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"L'Asia inizia in Landstrasse",
commentava Metternich nel 1820, ironizzando sulla estesa via imperiale che
dalla capitale austriaca conduceva in Ungheria. Egli probabilmente avrebbe
condiviso l'opinione dell'Arciduca Franz Ferdinand (il cui assassinio, a Sarajevo,
avrebbe innescato la Prima Guerra Mondiale), il quale sosteneva che il fatto
che gli Ungheresi appartenessero all'Europa era "una prova di cattivo gusto". D'altronde, nel
1995, nel pieno del
conflitto balcanico che aveva lacerato l'ex-Jugoslavia, un corrispondente di un
noto quotidiano europeo, scrivendo di Zagabria, esprimeva meraviglia per il
fatto che la città fosse "più europea che
balcanica", ribadendo una concezione curiosamente comune, e cioè che in
qualche modo i Balcani possano essere radicalmente estranei all'Europa. La
conoscenza di quella complessa e variegata area geografica e culturale,
d'altronde, implica automaticamente una nuova conoscenza della cultura europea,
soprattutto se si considera quell'estensione - abitualmente definita Zwischenländer, le terre di mezzo - che
si estende dalla Grecia alla Finlandia,
che viene ulteriormente definita dalla Germania e dall'Italia centrali,
e che non può definirsi interamente né orientale né occidentale. L'Ungheria può
studiarsi con l'Austria o solo con gli stati balcanici? Si studia solo
l'influenza asburgica o quella orientale? Troppo genericamente si parla di Est
europeo, e questa genericità si è poi accentuata durante il periodo della
Cortina di Ferro. E' curioso notare come spesso si trascuri (ma recenti episodi bellici ce lo hanno tristemente ricordato) che l'Italia lambisce cospicuamente le complesse realtà balcaniche e che, ad esempio, Trieste è una realtà complessamente "di frontiera", stretta nell'abbraccio fra il passato mitteleuropeo e quello più strettamente balcanico. Si dimentica, salvo che nel subitaneo risveglio che ci impongono drammatici fatti di cronaca bellica o quotidiana, che una vasta estensione delle coste italiane si affaccia sull'Albania (la cui influenza culturale e linguistica ha da lungo tempo permeato alcune delle nostre regioni) e sulle aree che un tempo costituivano il complesso puzzle etnico dell'ex-Repubblica Jugoslava, tasselli del costante rapporto storico che la nostra penisola ha intrattenuto e intrattiene anche con il vicino Oriente. Pur in un contesto irridentemente ironico, Metternich esprimeva una complessa verità: per quanto l'impero asburgico avesse inglobato parte delle aree balcaniche, assimilandole a quel coacervo di nozioni politiche e culturali che va sotto il nome di Mitteleuropa, una ben cospicua parte degli stessi Balcani, dalla Bosnia alla Grecia, pur tra molteplici conflittualità, ebbe a relazionarsi con un'altra composita realtà come quella dell'impero ottomano (con tutto ciò che ne poteva conseguire). Non è forse possibile – difatti - comprendere neppure parzialmente la cultura balcanica se non si conoscono alcuni lineamenti di storia ottomana e altri della storia dell'impero asburgico. Le due entità sono di regola presentate come contrapposte, nella schematica semplificazione dello scontro fra la civiltà cristiana e quella islamica, fra quella occidentale e quella orientale. Dicotomie che ben raramente spiegano la caleidoscopica realtà dei fatti.
