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Recorded At Soriso Studio, Bari, Italy
Sound Engineer: Tommy Cavaliere
Digital Recording - 24 Bit Mastered
Produced By Sergio Veschi
Front Cover: Roberto Scaroni
C - P 2004 - Made In Italy
#123299

Pino Di Modugno
Bedouin

1. Down With It (Bud Powell) 4.54
2. The Good Life (A. Distel- J. Reardon) 7.04
3. Mr. Smith (Pino E Vito Di Modugno - Crepuscule Siae) 5.44
4. Intro Bedouin (Pino Di Modugno - Crepuscule Siae) 1.48
5. Bedouin (Duke Pearson) 5.07
6. One More Once (Michel Camilo) 4.58
7. Here’s That Rainy Day (J. Van Heusen) 5.16
8. Poker D’as (M. Azzola - Joe Rossi) 5.19
9. Work Song (Nat Adderly) 4.53
10. Residence Paradise (Pino E Vito Di Modugno - Crepuscule Siae) 7.11
11. Bag’s Groove (Milton Jackson) 4.37
12. My Favourite Things (Rodgers - Hart) 5.32
13. Deep Purple (Peter De Rose) 6.03

14. Taylor’s Coffee Blues (Vito Di Modugno - Crepuscule Siae) 6.52

Pino Di Modugno accordion
Sandro Gibellini
guitar
Vito Di Modugno
hammond organ, rhodes piano, acoustic and electric bass
Massimo Manzi
drums
Michele Carrabba
tenor sax
(6, 14)
Vincenzo Deluci
trumpet
(6, 14)

Pino Di Modugno
di Luca Conti

Non è cosa di tutti i giorni, e in particolare nel piccolo e un po' inacidito mondo del jazz, trovarsi davanti a una situazione come quella rappresentata in questo disco.

Pensateci: un signore di una certa età – anche se ben celata da giovanile aspetto e baldanza – considerato, dopo decenni di onorata carriera nell'ambito della musica da ballo, uno dei massimi virtuosi mondiali di uno strumento tanto affascinante quanto impegnativo, che all'improvviso decide di lanciarsi in un'avventura "senza rete" e cimentarsi in un disco di jazz. E che, per aggiungere pepe all'intera faccenda, si fa affiancare da una delle migliori sezioni ritmiche disponibili in Italia (ma, a rifletterci bene, questa indicazione geografica rischia di essere fin troppo riduttiva: diciamo pure in Europa, va') e affronta, senza starci tanto a rimuginare sopra, un repertorio clamorosamente impegnativo.

Ecco, questo del repertorio è un aspetto da tenere ben presente. Il buon Pino Di Modugno non si limita a conferire una spruzzata di jazz a un pugno di esecuzioni disimpegnate, magari infilando un piede o quasi due nel facile ascolto. No. La cosa che proprio sorprende è il suo buttarsi a capofitto nel Modern Mainstream (e, addirittura, più nel modern che nel mainstream) con, in più, un entusiasmo che in certi frangenti rasenta davvero l'incoscienza. E fin dal principio Di Modugno riesce a spiazzare le attese e le previsioni dell'ascoltatore. Si prenda, ad esempio, il brano d'apertura, una ardua e forse per questo poco frequentata composizione di Bud Powell, Down with It. Partire con un brano così esplicitamente legato alle atmosfere e al linguaggio del bop (tanto da essere una parafrasi del gillespiano Bebop, che a sua volta si rifaceva a Harlem Folk Dance di Stan Kenton), significa far capire fin dal primo istante che c'è poco da scherzare, che stavolta si fa sul serio. Tanto più che la ritmica stacca un tempo aggressivo, incalzante, che lascia poco spazio a eventuali indecisioni: Hic Rhodus, hic saltus, come chiosava il vecchio Esopo.

E' un battesimo del fuoco, e dei peggiori, che Pino Di Modugno supera alla grande, e che ottiene il duplice scopo sia di garantire al sospettoso ascoltatore che il nostro fisarmonicista ha tutte le carte in regola, sia di assicurare al disco – come recita l'immortale precetto di Oscar Peterson - una partenza "a caldo" che vince e convince. In ogni caso, programmare in apertura di CD questo brano finisce per rivelarsi una saggia e lungimirante scelta produttiva. Quel che affascina, in Down with It e nel resto del disco, è che il solismo di Pino Di Modugno non è di derivazione bop e non ne fa mistero, sviluppandosi invece nel solco di una cantabilità tutta mediterranea, anche e soprattutto sui giri armonici più frastagliati. Insomma, siamo davanti a un musicista che ha qualcosa da dire, qualcosa di non consueto; che ce ne importa, quindi (anzi, meglio così), se non lo dice alla maniera delle decine, centinaia di boppers in attività.

