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Count Basie "A Kansas City sembrava di essere a New Orleans. Era una città dove contava sopratutto il blues e questo era veramente ciò che mi interessava. Se mi sono innamorato di Kansas City è stato solo perché vi ho ritrovato il vero blues. Era semplicemente meraviglioso e non so neanche bene come è cominciato: improvvisamente molti ragazzi della regione si sono messi a fare quella loro fantastica musica…" (Count Basie) Il periodo che Basie trascorse alla Columbia è stato spesso oggetto di mistificazioni e scritture apocrife, soprattutto per la frammentarietà delle informazioni storiche che riguardarono i primi passi della sua formidabile carriera. Lo storico produttore Orrin Keepnews (già artefice della maggior parte degli splendidi box di casa Fantasy), ha avuto finalmente la possibilità di ridare un senso più definito a quel momento cruciale, con l'aiuto della tecnologia che per la prima volta si è applicata sulle registrazioni che apparvero su etichetta Vocalion, Okeh e Columbia tra il 1936 e il 1951, con un criterio che non riguarda solo la pur importante successione cronologica, ma soprattutto il cosiddetto "body of work", coerentemente inteso riguardo a organici e repertorio.Agli inizi degli anni '30 l'America si era appena lasciata alle spalle un periodo drammatico soprattutto dal punto di vista economico: anche il jazz ovviamente ne risentì e Basie, che in quel momento faceva il pianista in una quotata orchestra da ballo guidata dal contrabbassista Walter Page, ricevette un altra proposta da Bennie Moten per tornare a Kansas City insieme al cantante Jimmy Rushing e al suo primo leader, nella formazione più in voga del momento. Nel Missouri Count aveva trovato il primo ingaggio della sua vita, tornare da quelle parti non poteva quindi che fargli piacere. Con Moten si fece le ossa per cinque anni, e alla sua morte (avvenuta nel 1935), era ormai pronto per spiccare il balzo da solo. Dopo aver lavorato come solista in qualche cabaret, Basie all'inizio del nuovo anno trovò un ingaggio al "Reno", un locale abbastanza malfamato sulla 12esima strada, nel cuore del ghetto negro. La leggenda parte da qui: fonda un piccolo gruppo intorno alla figura del trombettista "Hot Lips" Page, ma insieme a loro due ci sono anche Lester Young e la tromba spiritata di Carl "Tatty" Smith, tutti accomunati in una estetica che fa dello swing il suo inebriante denominatore. Da quel locale spesso venivano effettuate delle trasmissioni radiofoniche: una sera è sintonizzato anche John Hammond, un uomo ricco e innamorato della musica al punto da consacrare la sua vita alla scoperta di nuovi talenti. Folgorato da quello che sente, il produttore arriva a Kansas City con un contratto da fare firmare con l'approvazione di "un certo" Benny Goodman. Nel frattempo alla chitarra arriva Freddie Green e alla batteria "Papa" Jo Jones: con quel formidabile supporto ritmico la Basie Orchestra ben presto non avrebbe avuto rivali. A quell'epoca c'era già la concorrenza di altri formidabili leader come Duke Ellington, Louis Armstrong, Artie Shaw e Chick Webb: fu così che nei primi giri a Chicago e New York, voluti fortemente da Hammond, l'accoglienza non fu quella sperata anche perché sul mercato discografico non c'era niente che documentasse i fermenti nati a Kansas City. Il 9 ottobre del 1936 Basie e suoi incidono per la Vocalion quattro fra i loro brani preferiti, "Shoe Shine Swing", "Evening", "Boogie Woogie" e "Oh, Lady Be Good!": Young è già un magnifico musicista nel linguaggio declinato che è il cosiddetto stile "jump" che deriva dai riff del blues; gli arrangiamenti scritti sono pochi anche perché non tutti tra i suoi solisti sanno leggere la musica, meglio mandare a memoria dei semplici passaggi che una volta eseguiti, liberavano una tale carica da rimanere ben impressi nella mente di chiunque li stesse ascoltando. Nel primo e parte del secondo cd (un totale di 30 brani appannaggio quindi degli organici ristretti), anche un raro estratto delle sedute riguardanti i Basie "Bad Boys" del 1939 (apparse però solo nel 1951), che mostrano l'abilità del leader nel suonare l'organo, oltre a una serie di preziosi soli infilati da Lester Young il quale continua a splendere nei "Kansas City Seven" di qualche mese dopo, con quella "Lester Leaps In" che diventerà il suo marchio di fabbrica. Del 1942 è invece la session con gli "All American Rhythm Section" che aggiungeva il perentorio sax di Don Byas alla straordinaria abilità del Conte nel citare il piano stride o il boogie-woogie ai suoi aforismi pianistici. In chiusura un altro paio di sedute con formazione allargata ad ottetto: la prima è del 1950, con un'altra formazione stellare che comprendeva anche Buddy De Franco, Buddy Rich, Charlie Rouse, Serge Chaloff e Clark Terry, mentre nella seconda (1957), ci sono anche Wardell Gray e Gus Johnson. Un'autentica lezione di cosa volesse significare lo swing in 4/4, un sinonimo della musica di Basie, qui sigillato in maniera pressoché definitiva. Dalla metà del secondo cd fino a tutto il terzo (per 32 brani complessivi), c'è invece un compendio delle sue leggendarie orchestre fino al 1951, caratterizzate dallo stesso sound incalzante che si poggiava su una spinta ritmica che non aveva eguali, grazie anche a una galleria di solisti senza eguali. Fra tanto oro è veramente difficile scegliere, anche se "9:20 Special" (con la partecipazione straordinaria di Coleman Hawkins), "One O'Clock Jump", "Tickle Toe" e "Louisiana" sono divenuti negli anni degli autentici testi sacri: Basie coordina i suoi con interventi di pregevole fattura: mentre la mano destra disegna frasi melodiche essenziali, la sinistra forma le melodie con pochi lucidissimi tocchi. Tra i suoi compagni spicca la sinuosa tromba di Buck Clayton e ritorna la voce di Jimmy Rushing ("Goin' To Chicago Blues"), alfiere di quel modulo shouter che avrebbe rivitalizzato anche le sorti del blues tradizionale. Le chicche più gustose rimangono invece sul quarto disco con 22 brani (19 totalmente inediti), tratti da una serie di registrazioni radiofoniche di cui si è spesso favoleggiato e che finalmente hanno un suono che definire stupefacente, viste le condizioni di ripresa originali, sarebbe riduttivo. Dal Savoy, anno 1937, con un apparizione anche di Billie Holiday (il cui genio e sregolatezza per qualche mese caratterizzò anche la Count Basie Orchestra, fino al licenziamento avvenuto comunque a malincuore) e splendidi duelli tra Young ed Herschel Evans, al "Famous Door" di New York (1939) e l'ingaggio del 1941 al Cafè Society Uptown con Harry Edison alla tromba, Basie lustra ancora i suoi gioielli e tra queste performance la nostra preferenza va a "Darn That Dream" illuminata dal tono dolcemente confidenziale di Helen Humes, colei che aveva sostituito proprio la Holiday nell'Orchestra. Oltre a questa musica straordinaria c'è un libretto di ben 92 pagine con foto mai viste e un saggio di Loren Schoenberg che documenta lo sviluppo della band attraverso le epoche dello swing e del bop. Della fantastica rimasterizzazione a 24 bit abbiamo detto, aggiungiamo che il box viene venduto anche a medio prezzo con una reperibilità che non dovrebbe essere difficile. Opera monumentale da consigliare a tutti. Vittorio Pio per Jazzitalia
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