Jazzitalia - Heimweh: Ragh Potato
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Ultimi aggiunti:

            ADJÀ QUINTET (gruppo)
            ALESSI Piero (batteria)
            CAGNETTA Mariangela (voce)
            CRISTOFARO Gaetano (sax e clarinetto)
            DILIBERTO Silvana (voce)
            DIMONTE Pippi (contrabbasso)
            FINOCCHIARO Franco (contrabbasso)
            GAETA Walter (pianoforte)
            INDRA (gruppo)
            LAVIANO Alfredo (batteria e percussioni)
            LEOFREDDI Antonio (viola)
            MAZZA Giovambattista (chitarra)
            MECENERO Maurizio (chitarra)
            RICCIU Daniele (sax)
            RIVA Marco (polistrumentista)
            ROBERTO Davide (percussioni)
            SILVA JOLY Raquel (chitarra)
            THE JIM DANDIES (gruppo)
Heimweh
Ragh Potato



Improvvisatore Involontario (2011)

1. Kobi Bràiant
2. Nenti
3. Ragh Potato
4. Anàgoli De Ché
5. Coratella
6. Heimweh

Alberto Popolla - clarinetto e clarinetto basso
Alessandro Salerno - chitarra baritono classica
Francesco Lo Cascio - vibrafono e percussioni
Mario Paliano - batteria e percussioni


In una recente intervista pubblicata su Musica jazz, Sonny Rollins afferma: "Improvvisare? Ci dà la più assoluta di tutte le libertà". E' a questa filosofia che, forse, si ispira il gruppo di musicisti e di altri operatori culturali che si raccolgono sotto la sigla di "Improvvisatore involontario", fino a costituire un vero e proprio marchio di qualità, operante in Italia e all'estero da più di sei anni.

L'anima del progetto è Francesco Cusa, percussionista siciliano, noto, fra l'altro, per aver fatto parte dell'associazione bolognese "Bassesfere". Nell'ultimo anno sono stati pubblicati undici dischi dell'etichetta discografica facente capo al management del collettivo. Fra questi uno dei più significativi è certamente "Ragh Potato" del quartetto denominato "Heimweh" (Nostalgia), un omaggio al cinema del grande regista russo Andrei Tarkovsky. La musica che si ascolta nel cd contiene molti motivi di interesse. Innanzitutto occorre sgombrare il campo da un equivoco: produrre musica improvvisata non è la maniera più semplice per elaborare una proposta convincente, anzi è semmai il contrario, poiché si configura come una strada irta di asprezze e difficoltà. Presuppone, infatti, la capacità dei musicisti di leggere nella propria storia personale per esprimere un contenuto che sia in linea con le esperienze, il vissuto, la cultura, le conoscenze dei compagni di viaggio. Qui la "miscela" o la "soluzione" funzionano egregiamente. Si fondono agevolmente il suono irregolare, sfrangiato, frantumato e ricomposto dei clarinetti di Alberto Popolla con il discorso appuntito o scuro, serpeggiante e iterativo, in certi momenti, del vibrafono di Francesco Lo Cascio. Da parte sua Alessandro Salerno adopera la chitarra per punteggiare nervosamente e ritmicamente il sound complessivo del gruppo con strappate o brevi frasi di sicuro effetto coloristico. Mario Paliano batte sulle sue percussioni privilegiando gli angoli, i bordi di casse e tamburi o utilizzando altri strumenti per creare l'impressione di un rumore voluto, musicalmente prezioso, in sintonia con quanto sta succedendo attorno a lui.

Quasi tutti i brani, sorprendentemente, hanno una struttura abbastanza analoga. Si alternano momenti in cui i musicisti suonano apparentemente in contrasto, uno contro l'altro, ad altri in cui, trovata un'intesa, seguono un'idea ritmica o a suo modo melodica e proseguono trovando, nell'improvvisazione, ruoli più canonici di strumenti solistici e accompagnatori, alternativamente. Quello che conta, inoltre, è comunque l'aspetto timbrico. E tutti ci mettono del loro per connotare e costruire un'impronta timbrica personale e, conseguentemente, di gruppo.

Fra i brani si fanno raccomandare in particolare "Kobi Braiant". Tutti cominciano con l'intuizione di un tema che stanno elaborando all'istante. C'è forte tensione ritmica. Quando prende in mano la situazione Lo Cascio si calmano le acque e si ha una parentesi meditativa, che si apre subito dopo in un intermezzo free bop. La palla torna appannaggio di Popolla che determina una parentesi più destrutturata con lo scontro di piste sfalsate fra i vari partners. Poi il clarinetto si impadronisce dello scheletro di un motivo e ci lavora sopra con gli altri che ne seguono la rotta. Il vibrafono continua, ancora, con effetti eco e momenti di rara suggestione. Rientrano gli altri tre a riportare nel caos, in senso positivo, la traccia e si va verso atmosfere decisamente in stile post free.
"Ragh Potato" ha un inizio rumoristico, ricco di attese, con voci scomposte e frammentarie. Ad un certo punto parte in assolo Popolla in sordina, viene fuori un motivo ripetuto tante volte con il vibrafono protagonista e la chitarra alla sottolineatura ritmica. Quando entra la batteria il brano prende una forma più riconoscibile e si procede con un certo swing "di ultima generazione" e rimandi al jazz d'avanguardia afroamericano. Il tutto è attraversato e caratterizzato dal suono sporco, raddoppiato o moltiplicato del clarinetto, impegnato ad armonizzare il brano.

In conclusione "Ragh Potato" ci fa apprezzare un quartetto di musicisti di valore, con una più o meno lunga carriera in questo ambito, e, come scrive Eugenio Colombo "l'improvvisazione è solo una tecnica; in questo caso al servizio di grande musica".

Gianni Montano per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 05/02/2012

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