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Verve/Universal 986-3460, box di 5 cd

AA.VV.
The Complete Norman Granz Jam Sessions

Disc 1
1. Jam Blues
2. Medley
3. What Is This Thing Called Love?
4. Funky Blues
Disc 2
1. Apple Jam
2. Medley
3. Oh Lady Be Good
4. Blues For The Count
Disc 3
1. Jamming For Clef
2. Rose Room
3. Stompin' At The Savoy - Part 1
4. Stompin' At The Savoy - Part 2
Disc 4
1. Blue Lou
2. Just You, Just Me
3. Jam Blues
4. Medley (Ballad)
Disc 5
1. Funky Blues
2. Lullaby In Rhythm

Click per l'ascolto


Norman Granz - Producer

Non è stato Norman Granz ad inventare le jam session, ma a farle diventare uno stato sublime dell'arte del jazz fu proprio lui. Grandissimo appassionato cresciuto con il mito delle notti incandescenti di Kansas City, dove l'orchestra di Count Basie furoreggiava con i suoi magnifici solisti, successivamente impresario e produttore, Granz fu un esempio di coerenza per quanto riguarda la scelta di repertorio e musicisti che cercò anche di preservare dal razzismo dilagante a cavallo degli anni '40. Del resto fu un predestinato: studi compiuti alla Universty Of California, ordinaria militanza nell'esercito e primo importante incarico nel 1946 con la supervisione del cortometraggio "Jammin' The Blues", protagonista Lester Young, che vinse un Grammy Award spalancandogli le porte del Philarmonic Auditorium di Los Angeles, dove organizzò un concerto che quasi subito si trasformò nella sigla "Jazz At The Philharmonic", una vera e propria rivista itinerante dai semplici ingredienti di successo. Mettere insieme un manipolo di artisti talentuosi, levargli di dosso ogni pressione e aspettativa, scegliere un repertorio che dagli standards virasse verso il blues ed aspettare che la miccia così innescata evidenziasse il suo alto potenziale. Tutto qui. Non contento di associare stelle del calibro di Oscar Peterson (che fu proprio lui a scoprire e lanciare), Dizzy Gillespie, Art Tatum, Billie Holiday, Ben Webster e molti altri, Granz registrava quasi sempre quelle spettacolari performance che per la loro stessa natura si allungavano sempre oltre la durata convenzionale (tre minuti) fissata dagli imperanti 78 giri di allora. In rapida successione Granz fondò le etichette Clef (1946), Norgran (1953) e Verve (1956) ottemperando al duplice scopo di poter pubblicare molti di quei concerti che si trovarono subito a beneficiare del successo arriso al nascente LP, (l'unico formato che probabilmente resisterà ancora con il suo fascino intatto allo scorrere del tempo) documentando inoltre l'attività di Ella Fitzgerald, un'altra icona che aveva messo sotto contratto.

Bisogna fare un passo indietro per risalire al magnifico contenuto di questo box che dietro le fattezze metalliche dell'involucro possiede un cuore indomito. I brani non sono inediti ma per la prima volta appaiono disposti secondo un criterio cronologico. Tra l'estate del 1952 e l'autunno del 1954, durante le pause ritagliate al tour del JATP, Granz convocò a Los Angeles (ma questa volta in studio) questa super-nazionale del jazz con lo scopo di poter ricreare anche in sala d'incisione quell'atmosfera capace di produrre fremiti indimenticabili nei live act per l'arguta commistione di tradizionalisti dello swing con gli innovatori del bop. E furono subito scintille: nella prima seduta (17/6/1962) il roster allineava addirittura il magnifico triumvirato del sax contralto con Benny Carter, Johnny Hodges e Charlie Parker in rigoroso ordine alfabetico, dietro di loro Oscar Peterson (al quale venne affidato un ruolo strategico, essendo tra i pochi a non mancare quasi mai), comandava la ritmica completata da Ray Brown e J. C. Heard. Sulle ipotetiche ali Barney Kessel, Ben Webster e un Flip Phillips particolarmente nelle grazie di Granz, al centro il pirotecnico trombettista Charlie Shavers, tra i grandi sottostimati nella storia dello strumento. Tutti in passerella e subito in evidenza quello che era un marchio di fabbrica del JATP Style: la cosiddetta ballad-medley che raggruppava una decina di temi in cui non c'era competizione diretta, ma piuttosto un feeling così naturale da risultare decisivo nell'ispirazione dei vari solisti che si trovavano a svolgerne il tema successivo passandosi il testimone. La seconda session (18/8/1953) mischiava di parecchio le carte lasciando il solo Carter a raccogliere l'ideale sfida lanciata da Willie Smith, al tenore un'altra stimolante dicotomia nelle personalità di Wardell Gray e Stan Getz opposte a Harry "sweet" Edison e Buddy De Franco, giovani che stavano bruciando le tappe e l'insuperabile metronomo Buddy Rich alla batteria. Il tutto sapientemente coordinato dal prediletto Count Basie, appena firmato dall'impresario a coronamento di un sogno. Lo stesso band-leader aveva coinvolto personalmente il chitarrista Freddie Green, figura fondamentale in quel momento di transizione in cui non aveva neanche un contratto (suonando con una certa testardaggine ed esiti incerti l'organo). Ancora una volta è il trombettista Edison a brillare per incisività nell'affascinante mosaico intessuto da Basie, con menzioni d'onore per Green e Rich.

