentesca. Ecco quindi che l'intero disco può vantare una sapiente mise en scéne, nella quale i due brevissimi pezzi di Ginastera, non casualmente sistemati al centro del programma, hanno funzione di perno, di vertice; verso il quale sale la prima parte dell'album, con il picco emozionale di Aguantando – che non a caso prevede l'impiego della voce – e dal quale scende lentamente la seconda parte, piano piano placandosi dopo l'intensa esecuzione di Mi Querencia. Da lì, "Afinidad" va a sfumare nel quieto camerismo degli ultimi brani, che vedono prevalentemente all'opera il duo sax alto-pianoforte. Ecco quindi che ci si allontana dall'ascolto di "Afinidad" con un peculiare senso di compiutezza, quasi come al termine di un pasto preparato da un grande cuoco, durante il quale abbiamo scoperto, quasi con stupore, che tutti gli ingredienti erano al posto giusto e contribuivano, ciascuno per la sua parte, al risultato finale. E' giusto, per concludere,
citare il significativo contributo apportato alla riuscita dell'insieme dagli
altri componenti del gruppo, dai percussionisti Brian Blade e Adam
Cruz al chitarrista Adam Rogers, con una particolare menzione per Scott
Colley, eccezionale contrabbassista la cui perfetta intonazione e la
straordinaria versatilità gli consentono di trovarsi a proprio agio in
qualunque situazione e, in più, di offrire un contributo decisivo alla
chiarezza dei piani sonori – punto fondamentale in una musica come quella di
Binney e Simon, che fa della cura dei particolari e della nitidezza delle linee
melodiche, spesso sovrapposte, uno degli elementi cardine della propria poetica.
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