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Claudio Sessa
Il marziano del jazz - Vita e musica di Eric Dolphy

Luciano Vanni Editore
pagg. 123
€ 15,00



Eric Dolphy è stato un lampo che ha illuminato la scena del jazz come pochi, forse come nessuno. E' sempre stato un po' oltre il noto e un po' al di qua dell'ignoto. Ha sempre inseguito un obiettivo irraggiungibile per definizione ma non per lo stato mentale e artistico di chi si pone sempre al cospetto di una ricerca interiore libera, aperta ad ogni influenza, al servizio della creatività assoluta. Ed è in funzione di questo status che Dolphy traeva ispirazione da qualsiasi cosa, dal mondo del jazz, ovviamente, ma anche dalla musica classica, indiana, dei popoli indigeni, dai "semplici rumori" della natura. Uno così non poteva che essere visto come un "guastatore free, un rivoluzionario", uno che comunque remava contro mentre ci si è accorti soltanto successivamente della enorme forza propulsiva che proprio quel suo modo di essere ha avuto nei confronti di questa musica. Da lui, con lui, hanno preso il volo altri grandiosi artisti del calibro di Mingus, Coltrane, Coleman...Un lampo, abbiamo detto, racchiuso in soli sei dischi registrati come leader, in qualche live, alcune collaborazioni e trentasei anni di vita...E' bastato solo questo per decretare come fosse stato determinante il suo contributo all'innovazione jazzistica.

"Eric Dolphy: il Marziano del Jazz" scritto da Claudio Sessa ci aiuta a comprendere questo fenomeno artistico ripercorrendo la breve ma intensissima carriera. Si comincia con l'analisi dei sei album da leader collocandoli dal punto di vista storico e cronologico, individuando possibili fonti di ispirazione e descrivendo i singoli brani come se li si stesse ascoltando insieme (vivamente consigliato!). Si prosegue poi con la storia suddivisa per capitoli che determinano alcuni capisaldi: gli studi e le prime influenze come Parker e Hodges, i suoi primi lavori da sideman, il rapporto in due fasi con un grande innovatore della tradizione come Mingus che arriva a dedicargli esplicitamente brani come So Long Eric poi Don't Stay Over There Too Long Eric dovuti alla decisione da parte di Dolphy di stabilirsi in Europa. E ancora l'affascinante parallelismo artistico e persino biografico con Monk, l'impatto e la collaborazione con un altro dirompente come Coltrane che nello stesso periodo incideva il più famoso My Favourite Things della storia e le pubblicazioni postume che hanno recuperato altro materiale registrato nei vari live. In chiusura, vi è un interessante schema del repertorio di Dolphy suddiviso tra brani di sua composizione (per gran parte intitolati in funzione di dediche come The Prophet soprannome del pittore Richard Jennings autore di due copertine dei suoi album oppure 245 numero civico della casa di Slide Hampton nella quale Dolphy incontrava musicisti come Wes Montgomery, Freddy Hubbard, Coltrane...) e standards eseguiti per lo più dal vivo. Per ognuno vi è l'indicazione dello strumento e del numero di volte in cui è stato eseguito in studio e live.

Un libro di gran qualità, finalmente in italiano, che racconta in modo minuzioso e coinvolgente la cosiddetta "traversata nel deserto" effettuata da Dolphy circondato dall'assenza di interesse da parte della critica, nonostante la quale è però riuscito ad infliggere al mondo musicale jazzistico una sferzata senza pari creando nuovi possibili percorsi artistici che ancora oggi, soprattutto nell'ambito delle contaminazioni, sono stimolo creativo per molti.
Marco Losavio per Jazzitalia






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Data pubblicazione: 11/03/2007

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