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Splasc(h) Records - CDH 984.2

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Luca Cacucciolo
Kind Of Illusion


1. Lullaby For Sara
2. Beijing's Dream
3. Loopy Girls
4. Three Weeks
5. Fallin' Snow Dance
6. Nowhere, Nobody, Never
7. Elizauma
8. Kind Of Illusion
9. Joe's Smile

Luca Cacucciolo - piano
Mattia Magatelli - contrabbasso
Riccardo Tosi - batteria
Francesco Bearzatti - sax


Questa non può essere considerata una recensione e nemmeno un'intervista. E' una conversazione con un mio carissimo amico.

Si tratta di Luca Cacucciolo. Luca è un pianista e compositore, nato a Bari 34 anni fa. Si occupa di jazz da una quindicina d'anni, dopo una solidissima preparazione classica con il Maestro Flavio Peconio di Bari e dopo aver frequentato i corsi di Nico Marziliano e Davide Santorsola presso la Scuola "Il Pentagramma", sempre a Bari. Si specializza con Ettore Fioravanti, Enrico Pieranunzi e Franco D'andrea, frequentando i seminari di Siena Jazz. Il jazz diventa ben presto tutt'uno con la sua vita.

Conosco Luca da qualche anno, da quando si è trasferito a Milano. Ricordo il nostro primo incontro in un club dove mi ero recata ad ascoltare un "Tribute to Bill Evans", in trio. Il gruppo era composto da Ferdinando Faraò, alla batteria, Stefano Scopece al basso e per l'appunto Luca Cacucciolo al pianoforte. Conoscevo già da tempo Ferdinando e Stefano e, da appassionata che sono della musica di Bill Evans, mi ero precipitata ad ascoltarli, finita la mia lezione al "serale" di piano jazz.

Ma quella serata finì con qualcosa di totalmente imprevisto per me: la mia prima jam session, accompagnata da Ferdinando e da Stefano. E con Luca seduto di fianco a me, per farmi coraggio.

Sono momenti che, per chi vive il jazz come lo vivo io, non si scordano più. Così è nata la nostra amicizia. Ci tengo molto a raccontare questo episodio, perché da quel momento ho trovato in Luca un amico generoso che mi ha sempre incoraggiata e che mi ha anche insegnato tante cose.

E' da tempo che Luca mi parlava del suo nuovo disco "Kind of Illusion". Un lavoro che ha avuto una lunga gestazione, ma che finalmente ha visto la luce ed il risultato è stato di grande soddisfazione.

Si tratta di un lavoro realizzato con il suo trio, insieme a Mattia Magatelli al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria. Special guest: Francesco Bearzatti al sax.

Il disco presenta tutti brani originali composti da Luca, eccettuato solo il primo pezzo (Lullaby for Sara), composto da Mattia Magatelli, ed una ghost track, Eu Sei Que Vou Te Amar, di Antonio Carlos Jobim e Vinícius de Moraes. Luca ama molto la musica di Jobim, ma trattandosi dell'unica cover sul proprio cd, ha preferito optare per la "ghost track".

L'idea è quella di ascoltare il cd assieme e di commentarlo, brano per brano, ma ... come vedete abbiamo anche divagato parecchio. Chiedo a Luca come fa a comporre. Mi spiega che compone solo su ispirazione, perché gli sarebbe davvero impossibile creare musica in altro modo. Per questo motivo ci vuole tempo, prima di riuscire a disporre del numero sufficiente di pezzi per creare un nuovo disco.

La seconda track (Beijing's Dream) rievoca il viaggio in Cina che Luca fece lo scorso anno. Ricordo perfettamente quando me ne parlò per la prima volta, una sera che eravamo al Leoncavallo, qui a Milano. Riprendiamo quel discorso da dove lo avevamo lasciato. Fu un viaggio strano, mi racconta Luca. Un altro mondo per davvero, totalmente diverso dal nostro, anche a causa dei grossi problemi di comunicazione incontrati… nessuno che parlasse inglese… un vero senso di smarrimento in un posto sconosciuto dove nessuno riesce a capirti né tu a capire loro…Luca mi racconta di avere composto questo brano in un momento di forte nostalgia, proprio quando si trovava a Pechino. Pensava ad una ragazza con la quale gli sarebbe piaciuto iniziare una storia, una volta tornato in Italia. Si sentiva trasportato lontano dalla malinconia, ma anche dalla suggestione di una passione ancora tutta da vivere, consapevole di trovarsi però in un posto così distante e così diverso, con quegli odori, con quei colori così insoliti. La sua musica dà proprio questa sensazione. Un totale contrasto. Ma durante questo viaggio, non ci accorgiamo di passare da una realtà all'altra. E' questo l'aspetto che maggiormente mi colpisce, ascoltando questo brano. Mi ritrovo quasi senza nemmeno pensare ad evocargli di avere provato la medesima sensazione leggendo un libro, parecchi anni fa: Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco. Eco riusciva, attraverso la sua narrazione, a trasportare il lettore in momenti temporalmente molto distanti fra di loro, ma esattamente allo stesso modo di Beijing's Dream: senza far avvertire il "passaggio"…