Balkan Project è una raccolta di microviaggi (si ascolti lo stralunato, volutamente sbilenco "Balaton Tango" che pure, nella sua apparente astrazione, riporta molteplici echi, brandelli, lacerti di melodie di un lontano Titanic di emigrati, smarrito nelle nebbie della nostra memoria), che forse può ben trovare un corrispettivo letterario in un affascinante lavoro di Claudio Magris come Microcosmi. Movimenti attraverso paesaggi, ambienti che potrebbero apparire trascurabili senza il vivace e pronto apporto dell'intelligenza e della sensibilità di una mente pronta a recepire i particolari: molteplici fattori di causa e di effetto che possono rendere peculiare e irripetibile l'esperienza più banale, come le sfaccettature di un prisma. Nel momento in cui la follia autodistruttiva violenta il nostro mondo e ridisegna i confini, Mario Fragiacomo, animatore del Mitteleuropa Ensemble, da triestino e quindi uomo di confine contrappone alla furia omicida (che ancora oggi squassa anche quei Balcani cui fanno inequivocabile riferimento questo sofisticato ed espressivo lavoro musicale: Svit se konca, "il mondo sta per finire", già scriveva nel XIV secolo un asceta riformatore glagolitico croato, "il mondo sta per finire, il sole declina,/E incalza l'oscurità mentre la giustizia svanisce e l'amore si ripiega") un'opera pacifica (per quanto complessa e suscettibile di molteplici letture) ricolma di memorie, di esempli di grande civiltà culturale, al di qua e al di là del confine, qualunque nozione tale termine comporti: etnia, religione o geografia. Per parafrasare ancora Magris, fra ogni nota pronunciata, si apre un infinito.
Il Mitteleuropa Ensemble pratica anche l'improvvisazione (nozione certo non sconosciuta nei Balcani), mediata però attraverso il mezzo improvvisativo che la tradizione africana-americana ha diffuso grazie all'articolazione del jazz (non stupisce perciò l'apparizione del blues, canto di universale sofferenza per definizione, in una pagina come "Beograd"). Balkan Project, se vogliamo, realizza con raffinata opera di pensiero la versione moderna, cosmopolita, volutamente instabile, di quelle orchestre popolari che nei Balcani hanno sempre provveduto alla diffusione musicale nei piccoli centri. Anche qui troviamo delle assonanze, perché se nella Germania del 1800 i piccoli gruppi orchestrali popolari o di ottoni venivano denominati kapelle, ecco che questo termine si trasforma in yiddish in "kapell" o "kapelyie", mentre fra la popolazione Rom, diffusa in tutti i Balcani e musicalmente estremamente presente, esso si adatta in kapelnik. Dalla Serbia alla Macedonia, i gruppi di ottoni appartengono a una tradizione creativa particolarmente accentuata, che prende l'avvio proprio dalle bande militari presenti nella tradizione ottomana, e che sostituirono, a partire dal 1828, le formazioni mehterhane dei giannizzeri, contribuendo anche alla progressiva scomparsa dell'antico oboe tradizionale (zurna, zurla o mizmar, ancora oggi comune in Serbia) e degli strumenti a percussione. Così, se nelle kapelyie ashkenazite si incontrano strumenti come il clarinetto e il violino, in quelle più tipicamente balcaniche si incontrano la tromba (trompeta), la cornetta (korneta), il sassofono (saksafon), che si alternano con il clarinetto (klarinet), la tuba, la fisarmonica (armonika) e il tamburo (tapan) o il darabuka. Anzi, proprio i Rom mantengono i maggiori legami con quella Turchia da cui cominciarono a emigrare sin dal XIV secolo, e preservano anche le tecniche di respirazione circolare che erano patrimonio dei suonatori di oboe. Altresì, temi più appassionati e romantici ricevono in turco il nome di gazel, derivato dal termine arabo ghazal, laddove la bellezza muliebre è paragonata a quella della gazzella nel deserto. Gli stessi temi sono denominati, rispettivamente, in macedone e in serbo, sevdak e sevdalinka, ma il concetto non è diverso, in quanto trattasi di termini che derivano dal turco sevda, che significa – non casualmente - passione o amore. In poche parole: che gli stili balcanici siano Turska (turchi), Romska (Rom), Bulgarska (bulgari), Romanska (romeni) o Srpska (serbi), sono evidenti la molteplice contaminazione a più livelli e - allo stesso tempo - una forte, radicata identificazione etnica.
