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La nuova scuola napoletana di jazz – parte IV
Tra le peculiarità stilistiche di Gianluca Brugnano va posta in evidenza, innanzitutto, la sua particolare attenzione agli aspetti melodici e armonici. Cosa non comune per chi è abituato a sedere dietro i tamburi. Ma che si spiega, almeno in parte, per via del suo primo approccio alla musica, che è avvenuto grazie alla passione nei confronti della chitarra. Del resto, in "I Can Fly", tutte le chitarre d'accompagnamento sono suonate da lui. "In merito alla chitarra non uso un voicing convenzionale. Più in generale, sono attratto dalla forma canzone, con cui il jazz ha sempre avuto un fortissimo legame. Basti pensare agli standards. In altre parole, prediligo temi cantabili, di quelli che restano nella mente degli ascoltatori". (Gianluca Brugnano) Non meno interessante capire da cosa nasce il titolo dell'album: "Da bambino, e un po' ancora oggi, soffrivo di vertigini. Nonostante questo, ho sempre sognato di poter volare. Perché volare è come immaginare, è come sognare. E la musica è esattamente così. Non solo. Pensiamo al volo degli uccelli. Non è, forse, ritmico il loro modo di muovere le ali? Suonare la batteria, per me, è anche un modo per imitare questo movimento". (Gianluca Brugnano) Ascoltando la title track si comprende quanto le parole del giovane batterista partenopeo siano sincere. La piacevolissima ariosità dell'armonia, la voce di Carlo Lomanto, il dialogo tra il trombone di Roberto Schiano il pianoforte di Armanda Desideri e la batteria di Gianluca Brugnano ne sono solo alcuni esempi. Per non parlare del lungo e articolato intervento chitarristico di Antonio Onorato. "In questo brano c'è un incontro tra l'Africa e la musica napoletana. Questo lo si avverte, soprattutto, da un punto di vista della scansione ritmica, che è pensata - movimento per movimento- in base al concetto dell'uno". (Gianluca Brugnano) Sicuramente più intimista (ma non meno bella) è A child. In questa ballad c'è, da come si evince anche dal titolo, un evidente richiamo al momento dell'infanzia. "E' il mio modo di rappresentare la capacità di essere sorpresi dalla vita che hanno i bambini". (Gianluca Brugnano) Anche qui ci troviamo di fronte ad una vera e propria song. Degni di nota, come sempre gli interventi di Marco Zurzolo (con cui Gianluca Brugnano ha condiviso l'esperienza del festival di Montreal, del Blue Note di New York e della edizione australiana di Umbria Jazz nda). E lo sono anche la voce di Michela Montalto e il suono delle spazzole. Particolare la storia che si nasconde dietro le note di Five in New York. "Al ritorno da New York, mi riferisco alla prima volta che ci sono andato al seguito del chitarrista Gianni Guarracino, ho pensato a questo brano, che è il più americano del disco. Il titolo non prende il nome solo dalla scansione ritmica, che è in cinque, ma anche dal numero di musicisti sul palco. In altre parole, rappresenta il tentativo di restituire all'ascoltatore l'atmosfera che ho vissuto in quel periodo". (Gianluca Brugnano) Ciò che emerge maggiormente in questo brano è senza dubbio la sezione fiati, che è composta da Marco Zurzolo e Roberto Schiano. Ma impossibile non accorgersi anche dello splendido lavoro da parte del bassista Pippo Matino, che qui è in un contesto diverso da quelli che lo vedono abitualmente protagonista. Il supporto di Pippo Matino, come anche quello offerto dalla sezione fiati, danno a Gianluca Brugnano la possibilità di esprimersi in maniera molto creativa. Attenzione agli ultimi istanti del brano (ma questa è una sorpresa). A dire il vero, il brano in cui il musicista napoletano esprime tutto il suo essere batterista è Canzone per Claudia Cardinale. "L'inizio è un solo di batteria molto articolato, un po' alla maniera di Antonio Sanchez, che considero un musicista molto interessante e moderno. Il pezzo nasce dalla visione di un film con Claudia Cardinale – "C'era una volta il west" - e il solo di Giuseppe Cozzolino alle tastiere, ad esempio, s'ispira molto alle visioni di Ennio Moricone". (Gianluca Brugnano) Si tratta di una composizione decisamente particolare in quanto c'è quasi una frattura tra la prima parte di essa (il solo di batteria) e la seconda, che è una vera e propria forma canzone, seppure con dei temi molto larghi. Aldilà dell'ottima interpretazione del già citato Giuseppe Cozzolino, merita attenzione il binomio Antonio Onorato e Pippo Matino. Due composizioni, la prima dedicata al padre e una seconda dedicata alla madre, chiudono l'album. My Father è una ballad scandita dal trombone di Roberto Schiano (che qui mostra una grandissima sensibilità nel caratterizzare le atmosfere) e dal pianoforte di Armanda Desidery (che, in alcuni momenti, sembra quasi interpretare una sorta di "controcanto"). Volutamente delicati ed eterei sono i suoni del contrabbasso di Diego Imparato e della batteria. "Mio padre è una persona molto energica, vulcanica, con un'energia incredibile. In questo brano ne ho raccontato l'aspetto più intimista". (Gianluca Brugnano) Oh mama sembra, invece, una sorta di reprise del primo brano, grazie anche alla voce di Carlo Lomanto. Piacevole l'armonia di contrasti che si viene a creare in questa composizione. "Il sound che emerge è molto etereo. Non è aggressivo, ma neppure eccessivamente melodico. Un po' come il carattere di mia madre". (Gianluca Brugnano) Interessante anche il solo di contrabbasso di Diego Imparato. E vero, "I Can Fly" è un'opera prima. Ma
Gianluca
Brugnano, a dispetto anche della giovane età, ha dato alle stampe un
album in grado di soddisfare anche le esigenze degli ascoltatori più esperti. Senza
trascurare che le composizioni dell'album, soprattutto per la loro affinità con
la forma canzone, possono risultare piacevolissime anche per chi non ascolta abitualmente
jazz.
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