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Caligola Records, Caligola 2072
Marco Tamburini
Frenico


1. Cheek to cheek (I. Berlin)
2. Dream (M. Tonolo)
3. Frenico (R. Stefanelli)
4. Seven comes eleven (C. Christian/B. Goodman)
5. Warm (M. Tamburini/B. Hart)
6. When the Saints go marching in (trad.)
7. Poinciana (B. Bemier/N. Simon)
8. Lullaby for George Don and Danny (C. Brown)

Marco Tamburini - tromba e flicorno
Marcello Tonolo - piano
Cameron Brown - contrabbasso
Billy Hart - batteria

special guest:
Stefano Bedetti - sax tenore in 3/4/7
Michele Polga - sax tenore in 2/4/5
Alessia Obino - voce in 2


Ad ogni suo disco ha sempre qualcosa da dire Marco Tamburini, musicista continuamente pronto a confrontarsi con quanto di meglio offra il panorama jazzistico, anche di là dall'oceano, trovando nuovi compagni e nuovi habitat per la sua musica, e mostrandosi in tal modo particolarmente "open-minded": dopo Feather Touch (2001) con un quartetto tutto italiano, Amigavel (2003) in duo con il pianista Marcello Tonolo e Two days in New York (2004) registrato nella Grande Mela con un eccezionale quintetto di all stars (Gary Bartz al contralto, Paul Jeffrey al tenore, George Cables al piano, Ray Drummond al contrabbasso e Billy Hart alla batteria), eccolo sfornare, giusto all'inizio di quest'anno, un altro pregevole album, Frenico. Ed anche qui si affida ad una sessione ritmica d'oltreoceano per due terzi, con Cameron Brown al contrabbasso e l'amico Billy Hart alla batteria – due veterani che definire straordinari sarebbe oltremodo riduttivo –, completata dal fedelissimo Tonolo al piano. E qua e là fanno capolino anche voci strumentali e laringèe di ospiti non molto noti ai più, ma ugualmente ben assortiti.

In questo cd il fiatista cesenate si qualifica per la bellezza degli arrangiamenti e per il personale timbro dei suoi pistoni. Abbrivio con Cheeck to cheeck, e la tromba, sordinata, imprime fin da subito la sua impronta ad introdurre ed interpretare questo evergreen accessibile a chiunque, anche non necessariamente jazzofilo. E la fiducia dell'ascoltatore è guadagnata per la pacatezza che il brano instilla, con la sua semplice riambientazione, culminando nel misurato assolo di piano. Seduttiva la combinazione della pervasiva ed articolata vocalità di Alessia Obino con i fiati – oltre al titolare, questa volta al flicorno e artefice di un guizzante e pregnante assolo, presenzia anche il sax tenore di Michele Polga – in questa Dream di Marcello Tonolo, la quale, seppur con sonorità assolutamente acustiche, riesce ad evocare atmosfere "fusion" davvero avvolgenti, grazie allo stesso tenorista – suono corposo e preciso sul tema, arrotolato ed aperto in improvvisazione – nonché alla minuziosa filigrana ritmo-armonica tracciata dai due americani. La rilassatezza del tema di Frenico si rivela oltre il primo minuto e mezzo (superato l'unisono prolusivo di tutti gli strumenti, invero un po' farraginoso nella sua larghezza), dando modo al tenorsax di Stefano Bedetti e poi ancora al flicorno del leader di improvvisare sulle molli linee melodiche, al piacevole retrogusto degli zefiri in controtempo del sapientissimo Hart (lo scriviamo senza pretendere di aggiungere nulla a quanto il "dinosauro" non abbia già fatto), fino all'intermezzo solistico di toccante maestria e moderno concept che Brown trapunta sugli stessi. Arrangiamento da organico orchestrale, firmato da Brown, piantato proprio sul solidissimo pedale del suo contrabbasso, sopra il quale gli inserimenti solistici – particolarmente scorrevole la tromba di Tamburini – abbandonano volentieri le connotazioni meloarmoniche per esplorare i risvolti più spinti delle griglie originali di Seven come eleven. Fanno da contrappeso alle istanze individuali le intriganti figurazioni in sezione operate dalla restante parte della formazione, la quale per l'occasione ha in forza entrambi i tenoristi – il primo, più aggressivo, pare Bedetti; il secondo, più raccolto, invece Polga – il cui garrulo dialogo finale prelude alla coda: rullante secco e asciutto di Hart, cui si sovrappongono, diafani ed eterei, i vari piatti, in un'ossimorica tracimazione di ritmi, suoni e vibrazioni.

Dal silenzio affiora la tromba, seguita dalle ance, per una composizione, Warm, senza né piano né contrabbasso, firmata Tamburini-Hart, che risalta lo straordinario feel esistente fra il nostro ed il maestro americano: un interludio, nato in duo per scaricare la tensione in una pausa di registrazione, tutto da ascoltare negli intrecci dei fiati (il sax è di Polga) giustapposti su un ritmo dal colore – e dal calore! – caraibico, sorprendente e solare. Una inusitata dizione di When the Saints go marching in lontanissima dalle pittoresche versioni cui siamo abituati, che se rinuncia – volontariamente – al carattere "festaiolo", dall'altro lato guadagna umore e profondità del tutto nuovi, una malinconia – forse indotta dalla liquida sordina – non inferiore all'originale, pur restando attaccata all'andamento marciante inferto dalle stoccate di un Hart d'eccellente verve esecutiva, e ad un'armonizzazione frutto della collaborazione di Tamburini con una forte dose di Brown – specie nell'iniziale disegno metrico – ed inequivocabili smerigliature di Tonolo. Break in introduttivo affidato alle inesauribili batterie di Hart, per una toccante Poinciana la cui dolcezza è preziosamente espressa a cominciare dall'assolo del trombettista, di grande linearità, seguito dal roccioso e penetrante sax di Bedetti, quindi da un fantasioso Tonolo e, di sponda, dal curvilineo contrappunto di Brown: non ci si stanca mai d'ascoltarli. Per bilanciare, l'ultimo brano si apre con un riflessivo recitato del contrabbassista che immette in Lullaby for George Don and Danny, sua composizione in ricordo di tre grandi del jazz – segnatamente il sassofonista George Adams, il pianista Don Pullen ed il drummer Danny Richmond, a fianco di Brown sia nel quartetto a nome dei primi due, sia nella formazione capeggiata da Pharoah Sanders –, cullata sulla delicata voce del flicorno e sospinta, ancora una volta, dalle cadenze di Hart e dal sensibile piano di Tonolo.

E se davvero d'ispirazione per questo lavoro è stato quel "phren" d'etimologia greca che richiama passioni d'impeto partorite dalla pancia in contrapposizione ad elaborate sofisticatezze ragionate dalla mente, allora questo album non soltanto mostra tutta la maturità e l'esperienza musicali di Tamburini – compositore, arrangiatore, musicista, strumentista, e tutto ciò da jazzista – ma si colloca pure fra le sue uscite migliori. Almeno fino alla prossima.
Antonio Terzo per Jazzitalia






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Dave Douglas Quartet 1/6
Dave Douglas Golden Heart Quartet plays the music of Don Cherry, Marciac, 2007 // Dave Douglas - trumpet / J D Allen - saxophone / Cameron Brown - bas...
inserito il 23/12/2009  da BibiAudiofil - visualizzazioni: 2716


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Data pubblicazione: 22/08/2006

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