Indigo4 è senz'altro
un disco intrigante e particolare, che dichiara da subito tutta la sua irriverenza
e la voglia di muoversi in una dimensione comunicativa, affidandosi ad una sensibile
ricerca dei timbri, inserita in una concezione dei brani minimale in cui le strutture
– spesso semplici, per non dire inesistenti – lasciano la scena al devastante trasporto
dei suoni del collettivo.
Se da una parte era lecito aspettarsi da
Petrella
un lavoro innovativo ed ironico – rispetto alla coesa e convinta schiera dei musicisti
jazz di oggi – dall'altra, un risultato così, definito da una forte carica di idee
e personalità, non era per niente facile da immaginare.
Il primo brano Trinkle,
Tinkle (T.Monk), basato su una continua ripetizione del tema, stuzzicato
da inserimenti elettronici e da improvvise sospensioni delle linee del contrabbasso
e della batteria, rivela tutta l'energia di questa brillantissima formazione, affilatissima,
che si ripete subito nella traccia successiva,
Sacred Whale (G.Petrella),
toccando livelli di intensità davvero alti – fra tutti, lo splendido tenore di
Bearzatti
– dal sapore colemaniano.
Dodici brani, insomma, che dichiarano la poesia di un musicista sopra
le righe, coraggioso e straordinariamente capace, vicino a Duke Ellington,
quanto alle nuove sperimentazioni elettroniche – poche in realtà in questo disco
– che alla pari dei grandi contemporanei sa imporre il proprio sound e trascinare
i musicisti da cui è affiancato.
Consapevole e rispettoso della storia,
Petrella,
riesce quindi con maestria a liberarsi del peso della retorica, trovando una propria
voce originale, libera, che sa collocarsi con intelligenza in un terreno indefinibile
e confuso, quale oggi sembra essere il mondo del jazz.
Marco De Masi per Jazzitalia