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Bella confronto quello sostenuto da Arrigo Cappelletti e Giulio
Martino che decidono di dedicare un intero album a questo mostro sacro del sassofono.
Armati di coraggio e spirito di sacrificio i due musicisti riprendono alcuni tra
i brani più belli di
Wayne Shorter; per la maggior parte pezzi degli anni sessanta.
Sax e pianoforte, nulla di più; nessun sampler e nessun intervento di
tipo elettronico. Sin dalle prime note si fa strada una purezza contrassegnata da
un segno pulito e deciso. Progetto ambizioso ma, a parere di chi scrive, parzialmente
riuscito. Sempre se non ci si aspettano fuochi d'artificio.
L'interpretazione si potrebbe definire in una parola noir: visuale
introspettiva che rimanda lontanamente a quel sound ricollegabile anche a
John Coltrane.
Tutti i brani si riflettono in una dimensione meditativa davvero profonda,
che va a scavare nei percorsi più reconditi del nostro io passando dai periodi
più felici a quelli più ombrosi mantenendo però sempre una vena melanconica e riflessiva.
Lo studio dei due musicisti è quindi, senza dubbio, acuto e scrupoloso; sicuramente
non "violenta" il repertorio shorteriano, ma non lo esalta in modo particolare,
non lo scuote, non lo colora abbastanza.
E' un lavoro che sorprende ma non troppo: nell'insieme molto uniforme
e il sentimento che si prova ascoltando gli originali è sostanzialmente distante
da quello che si prova ascoltando la versione di Cappelletti e Martino.
Ugo Galelli per jazzitalia
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