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IREC S.r.l.
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Volendo porsi alla ricerca di incisioni spesso poco valorizzate, l'attenzione
non può non venir catalizzata da Isis, un disco
inciso nel 1980 da
Enrico
Pieranunzi (in copertina irriconoscibile con baffoni ed occhiali!) ed
un quintetto/quartetto di spessore indiscutibile: Art Farmer alla tromba,
Furio Di Castri
al contrabbasso,
Roberto
Gatto alla batteria e
Massimo
Urbani al sax alto (in, ahinoi, solo 3 degli otto brani).
Un pensiero irrefrenabile va immediatamente al cuore: due musicisti come
Massimo
Urbani e Art Farmer non ci sono più, la loro mancanza si fa sentire,
e molto! Superato l'attimo di commozione e questo doveroso, inevitabile pensiero,
l'immergersi nell'ascolto del disco risulta estremamente piacevole e trascinante.
L'opera è forse tra le migliori testimonianze del periodo bop di
Pieranunzi,
così carica di riferimenti al passato, come dimostra la scelta di inserire brani
di Parker e Gillespie, depurata da ogni coacervo improvvisativo estremo.
L'unico elemento da considerarsi destabilizzante è Urbani che con
il suo sax denso di tormenti sembra urlare tutta la propria sofferenza ed il proprio
grido di dolore. Il pianismo di
Pieranunzi
emerge, invece, luminoso e senza orpelli, splendidamente essenziale, teso a perlustrare
temi e composizioni che evocano episodi ispirati, quasi a comporre una suite. Intense
ed espressive le ballads: Nancy, venata
d'un lirismo toccante come solo Art Farmer avrebbe potuto immaginare, soffiata
sul timing impeccabile della ritmica. Energica e "pastosa"
Blue'N'Boogie, in cui le personalità espressive
di Urbani
e Pieranunzi
emergono in tutta la loro vigorosa complessità contrappuntata dal flicorno di
Farmer, lì dove il linguaggio strumentale dei solisti s'accosta ad una sintassi
estremamente moderna ed innovativa.
Isis è stato per
Pieranunzi
un lavoro intenso dove arte e amore per la musica - e per il pianoforte - hanno
conferito gran pregio a quel lungo ed incessante lavoro di ricerca interiore che
dura da oltre trent'anni. Immediata è l'attestazione di quanto detto fin dalle prime
note del disco: l'impronta che il pianista imprime, in ogni tema, risulta schietta,
pieghevole, quasi confidenziale, divenendo nostalgica o poderosa quando il pentagramma,
non necessariamente scritto, lo renda necessario.
Resta comunque, questo, un lavoro corale, in cui non può non rilevarsi
una non comune intesa tra i musicisti, dimostrando una straordinaria maturità nel
gestire l'interplay così come un naturale feeling all'interno della band, creando
un robusto e solido meccanismo semantico.
Tutta questa abilità nell'inventar musica consente di far fluire, come
fuoco, il tanto amato bop che alberga nell'anima dei Nostri, amalgamato alle melodie
a noi più vicine, da cui scaturiscono, splendidi, fraseggi fluidi tracciati con
mano ferma e decisa, magistralmente organizzati, rendendo il disco opera di assoluto
interesse e, dunque, se già non ascoltata, da non mancare.
Fabrizio Ciccarelli e Franco Giustino
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