Anche il pezzo che segue, Loopy girls, ha a che fare con la sfera sentimentale. Qui Luca riflette sulla propria oggettiva difficoltà nel relazionare con persone che non abbiano il suo stesso feeling. Si mette in discussione, lui per primo, ma mette in discussione anche le donne e la loro volubilità o la loro mancanza di comprensione… Chi è alla fine "quello sbagliato"? Il nostro discorso si trasforma in una serie di riflessioni fatte a voce alta. Luca si è reso conto di aver scelto la musica come propria compagna, assegnandole un ruolo che viene prima di qualunque altra cosa, anche a costo di grosse rinunce. Tuttavia, a differenza di altri artisti che ho conosciuto e che si pongono al centro del proprio universo, Luca si considera (forse anche troppo) responsabile delle situazioni che ha vissuto, e si pone continui perché.

Il brano successivo "Three Weeks" segue lo stesso filo conduttore. Tre settimane per chiedersi se è possibile diventare "normali", uguali a tutte le altre persone… Tre settimane per arrivare alla consapevolezza di come si è fatti dentro. Dalle sue parole e dalle considerazioni severe che fa, emerge chiaramente che Luca talvolta giudichi la propria sensibilità artistica come una mancanza, anziché una dote….

Il quinto brano "Fallin' Snow Dance" è una ballad dalla struttura armonica alquanto complessa. La ascoltiamo attentamente e ci riconcentriamo sulla musica. Ma di nuovo, come in ogni conversazione spontanea, gli argomenti mutano rapidamente, compaiono e scompaiono senza che ce ne rendiamo neanche conto. La musica è certamente il filo conduttore, ma nel caso di Luca la musica è anche la sua vita e ci troviamo quindi a parlare di lui da bambino e di suo padre, grande appassionato di jazz. Fu proprio grazie a lui che Luca iniziò ad interessarsi seriamente alla musica, all'età di 12 anni. Poi un flash: il racconto di un'emozione unica, incredibile, che Luca provò all'età di 17 anni, quando assistette ad un concerto dal vivo di Miles Davis.

Di nuovo riprendiamo a parlare delle composizioni presenti su questo cd. I temi sono semplici, minimalisti, orecchiabili. Quasi mi sento in colpa nel pronunciare questo aggettivo, "orecchiabile", riferito alle sue melodie. Perché mi pare di sminuirne la bellezza. Invece Luca lo apprezza. Anzi, lo trova calzante. Mi dice che gli fa piacere quando magari qualcuno, dopo aver ascoltato qualche suo pezzo, sia subito nella condizione di canticchiarlo. Personalmente, trovo che la semplicità nel comporre una linea melodica sia un grande pregio. Pochi sanno comporre così. Sono pennellate che descrivono emozioni, sensazioni, ricordi in maniera nitida e riconoscibile.

Siamo già arrivati al settimo brano, "Elizauma", una bossa, un altro pezzo assai complesso armonicamente. Luca mi conferma di amare molto la bossanova.

Il brano che segue è un suo tributo a John Coltrane, il jazzista che per Luca rappresenta il massimo punto di riferimento. Ci sono due dischi, mi confessa Luca, che a suo avviso sono le opere più grandi di tutta la storia del jazz: A Love Supreme, di John Coltrane e You Must Believe in Spring, di Bill Evans. Due opere diversissime. Due opere fondamentali. La prima è intrisa di energia e spiritualità, un'opera che proietta "verso il cielo", verso il sublime. La seconda invece un'opera tormentata, dalla quale emerge tutta la fragilità dell'essere umano, un'opera terrena, impregnata di malinconia e di grandissimo dolore. Anche qui vi è un enorme contrasto: fede e speranza da una parte, disperazione e vuoto dall'altra. Sentimenti totalmente contrapposti che tuttavia caratterizzano l'essere umano con tutte le sue contraddizioni. E Luca è molto sensibile in entrambe le direzioni. E' attratto da entrambi questi poli, paradiso e inferno, in un certo senso. 

Divago. Domando a Luca cosa ne pensi del free jazz, un linguaggio che a me pare molto lontano dal suo mondo. Luca mi conferma di non "sentirlo". Si considera un musicista mediterraneo, melodico, sebbene talvolta sappia creare anche delle sonorità più acide e "cattive". Mi fa capire comunque che, proprio per le caratteristiche difficilmente inquadrabili di questo genere musicale, risulti molto arduo distinguere (nel panorama contemporaneo ed europeo) artisti mossi da un'ispirazione profonda ed onesta (sia pure totalmente distanti dal circoscritto fenomeno del free jazz nero delle origini), da altri musicisti che forse hanno adottato questa strada solo come "atteggiamento" (se non addirittura come paravento dietro cui celare qualche lacuna…).

