Roberto Magris
racconta, con il suo ultimo disco
Il bello del jazz, non
solo un incontro, quello con il saxofonista Herb Geller, ma anche
un'intuizione, una sensazione.
Nuovamente, come è stato per molti lavori precedenti del pianista triestino
e in particolare in
Check In (Soulnote
2005),
Magris
imprime il taglio di Europlane, sia alla sua composizione che nell'esecuzione. La
sensazione proposta dai cinque musicisti in questo lavoro, registrato già nel
2003, è appunto il "bello" del jazz: non un
giudizio, non una ponderata scelta critica, non un'inseguita idea, ma più semplicemente
una musica che si ascolta con la facilità che si prova quando ci si avvicina a ciò
che piace, che si ritiene di poter descrivere esaurientemente con la abusata vaghezza
del termine "bello".
La precisione, l'armonia, la pacatezza del pianoforte di
Magris,
mai dominante, permettono di iniziare a scoprire che cosa ci sia di bello nel jazz.
Non esauriscono il jazz (non lo si pretendeva!), non sfiorano le profondità estetiche
della musica afroamericana, non rendono omaggi indimenticabili, a chi già non dimenticato
lo era di suo, non innovano, ma con straordinaria "cortesia" accompagnano, avvicinano.
Perché Magris
disegna un palco e un suono, grazie soprattutto ad una ritmica perfetta con
Rudi Engel al contrabbasso e Gebriele Centis alla batteria, che
ha la forza di farsi ascoltare per ricordarne senza retorica la sua naturalezza,
la sua semplicità, il suo "bello", il suo gusto.
Il jazz di
Roberto Magris
è anche "buono".
Alessandro Armando per JazzItalia