L'asimmetrica
danza (lake, veloce, come impone la tradizione macedone,
alla quale la pagina si richiama) di "Dionisius" (che, non casualmente, evoca
anche l'estasi frenetica delle danze chassidiche, che anche in questo humus si sono
sviluppate) permette al Mitteleuropa Ensemble di agire come una calgija, quei tipici gruppi
strumentali macedoni che diffondono la tradizione popolare utilizzando
strumenti occidentali come il violino (che sostituisce la gusla a tre corde, affine alla gadulka
bulgara). Ed è ancora il sottile gioco di echi e rimandi della memoria a
rievocare – pur attraverso la mediazione di innumerevoli altre esperienze
musicali - le immagini di quei piccoli gruppi di musicisti ambulanti delle più
diverse etnìe che peregrinavano attraverso tutti i Balcani predicando un verbo
musicale di straordinaria ricchezza: ne scaturisce "Zhok Experimental Hora", una Hora (spesso conosciuta anche come doina), meglio una sorta di hora lunga
(un genere che, per quanto comune in Romania, è diffuso in varie forme in tutti
i Balcani, trova echi nel dumy ucraino
e non è certo estraneo a certi modi del maqamat
arabico), in cui il vocalizzo si sovrappone al canto e a un'articolazione
semi-parlata (di gran pregio l'intervento di Sabrina Sparti), che Fragiacomo
riprende abilmente al flicorno, creando un dialogo fatto – per l'appunto - di echi, in cui si delinea una capacità
evocativa a grandi spazi che occupa una struttura pressoché scheletrica, ricca
di interiezioni non-semantiche, di linee non modulate, di acuti suoni glottali,
di libera ed emozionante oratoria; né va disconosciuta (altro eco della
memoria…), in questo caso, l'importanza che la declamatoria cantillazione
ebraica esercitava nel suo rapporto stretto con pratiche esecutive metricamente
libere: l'hora o la doina appartengono per tradizione al
repertorio dei klezmorim, cioè di
quei musicisti ambulanti ebrei che nell'Europa orientale, assieme ai gruppi
zingari, diffondevano la musica a livello popolare, anche fra le comunità
cristiane. Non casualmente, interpretazioni di tali lavori sono riscontrabili
in numerose realizzazioni di gruppi klezmer
americani agli inizi del XX secolo, e non va dimenticato che lo stesso genere
musicale è stato adottato dal folklore israeliano, grazie all'influenza
culturale esercitata dalle comunità di emigrati provenienti dall'Est europeo. Balkan Project, pur nella sua ricchezza di intelligenti e notevoli materiali originali (si considerino pagine estremamente notevoli come Camilla o Il Taumaturgo) è, come già detto, soprattutto appassionante taccuino di viaggi, che pone innovativamente gli strumenti dell'improvvisazione - come una sorta di occhio vigile e curioso - al servizio di una rilettura che è anche inquieta indagine interiore, ricerca e ricognizione della propria identità. Gli interrogativi che esso ci pone – con malinconico e poetico senso di meraviglia - sono forse gli stessi che ci poniamo ogni giorno: "Chi siamo?", "Dove andiamo?", "Da dove veniamo?", "A chi apparteniamo?" Come ha scritto un'anonima poetessa serba in una pagina lanciata attraverso i non meno estesi e sconvolgenti spazi di Internet: Io sono il mio passato/e i sogni del mio futuro./Tutto ciò che ero,/lo sono oggi./Ciò che qui mi ha condotto/era allora il futuro/e ciò che adesso sento/presto sarà il passato./Vi è altro in me/oltre alla speranza/che nel domani/ attende dolente/ciò che ho perso ieri?/Questi sono i momenti/che diventano passato/quando la mente si duole/per le cose non fatte. Gianni M. Gualberto
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