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Sui mercatini d'epoca si ritrovano le cose di un tempo alle quali non si era più pensato e qualche volta ci si accorge che potrebbero ancora funzionare, magari con qualche accorgimento, se non altro per il gusto di rivivere un'emozione.
Come a volte succede, l'oggettistica dei mercatini può mancare di qualche componente (orologi senza una sfera, radio riceventi prive di una valvola, macchine per cucire di cui non si trova la pedaliera, ecc.) A Ballata per quintetto (1960) e a Passeggiata col quintetto (1960), partecipano solo in quattro e, tra l'altro, la formazione è ben diversa dall'originale. Spero comunque che chi li ascolterà (o li riascolterà) trovi il meccanismo ancora funzionante.
Serenissima (1953) è l'oggetto più antico, scritto quando suonai, ancora studente, presso l'omonimo Circolo Culturale dei cittadini veneziani residenti a Genova. Nato pure questo per quintetto, mi pare funzioni anche in quattro, soprattutto per l'abilità e la fantasia di Dino, Enzo ed Andrea, che non fanno mancare al brano l'originaria lucentezza. Un Mattino di Maggio (1994) è molto più recente, ma sulla Bancarella non è fuori luogo, perché capita a volte di trovare cose di pochi anni fa quali riviste, dischi, cartoline, fotografie. E' l'immagine di Claudia nel giorno della laurea, attorniata da un gruppo di amici: era uno splendido mattino di maggio, come oggi, in cui scrivo queste annotazioni.Ora c'è anche Tommaso, che ha sei mesi.
A Lui dedico questo lavoro – ai suoi genitori, agli zii, alla nonna – e mi piacerebbe che, tra moltissimi anni, in qualche remota località, su una bancarella (anche soltanto immaginarie) rinvenisse questo CD e lo riascoltasse con
affetto. Primi seri esercizi di composizione per Gianni Coscia: quattro tracce su cinque de La Bancarella – escluso Mattino di maggio – hanno tra i quaranta e i cinquant'anni. Queste perle, piluccate nella personale bancarella di antiquariato sonoro, il fisarmonicista le rilegge con "gli occhi dell’oggi", accompagnato dal vibrafono di Dulbecco, dal contrabbasso di Pietropaoli e dallo scoppiettante trombonista Dino Piana – vero punto di forza del disco, del quale avevamo perso le tracce -, che dall'alto delle sue settantadue primavere sfrutta al meglio gli ampi spazi lasciatigli da Coscia. Nitidi paesaggi cool (tra Giuffre e Tristano), arrangiamenti "fugati", perfetto equilibrio tra parti scritte e improvvisate. Un album asciutto, scarno, efficace, che evita certe "leccature" de L'Archiliuto. Enzo Pavoni - IL MANIFESTO 16.11.2002
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