Ma ecco l'ultima track del cd: il nono brano, Joe's Smile, che si fonde con la ghost track. "Joe's smile" … è il sorriso di Giuseppe, un allievo di Luca. Giuseppe è un ragazzo tetraplegico, in grado di muovere solo due dita. Luca ha inventato un modo "diverso" per insegnargli la musica ed è stato ripagato proprio dal suo sorriso, il giorno che Giuseppe è riuscito a fare due note.

Ed ecco la ghost track: Eu Sei Que Vou Te Amar. Tra le varie versioni esistenti del pezzo di Jobim/De Moraes, quella che ha particolarmente ispirato Luca si trova sull'album "Lagrimas Negras" realizzato da Bebo Valdes con il cantante flamenco Diego el Cigala. Si tratta di una versione in spagnolo, eseguita in trio. E' un pezzo che gli piace molto, pur essendo completamente fuori contesto, rispetto a tutti gli altri brani del suo cd.

Quante cose che ci siamo raccontati. Ora domando a Luca di parlarmi delle sue svariate esperienze musicali e delle diverse formazioni in cui suona, anche se alcune di esse mi sono già familiari:

Per primo, il "Luca Cacucciolo Trio", con Mattia Magatelli e Riccardo Tosi, più Francesco Bearzatti come special guest.

Quindi la big band "Avant Orchestra", diretta da Marco Fior, trombettista. Luca aveva sempre suonato in contesti più piccoli. Iniziare a suonare in una big band, simile alle grandi orchestre di Duke Ellington o di Count Basie, per lui è stata una grandissima emozione ed è stata l'opportunità di sperimentare un approccio alla musica completamente diverso. Ormai sono circa tre anni che Luca è entrato nella Avant Orchestra.

Luca si considera un musicista creativo. Mi spiega che in una big band invece ti accorgi di essere "al servizio della band" stessa e capisci che devi lasciare maggiore spazio alla creatività di tutti.

Una recente collaborazione che ha riscosso un grande successo lo scorso mese di novembre è stata proprio la serie di concerti tenuti dalla grande cantante Mary Setrakian, qui a Milano, accompagnata per l'appunto dalla Avant Orchestra.

Sempre in tema di canto, Luca è considerato un ottimo accompagnatore al pianoforte. Lo dice con semplicità, senza apparire immodesto. Ma la riprova di questa sua abilità sono le sue svariate collaborazioni con bravissime cantanti. Una fra tutte, Monica Della Vedova.

Tornando alle formazioni strumentali, abbiamo il quintetto "Europe Connection", con Luca Cacucciolo al piano, Gaetano Partipilo al sax, Yuri Goloubev al basso, Gianlivio Liberti alla batteria e Alberto Parmegiani alla chitarra. Con questa formazione uscirà presto un nuovo cd, ormai pronto per essere pubblicato.

Un altro trio classico, l' "Interplay Trio", un tributo a Bill Evans, di cui vi accennavo all'inizio, insieme al batterista Ferdinando Faraò e al bassista Stefano Scopece.

Un quartetto, "New Feel Quartet", con Francesco Bianchi al sax (Francesco milita da diversi anni anche nella Avant Orchestra), Mattia Magatelli al basso e Michele Salgarello alla batteria.

Ma bisogna anche aggiungere alcuni gruppi funky o di latin jazz, due generi che Luca ama molto.

Si è fatto sera. E' inverno e il buio è arrivato in fretta. Luca si congeda (rimandando per l'ennesima volta una spaghettata che gli ho proposto da almeno un paio d'anni). Capiterà sicuramente un'altra occasione. Mi dice di avere incastrato tutta una serie di impegni, per questa serata, una delle poche, rarissime sere libere che, nella sua vita totalmente dedicata alla musica, può riservare ai rapporti interpersonali, agli amici, alle ragazze.

Lo capisco e per questo non insisto.

Mentre attende l'ascensore, Luca mi parla ancora di musica, di Brad Mehldau. … Ci tiene a dirmi che questo artista è uno dei suoi preferiti. Lo considera un mito in trio, ma lo trova grandissimo anche come sideman in varie formazioni (mi cita ad esempio il quintetto di Kurt Rosenwinkel e l'album "Deep Song", un disco che, a suo avviso, è un capolavoro). Me lo dice entrando in ascensore…

Ci salutiamo con un abbraccio affettuoso.

E' la tua serata di libertà, ciao Luca. Divertiti.

Rossella Del Grande per Jazzitalia




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