Jazzitalia - Stefano Pastor: Freedom - Bows
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Stefano Pastor
Freedom



1. Freedom
2. Rebellion
3. Emancipation
4. Elevation
5. Dance
6. Opposition
7. Meditation
8. Freedom (Bonus Track)


Stefano Pastor - violino
George Haslam - sax baritono, tarogato
Claudio Lugo - sax soprano
Giorgio Dini - contrabbasso

Silta-Slam 2010

Stefano Pastor-Kash Killion
Bows


1. Obstinacy
2. Shanti
3. Bows
4. Epistrophy (T. Monk)
5. Ahimsa
6. Ruby My Dear (T. Monk)

Dove non indicato, i brani sono a firma congiunta Killion-Pastor.

Stefano Pastor - violino, flicorno, Percussioni
Kash Killion - violoncello, sarangi

Slam 2010


Silta Records
email: info@siltarecords.it
web: http://www.siltarecords.it

 

Con Stefano Pastor parliamo dei suoi ultimi due dischi. Abbiamo iniziato con un preambolo sulla sua recente tournèe in Russia, dove ha suonato, oltre che con George Haslam con due musicisti locali di marca "Leo Records": il batterista Oleg Yudanov e il bassista Nikolay Klishin. Era visibilmente soddisfatto per l'entusiasmo del pubblico, particolarmente numeroso e caldo in ogni città in cui si è esibito. Non poteva mancare, successivamente, un ricordo di Harry Beckett scomparso a luglio. Il formidabile trombettista nato nelle Barbados, ma inglese di adozione, ha inciso, infatti, con il violinista genovese. "Come Borah Bergman mi ha insegnato tanto, proprio perché non si è posto come maestro. Non si è messo in cattedra".

A questo punto abbiamo iniziato il colloquio sui dischi indicati, partendo da "Freedom"

"Freedom" si presenta, per certi aspetti, come un disco con una fisionomia "in stile anni sessanta", jazzisticamente parlando. C'è bisogno di ispirarsi a quegli anni?

Chi suona una musica di stampo afro-americano, non può prescindere dal collegamento con le radici di questo linguaggio, con la sua tradizione. E il free storico fa parte della tradizione, ormai. In più questo disco è militante a tutti gli effetti. La "New Thing", a suo tempo, era legata ai movimenti popolari di lotta. Oggi la musica di consumo è completamente slegata da istanze di questo tipo. Manca, in generale, una coesione su ideali comuni. L'identità popolare è stata annientata, come scriveva già quarant'anni fa Pasolini. Esistono gli individui, ma non si radunano, non si riconoscono in una forza comune di proposta e di richiesta. Questa musica vuol ricordare determinati valori, sbandierati negli anni sessanta, ma attuali ancora oggi. Vuole porsi come un qualcosa che ha un significato, oltre la musica stessa. Vuole guardare indietro per spingere in avanti la comunità universale. La mia idea di disco è quella di un'opera multimediale in cui ogni dettaglio converge coerentemente verso contenuti condivisi: la lettura resa nelle note di copertina dalla sensibilità di poeta di Erika Dagnino o la drammatica immagine di copertina di un ex ospedale psichiatrico ad opera di Roberta Pietropaolo non sono che parti sostanziali dell'opera artistica, quanto la musica stessa.

Analizzando il disco, invece, dal punto di vista dei suoi contenuti musicali, spicca nella formazione l'assenza della batteria.

Volevamo incidere con George Haslam, giunto in Italia allo scopo. Ci siamo trovati in quattro. Ho subito compreso che Giorgio Dini poteva bastare come sostegno alle spalle dei solisti, anche perché io e Claudio Lugo abbiamo un modo di suonare molto "ritmico". A nessuno è venuto in mente di ricorrere ad un quinto componente, ed è andata bene così

Come è stato possibile coinvolgere in un discorso connesso al free storico, di origine afro-americana, musicisti come Lugo e Haslam, proiettati, per il resto in ricerche di matrice europea e contemporanea?

Non è proprio esatto. George Haslam muove dalla tradizione swing. Lugo è pure un compositore euro colto, ma conosce bene la storia del jazz. Affronta il repertorio con un taglio personale, ma è un suo pregio. L'importante è avere una conoscenza estesa e operare una sintesi dai vari linguaggi assimilati. Questo cerco nei musicisti con cui collaboro: una visione libera, critica e creativa delle varie possibilità a disposizione.

Quanto c'è dell'ascolto dei dischi dell'Art Ensemble Of Chicago e di quelli della Byg Actuel di fine anni sessanta in questo cd?

Sicuramente moltissimo. Sono riferimenti che fanno parte della nostra storia. Chiaramente l'intenzione è sempre quella di utilizzare le esperienze svolte per produrre un qualcosa di originale. Io, poi, non mi rifaccio, come già affermato in precedenti interviste, a modelli violinistici. Ammiro Leroy Jenkins, ma guardo di più a Coltrane, Ornette, ai sassofonisti, insomma. Per gli altri partners posso dire lo stesso. I collegamenti che si possono cogliere sono tutti attendibili, perché fanno parte del nostro percorso umano e musicale

Quali accordi avevate prima di cominciare la session?

Io ho portato alcuni semplici temi o strutture da cui dovevamo partire. In altre situazioni abbiamo proceduto con libere improvvisazioni. In altri pezzi ancora, come in "Freedom", blocchi di accordi o di suoni costituiscono delle stazioni, dei punti di raccordo da cui ognuno è libero di svincolarsi per prendere direzioni diverse. Il free, ad ogni buon conto è musica difficile da ascoltare, ma anche da comporre. Per arrivare a suonare in un certo modo, la strada è molto lunga. Si può pervenire ad una mescolanza di vari stili e suonare senza ostacoli, quando si conosce bene la materia e la si può rimodellare, non prima. Pensiamo a quanto ha impiegato Coltrane ad arrivare a suonare libero, come in "Interstellar Space": una decina d'anni di piccoli passi in quella direzione. Non ha fatto un salto stilistico da un giorno all'altro. E stiamo parlando di Trane, non di uno qualsiasi…..

