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Capita di rado, coi dischi: ascoltare una musica nuova, per scoprire dopo qualche ora che continua a «suonarti dentro». Un effetto ancor più sorprendente, perché mai immagineresti un tale impatto musicale da un gruppo che non hai mai sentito nominare. E non può che funzionare così, perché il pianista Yaniel Matos fornisce al Mani Padme Trio una serie di composizioni i cui temi sono di una bellezza allibente: lirici e cantabili, intensamente romantici o spigliatamente ritmici, sempre comunque capaci di scandagliare in profondità l'animo umano. C'è poi il segreto del tempo, che è sempre giusto: i Mani Padme trovano per ogni pagina quello stacco che rende la melodia, più che una frase suonata, una formula magica. Il brano che dà titolo al disco, Um dia de chuva, è trascinato con una lentezza il cui fluire ipnotico è la dimostrazione di cosa voglia dire, nel jazz, centrare il groove perfetto per un tema. Nel pianismo di Matos c'è un senso beethoveniano dell'armonia, uno staccato che sta tra Bach e un giovanissmo Brubeck, un senso del classico in jazz che avrebbe fatto gola a John Lewis. Il suo fraseggio disteso dà l'impressione di un jazz all'europea, non fosse che mai si è sentito un gruppo europeo suonare così, perché sullo sfondo ci sono comunque Cuba e il Brasile colti in una dimensione intima e insolita. Il piano trio jazzistico, così, pare sorpassare d'un balzo l'eredità di Bill Evans e Keith Jarrett. E che tutto ciò venga da un gruppo sudamericano, beh… è una delle tante meraviglie della natura di cui la scienza deve ancora trovare una spiegazione razionale. Perché dove ti aspetti di trovare una samba o qualsiasi altro ritmo latin, succede invece che l'unica evidenza sudamericana è l'impiego percussivo della batteria. Il resto è un geniale ripensamento della convivenza tra afro-americano e afro-latino, con un modo di tenere il ritmo che è come un rapido scorrere di sipari. Per chi fosse saltato alla fine senza leggere ciò che precede: un
disco di un intimismo affascinante, un gruppo che è una rivelazione
imperdibile.
Formato nel 2002, il trio Mani Padme
ha registrato il suo primo CD a San Paolo nel febbraio 2003. Il disco è il frutto dell'incontro paritario fra il pianista cubano
Yaniel Matos e i brasiliani Du Moreira (basso) e Ricardo Mosca
(batteria).
Yaniel Matos
Du Moreira
Ricardo Mosca Mani Padme è una denominazione insolita per un trio jazz.
Il nome richiama infatti una cultura lontana dalle radici della musica nero
americana, ma che si rivela invece vicinissima al jazz se si considerano i
valori universali che questo idioma musicale ha assunto nel corso della sua
storia. Mani Padme è il mantra più sacro e importante del buddismo tibetano (Om
mani padme Hum). La sua traduzione letterale significa "colui che porta gioielli
e loto" e si riferisce all'aspetto del Budda compassionevole (Chenresig). Nelle
sue sei sillabe questo mantra mostra la via per l'illuminazione con una serie di
istruzioni sintetiche e precise. Così ogni sillaba richiama un significato e
questo, a sua volta un diverso livello di comprensione e di elevazione. OM sta
per il corpo, la parola e lo spirito del Budda. Attraverso questa sillaba si
perviene alla purificazione di corpo, parola e mente. MANI si riferisce alla
mente compassionevole e alla capacità di raggiungere l'illuminazione non per
propri fini, ma per poter così alleviare le altrui sofferenze. La compassione si
muta quindi in saggezza, simbolizzata dalla parola PADME (loto), il fiore che
affonda le sue radici nella melma, ma che cresce splendido e puro in piena luce.
La saggezza sta nel riconoscere le cause delle sofferenze altrui, che risiedono
nell'ignoranza della propria specifica natura. Il saggio sa che la vita non è
occasionale, isolata e a sé stante, ma è interdipendente e collegata a tutte le
altre forme viventi. HUM, infine, rappresenta l'unità di compassione e saggezza.
Rivelato il significato del nome del trio, risulta evidente anche l'orientamento
musicale della formazione, che tende a una sintesi superiore e a trasmettere
allo spirito una sensazione di pace e di serenità. Non appena si ascoltano le
prime note di Um dia de chuva (un giorno di pioggia), che rappresenta uno
straordinario esordio discografico, l'attenzione viene catturata dalla
profondità e dalla poesia che pervadono l'intera incisione, così come dalla
grande emozione di scoprire la bellezza nella semplicità. Se decidiamo poi di
annullare le nostre categorie mentali e di lasciare scorrere la musica
attraverso noi, sino a farla giungere al nostro cuore, Um dia de chuva ci
svelerà la sua essenza più vera. È quindi riduttivo parlare di Mani Padme come
un qualunque altro trio jazz, così come sarebbe superfluo andare a ricercare
similitudini stilistiche con altre formazioni o con quelle incisioni permeate da
una forte spiritualità. Um dia de chuva, infatti, non appartiene a una categoria musicale precisa e identificabile, se non a quella ampia e omnicomprensiva della grande musica, quella che riesce a trascendere le intezioni dell'autore stesso sino ad assumere valenza universale. La musica di Mani Padme ha il ritmo del respiro, la profondità di un pensiero, la gioia di un sorriso, la vitalità della corsa di un bambino. È semplice, spontanea, immediata e parla direttamente all'anima. È musica che solo i grandi artisti sanno creare.
"Un suono intenso e presente, la cui ricchezza armonica è ideale per sprigionare il senso di lirico intimismo del trio sudamericano."
When musicians get together to play, compassion should always be the ultimate goal. In a nutshell, compassion means emotional telepathy, the act of feeling what the others feel. It is that beautiful thing that happens when people are deeply connected through love. Playing in a compassionate way, the different members of a musical group can feel each other's notes and ideas much before they are actually played. Responses come from deep within their souls allowing different musicians to feel like one.
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