Jazzitalia - Gwilym Simcock : Blues Vignette
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            CASSARA' Elio (chitarra)
            CRISTOFARO Gaetano (sax e clarinetto)
            GADDI Piero (pianoforte)
            INDRA (gruppo)
            LAVIANO Alfredo (batteria e percussioni)
            LEPORE Fabio (voce)
            MECENERO Maurizio (chitarra)
            RICCIU Daniele (sax)
            RIVA Marco (polistrumentista)
            ROBERTO Davide (percussioni)
            ROSSINI Giorgio (voce)
            TATONE Angelo (chitarra)
            VARAVALLO Luca (contrabbasso)
Gwilym Simcock
Blues Vignette



Basho Records (2010)

CD 1:
1. Little People - 6:56
2. Exploration on Mvt II Of Grieg Piano Concerto - 8:34
3. On Broadway (Mann/Well) - 4:13
4. Improvisation I - Statues - 3:06
5. Improvisation II - Letter to the Editor - 3:49
6. Improvisation III - Be Still Now - 4:04
7. Caldera - 8:38
8. Jaco and Joe - 9:21
Suite for Cello and Piano:
9. Part 1 - Kinship - 14:57
10. Part 2 - Homeward - 6:04.

CD 2:
1. Introduction - 4:46
2. Tundra - 7:04
3. Blues Vignette - 8:12
4. Black Coffee (S. Burke) - 5:23
5. Longing to Be - 6:35
6. Nice Work If You Can Get It (G. Gershwin) - 6:35
7. Cry Me A River (A. Hamilton) - 8:05
8. 1981 - 8:29

Disco 1:
Gwilym Simcock - pianoforte
Cara Berridge - violoncello

Disco 2:
Gwilym Simcock - pianoforte
Yuri Goloubev - contrabbasso
James Maddren - batteria


"Blues vignette" è un disco doppio già maturo per un pianista di ventinove anni, premiato in Inghilterra con numerosi riconoscimenti, ma ancora non molto noto al di qua della Manica. Gwilym Simcock merita le attenzioni di cui ha goduto finora in patria, poiché mette in mostra un bel tocco, una tecnica sopraffina, uniti ad idee e capacità non comuni di compositore e arrangiatore. Il suo nome viene avvicinato inevitabilmente a quelli di Keith Jarrett e Brad Mehldau. Non si può, infatti, considerare il suo stile pianistico prescindendo dai modelli sunnominati. Il suo modo di suonare il pianoforte è elegante, maestoso, ricco di sfumature e dinamiche e se potesse essere definito anche del tutto originale, potrebbe aspirare al titolo di musicista dell'anno o del decennio. Pur tuttavia, in determinate scelte, si rivela provvisto di una ragguardevole personalità. Accetta la sfida dell'impresa in solitudine con sicurezza, conscio della sua abilità e delle già numerose esperienze a fianco di musicisti importanti che popolano il suo curriculum. In effetti esce vincitore dal terribile cimento, riuscendo a difendersi dalle possibili accuse di porgersi come un clone o dalle insidie della imitazione pedissequa.

Il primo cd è per la maggior parte inciso senza partners accanto, ed è piuttosto diversificato. Si passa da un brano, "Little people", riflessivo e ritmico a fasi alterne, a una versione veramente straordinaria di un concerto per pianoforte di Grieg, dove il tema viene proiettato nel presente o nel futuro, senza essere tradito nella sua specificità. "On Broadway" inizia con Simcock che armeggia fra le corde della tastiera, creando un ritmo funky che si evolve con chiari rimandi al Jarrett folk- pop del suo trio degli anni settanta. Le tracce che seguono, "Improvisations I-II e III" alternano ancora momenti introspettivi e intimisti ad aperture più gioiose ed espressive. "Caldera" è cameristico, bartokiano, con accordi prossimi all'atonalità e può far pensare alle performances in solo di Paul Bley o di Anthony Davis. "Joe & Jaco" è un motivo che ricorda, volutamente, le composizioni di Zawinul con un "groove" prima implicito e poi esplicitato. Si incontrano, a questo punto, due pezzi incisi in duo con la violoncellista classica Cara Burridge, commissionati per un festival di musica contemporanea, abbastanza omologhi nella fisionomia al resto del disco. La confezione di questi duetti è sontuosa senza cadere nel barocco. Si muove da atmosfere tardo-romantiche, da passaggi che ricordano Mahler, per scendere sul terreno della popular music in alcuni frangenti, senza far avvertire la distanza temporale e stilistica all'ascoltatore.

Il secondo cd è in trio e qui il debito verso Bill Evans e la lunga schiera di suoi epigoni è un po' più evidente, ma è sempre un bel sentire! Si comincia con un'introduzione larga in cui Simcock sa essere lirico o brillante e si prosegue con "Tundra". In questo brano Goloubev entra nella parte di alter ego solistico, intrecciando un dialogo fitto con il pianoforte, mentre James Maddren in sottofondo suona in punta di piatti, essenziale e concreto. Si ritorna alle care atmosfere "bluesy" con il pezzo che fornisce il titolo all'album. E' di gran lunga il miglior brano del disco, accattivante e dotato di una struttura piuttosto elaborata, con cambi di tempo e di clima, variazioni intriganti e intellettualmente sofisticate. Ancora il modello del primo Keith Jarrett in "Black Coffee" e in "Longing to be", con una "spruzzata" di ritmi sudamericani e un assolo di contrabbasso che testimonia la tecnica e la cultura musicale di Goloubev. "Nice Work If You Can Get It" di Gershwin è una ballad delicata e melodica. Simcock la esegue con rispetto, realizzando una versione ricca di swing con una patina "vintage". "Cry Me A River" ovvero: la bellezza della semplicità. Poche note, frasi orecchiabili, riprese tematiche, accurato lavoro sugli accordi: questa è la miscela da cui scaturisce un finale adeguato per un cd dai molti pregi.

Con "Blues vignette" Simcock si pone come un possibile protagonista per il decennio appena iniziato. Tradizionalmente, poi, la stampa inglese tende a rendere ben visibili le promesse del jazz britannico, anche quando hanno qualità non di prim'ordine. Si pensi alla meteora Courtney Pine o al sopravvalutato Django Bates, presentati, all'epoca, come dei fenomeni e che, invece, il tempo ha contribuito a ridimensionare. Se saprà gestirsi, operare scelte appropriate, comunque, sentiremo ancora parlare di questo giovane pianista per molto tempo.

Gianni B.Montano per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 06/02/2011

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