Neanche il tempo di rifiatare e Granz convoca (2/9/1953) Roy Eldridge e Dizzy Gillespie a New York, città che nonostante la fama, per il produttore doveva considerarsi un eccezione malgrado gli stesse spalancando le porte della prestigiosa Carnegie Hall. Il motivo occasionale era stato dato dall'ingresso in scuderia di Lionel Hampton. Il materiale registrato quel giorno prese posto in tre LP che qui invece occupano il terzo e quarto cd. Nella direttrice dei tenori ancora la feroce rivalità tra Phillips e Webster, "appesantita" dalla ulteriore presenza di Illinois Jacquet, tra le prime stelle del circuito JATP, fama discendente dal suo stile tumultuoso e passionale. Ovviamente sugli scudi i due trombettisti, legati da affinità ancora più evidenti da quelle apertamente riconosciute dallo stesso Gillespie. Focosità ed accuratezza dell'eloquio sono i tratti più evidenti di uno dei più formidabili incontri di tutti i tempi condensato nel pirotecnico finale di "Stompin' At The Savoy". E' curioso notare come in quel momento per "Diz" le cose non andassero particolarmente bene: aveva fondato anche lui un etichetta fallita quasi subito, incerto sul da farsi aveva registrato sia per la Blue Star che per la Vogue. La chiamata di Granz giunse quindi a proposito con una prospettiva ancora più incoraggiante, visto che sul finire di quello stesso anno sarebbe arrivato il primo disco per la Norgran che avrebbe fissato il suo famoso incontro in studio con Stan Getz. Eldridge fu un altro nome fortemente inseguito da Granz dopo la collaborazione per la serie JATP alla fine degli anni '40. Roy nel frattempo aveva deciso di emigrare in Europa, dove si era mantenuto particolarmente attivo. Fatto sta che l'ultimo disco realizzato in America cominciava ad essere lontano (1946). L'impresario ebbe un peso decisivo nel suo ritorno e non soltanto per il contratto che era arrivato tramite la Clef oppure per la regolare militanza nelle varie formazioni del JATP che girarono lungo il paese fino al 1957. Eldridge divenne infatti uno degli assi di casa Verve continuando ad incidere per quella etichetta anche dopo la sua cessione al colosso MGM.

Per l'ultima session (30/10/1954) si ritornò ad Hollywood confermando in line-up il blocco Gillespie-Eldridge-Peterson, a cui si aggiunsero Herb Ellis, Buddy De Franco e Louie Bellson. A Flip Phillips venne invece affiancato il trombonista Bill Harris, oggi praticamente dimenticato, all'epoca invece pareccho in auge. In quei due LP che sigillano il quinto e ultimo cd del box spicca "Funky Blues", il brano più lungo della serie con i suoi 28 minuti di durata in cui c'è ancora un memorabile inseguimento tra Eldridge e Gillespie che segna l'evoluzione di stile partendo da Louis Armstrong fino al giovanotto dallo strano soprannome che imbracciava una tromba dalla cornetta periscopica. Purtroppo sul finire di quel decennio la serie JATP andò a sfumare fino ad essere cancellata del tutto. Granz vendette tutto per occuparsi solo del management dei suoi pupilli Ella Fitzgerald ed Oscar Peterson. Gli altri ne risentirono parecchio non trovando più una label disposta a concedergli la stessa fiducia. Sembrava tutto svanito finchè più o meno improvvisamente Granz decide di ritornare in grande stile nel 1973 con la creazione della Pablo in cui tutta la vecchia guardia si ritrovò naturalmente coinvolta con l'aggiunta di altri protagonisti come Joe Pass, Zoot Sims, Sarah Vaughan, Eddie "lockjaw" Davis per riagguantare l'aura magica delle jam sessions registrate sul palcoscenico di Montreux, un festival europeo che ha sempre fatto dell'arte dei meeting la propria forza. Per una buona decina d'anni tutto filò liscio poi Granz optò per il definitivo ritiro in Svizzera, con la cessione del nuovo marchio alla Fantasy (appena rilevata dalla Concord) e una vecchiaia affrontata con legittimo orgoglio fino alla morte di cancro nel 2001. Rimane un personaggio fondamentale nella storia del jazz, tra i più imprescindibili nella schiera dei non-musicisti.

P.S.
I musicisti coinvolti nelle jam sessions di cui sopra sono in tutto ventisette per quasi altrettanti brani, qualche volta ripetuti e spesso gioiosamente inventati all'impronta. Non li abbiamo elencati un po' perché appartengono alla storia degli appassionati anche più occasionali e poi perché ci piacerebbe fosse un altro piacere riscoprire ognuno secondo le proprie modalità.

Vittorio Pio per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 05/05/2005

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