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Per una volta non è inutile partire dal titolo di un disco per cercare
di raccontarlo. L' estate indiana è quella che noi chiamiamo l'Estate di San Martino.
Quei brevi giorni in cui i colori tristi dell'autunno sono immersi in un aria tersa,
tiepida. Il lavoro di questo giovanissimo quartetto immerge l' ascoltatore in un'
atmosfera malinconica, e allo stesso tempo calda. I quasi 48 minuti di "Indian
Summer" sono intrisi di un lirismo strano, tenue ed appassionato allo
stesso tempo. Un lirismo che contagia l'unico brano non firmato dal leader, l'ornettiano
"Round Trip". Ci sono tracce consistenti di
minimalismo nei dieci brani, ma è un minimalismo che ha sempre in vista un discorso
poetico sospeso, indefinito, aperto.
Un opera affascinante e, soprattutto, molto originale. Sorprendente se
si tiene conto che Guidi ha 21 anni ed altrettanto giovani sono i suoi tre
compagni di avventura, con i quali stabilisce un dialogo sempre ricco di sviluppi
e sorprese. Vengono in mente, ascoltandoli, le parole con cui Zawinul definisce,
una volta e per tutte, l'interplay jazzistico: "we always solo, we never solo".
Quello che tuttavia intriga di più è l' originalità del progetto. Un'originalità
che si riscontra tanto nella scrittura del leader quanto nel modo di suonare dei
quattro. Certo, ci sono tracce di tutto il lungo cammino del il jazz; echi di
Bill Evans,
Charlie Haden, Miles Davis (l'uso dei silenzi nel pianismo
del leader), Paul Motian, del grande quartetto europeo di
Jarrett.
Ma "Indian Summer" è un lavoro assolutamente personale e descrive un paesaggio
sonoro e poetico riconducibile solo a Giovanni Guidi ed ai suoi partners.
Enrico Rava,
che di Guidi è scopritore e mentore pronostica per il suo pupillo un avvenire straordinario.
Questi primi esiti sembrano dargli ragione.
Marco Buttafuoco per Jazzitalia
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