Secondo me "Freedom" è il tuo disco più espressionista, intendo dire, viscerale ed emotivo.

La mia intenzione, in verità, è di rinnovarmi continuamente, di non ripetermi mai, Vorrei che come ogni altra mia incisione fosse violentemente comunicativa. C'è anche introspezione nel disco, ma è un abisso psicologico urlante. In quello che faccio c'è analisi ed espressione, ogni volta declinate in maniera diversa.

Il disco, in effetti, è in assoluto fra i più belli del 2010. Riprende la lezione del free storico, quasi a precisare che, forse, l'evoluzione stilistica si è svolta in tempi troppo rapidi. In pochi anni, per schematizzare a grandi linee, la New Thing è sfociata, almeno in Europa, nel radicalismo trascurando taluni aspetti dell'esperienza precedente che potevano essere meglio ripresi e approfonditi. Il contrabbasso regge quasi da solo la parte ritmica. Dini, in determinate circostanze, usa l'archetto per unirsi al discorso comune, aggiungendo elementi melodici o coloristici. Lugo e Pastor sono solisti padroni di ogni idioma. Sanno accompagnare e inserirsi con idee di sviluppo armonico e tematico con una competenza o un'incompetenza cercata, come rifiuto della "accademicità", uniche. Haslam suona per se stesso o suona se stesso, che è la stessa cosa. Sa di sacro e di profano, di tradizione e di avanguardia e lo dimostra ampiamente.

Passiamo a "Bows", registrato in duo con Kash Killion. Perché un disco con Kash Killion, musicista poco conosciuto, almeno da noi?

Alcuni grandi musicisti faticano a trovare adeguata diffusione in un mercato sempre più malato. Kash è uno di questi: 1) Ha il linguaggio afroamericano intriso in ogni suo passaggio 2) E' libero e trasversale. Macina materiali diversi. 3) E' un violoncellista e io volevo suonare un disco fra archi, costruito come un dialogo fra sassofono e contrabbasso

E' troppo facile il parallelo con Leroy Jenkins e Adbul Wadud…

Non posso che ringraziare per il paragone. Non so se ci riesco, ma io provo ad essere personale, malgrado i modelli precedenti a cui posso essere avvicinato.

Se ti dicono che il disco ha sapori in stile World Music, come la prendi?

Io non amo particolarmente la World Music quando è mero prodotto commerciale, ma se questa affermazione può far capire alla gente un concetto, va bene. Non mi piace della World Music la scarsa genuinità o l'assoluta mancanza di idee. Nei suoi aspetti più nobili è ottima musica.

Come mai hai adoperato altri strumenti oltre al violino?

Il flicorno e le percussioni sono state aggiunte per dare più polpa a "Shanti". Anche Killion ha sovrainciso il violoncello sul sarangi per unire colori nello stesso pezzo. Ci sono possibilità con l'editing, perché non usarle?

Nel disco ci sono due pezzi di Monk, ma suonati in modo molto diverso. La versione di "Epistrophy" risente della rilettura di Lacy, mentre "Ruby My Dear" è più sentimentale, quasi pre-monkiana, nel senso che è precisa, aggraziata, lontana in un certo modo dall'"estetica dell'errore", della deviazione, tipiche del mondo espressivo del pianista americano…

"Epistrophy" ha un'esposizione letterale per andare verso un free connotato da elementi tematici, melodici e ritmici. "Ruby my dear" è una ballad. Volevo registrarla con un americano per fornirne una lettura rigorosa e rilassata allo stesso tempo. In realtà ci siamo seduti dopo aver attraversato tante situazioni e abbiamo pensato: e adesso godiamoci uno standard di qualità, ce lo meritiamo. E lo abbiamo assaporato in tutta la sua bellezza, così come ci è venuto.

Il disco ha molte anime, ma bisogna andare in profondità per scovarle. E' troppo facile attribuire una caratteristica etnica al cd, solo perché compaiono strumenti indiani. C'è di più all'interno delle tracce. Anzi"Aimsha" è il brano più lungo e forse meno convincente fra gli altri, per l'iteratività, pur funzionale al contesto, alla lunga un po' sfibrante. I due pezzi di Monk brillano, per contro, rispettivamente per un'interpretazione post-lacyana il primo e per un aggancio sentimentale, di amore per il tema in se stesso il secondo. Le altre tracce sono come scatole cinesi, ricche di sorprese e sicurezze, aperte da due musicisti dotati di linguaggi ed esperienze apparentemente dissimili, ma che trovano favorevoli e fecondi terreni di incontro.

A questo proposito lasciamo la chiusura a Stefano Pastor: "Non mi piace ripetermi. Cerco sempre strade e incontri inediti. Uno scenario estremamente affascinante per un musicista con le orecchie e gli occhi bene aperti è rappresentato, ad esempio, dalla città di New York. Lì, chi sa scegliere, può trovarsi ogni sera a suonare con voci uniche assolutamente incredibili, come Dominic Duval, Satoshi Takeishi…e mischiare il suo solismo con altri analoghi o contigui. Questa è la mia visione della musica o del jazz. Mescolare voci e linguaggi per costruire ogni volta un qualcosa di nuovo".

Gianni B.Montano per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 24/12/2010

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