Per rincarare la dose: questo disco, ruspante ma allo stesso tempo sofisticato, provinciale (nel senso, beninteso, che è nato in provincia) ma allo stesso tempo glocalizzato, è un potente antidoto al conformismo e all'anonimato che serpeggiano da un pezzo nei lettori CD di mezzo mondo. E' la dimostrazione pulsante e vitale di come sia ancora possibile, in un periodo storico in cui tutto sembra già stato detto scritto e suonato, realizzare della musica orgogliosamente non convenzionale utilizzando linguaggi e procedure assolutamente convenzionali. E il paradosso (ma allo stesso tempo la conferma di quanto sopra) risiede nel fatto che l'unico brano a lasciare un lievissimo sentore di deja entendu sia proprio quello più legato al classico repertorio del fisarmonicismo jazzistico. D'altra parte, l'eccellenza e l'originalità dei prodotti di alto artigianato, in antitesi alla grande produzione industriale – e che si parli di vini o di jazz poco cambia – spiccano anche grazie all'imponderabile, al cosiddetto fattore sorpresa. Inoltre, l'aver scelto di interpretare la celebre composizione di Marcel Azzola serve a Di Modugno per rinsaldare e rivendicare il forte e inscindibile legame con la grande tradizione del suo strumento.

E poi, parliamoci chiaro: nessun bopper contemporaneo di stretta osservanza avrebbe saputo tirare fuori dal cappello un piccolo capolavoro come la versione di Bedouin qui presentata, che non sfigura certo a confronto con le ben quattro versioni che il suo compositore, il grande e misconosciuto Duke Pearson (coetaneo, tra l'altro, dello stesso Di Modugno) aveva sfornato alla metà degli anni '60: due a proprio nome, per la cronaca - una per piccolo gruppo e una per big band – una concepita per l'album definitivo di Grant Green, Idle Moments, e una a suggello del primo disco da leader di Bobby Hutcherson, rimasto inedito per decenni e solo di recente riemerso dagli archivi. In più, capolavoro nel capolavoro, Di Modugno appone alla "sua" Bedouin una breve introduzione per sola fisarmonica che a buon diritto si impone come uno dei risultati più alti raggiunti dal jazz italiano negli ultimi tempi. Si tratta di poco meno di due stupefacenti minuti di musica, tali però da giustificare un'intera carriera (e, credeteci, non stiamo esagerando). Noi, che alla favoletta della musica "descrittiva", a programma, abbiamo sempre creduto poco e punto, davanti a questo lampo di genio dobbiamo ammettere di avere, forse per la prima volta, vacillato. E l'unico paragone che ci è venuto in mente è con l'altrettanto visionario Makes Her Move, il misterioso frammento che Gil Evans aveva voluto inserire in There Comes a Time. Certo, a pensare che per raggiungere un risultato espressivo analogo a quello dei ventun membri dell'orchestra di Evans è bastato un gentile signore della provincia di Bari armato solo di una fisarmonica, verrebbe quasi da sorridere; però, come si diceva all'inizio, il jazz è ancora capace di riservare di queste piacevoli sorprese.

Sorprese che, invece, non riservano più i tre moschettieri della sezione ritmica: Vito Di Modugno, Sandro Gibellini e Massimo Manzi. Nel loro caso, si tratta invece dell'ennesima conferma. E siccome qualcuno potrebbe anche trovare eccessive e stucchevoli tutte queste lodi sperticate, non ci resta altro da fare che invitarlo ad ascoltare il CD (anzi, a riascoltarlo, più e più volte) cercando di isolare mentalmente il poderoso lavoro dei tre fenomeni in questione. Sappiamo bene che così non si fa, che un disco ben riuscito non è altro che il prodotto ben equilibrato di tutti i suoi ingredienti, ma poche volte come in questo caso il nostro consiglio ci pare doveroso. Anzi, potremmo spingerci fino al punto di suggerire a Sergio Veschi la realizzazione di una versione di questo disco per sola sezione ritmica, una sorta di Music Minus One a scopo didattico, con la quasi assoluta certezza di potergli garantire un congruo numero di acquirenti.

Hai finito? direte voi. No davvero. Restano ancora da segnalare alcuni particolari notevoli. Intanto, il formidabile piglio con cui Di Modugno senior affronta non tanto le ballads, nelle quali lascia libero sfogo al suo lato più suadente ma allo stesso tempo ben controllato - mai sdolcinato o sentimentale – quanto i blues: Work Song, Bags' Groove, lo splendido One More Once, un brano di Michel Camilo che meriterebbe di entrare nel repertorio corrente, e il Taylor's Coffee Blues di chiusura. Poi, la fugace comparsa, negli ultimi due brani citati, dell'eccellente tenorsassofonista Michele Carrabba, membro con Vito Di Modugno di un notevole gruppo come l'Equinox Trio, e dell'altrettanto disinvolto trombettista Vincenzo Deluci: due esponenti di spicco della bella scena jazzistica pugliese che meriterebbero una ben più ampia esposizione nazionale.

Ma uno dei non piccoli meriti del primo vero disco di jazz di Pino Di Modugno, in estrema sintesi, è l'aver dato una secca e definitiva smentita alla vecchia, sadica battuta di Mark Twain: "Un vero signore? E' colui che sa suonare la fisarmonica, ma si rifiuta di farlo in pubblico". Parafrasando lo stesso Twain, siamo felici di dire che queste voci sono clamorosamente esagerate.

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Data pubblicazione: 12/12/2003





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