Jazzitalia - Massimo Sorrentino: La Notte dei tempi Viventi
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Comar23
Massimo Sorrentino
La Notte dei tempi Viventi


1. Pioggia di lacrime d'avorio 6.47
2. Serendipity 6.18
3. Plonger en Normandie 8.07
4. Inquieto spleen 6.36
5. Phase bagher 7.24
6. Me(Dio) fra te e l'oriente 4.06
7. Sweet wave 7.58
8. Stéphanie 4.37
9. La notte dei tempi viventi 14.44


Composizione e arrangiamenti di Massimo Sorrentino

Massimo Sorrentino - chitarre elettriche, acustiche, classiche, sinth guitar
Daniele Sorrentino - basso, contrabbasso
Mario Toscano - batteria
Andrea Rea - pianoforte, tastiere


Special guest

Tony Sorrentino - fisarmonica
Peppe Fiscale - tromba, flicorno
Luca Cioffi - percussioni
Stéphanie Tirelli - armonica synth, tastiere



"La notte dei tempi viventi"…sì, "notte" e "tempi": due concetti interpretati dal giovane chitarrista in modo molto personale, estesi nella concettualità e nella realizzazione artistica; l'intervista ne darà, si è convinti, spiegazione esauriente.

Massimo Sorrentino è un jazzista dalle significative capacità espositive, naturalmente portato ad un marcato nitore in termini di arrangiamento ed orchestrazione, grazie ad una tecnica tendente alla raffinatezza ben appresa nella sua dedizione ad un genere contemporaneo che non impedisce il rimaner fedeli a basi irrinunciabilmente sudamericane e, soprattutto, fusion.

Le atmosfere dell'album variano nelle coloriture (dal lirismo alla performance ad effetto) secondo un equilibrio sonoro tendente alla discorsività – anche a quella più accattivante – con esiti omogenei nell'ascolto, di grande garbo e piacevolezza.

L'organizzazione dell'insieme strumentale risulta brillante nella progettazione, spaziando con intelligenza nelle plurime dimensioni che il pathos improvvisativo può offrire: un happy jazz, insomma, dove il peso armonico new age incontra un ampio cielo di intuizioni melodiche su cui gioiosamente imperversare col proprio talento.

La voce strumentale, adeguatamente sorretta dai bravi componenti del Group, giunge ariosa e rotonda, nella predilezione di timbri caldi e di un linguaggio incline all'eclettismo: una pari attrazione, dunque, per il variegato stilismo sudamericano e per la lezione nordamericana, fondamentale e più rigorosa dal lato tecnico.

Gradevole il dialogo con Massimo. Eccolo:

F.C.: Ciao Massimo, ti va una presentazione?
M.S.: Mi chiamo Massimo Sorrentino. Sono un chitarrista jazz campano anche se sono nato a Pescara e mi ritrovo spesso a vivere anche a Roma. Dopo una serie di esperienze e lavori al servizio di altri artisti, recentemente ho avuto il piacere di poter pubblicare il mio primo disco da solista, dal titolo "La notte dei tempi viventi" : un album con varie contaminazioni musicali (jazz, latin, jazz/rock, word, etnica ecc…) pubblicato dalla Comar23. Tale etichetta ha apprezzato e voluto produrre la mia musica inserendomi così tra le sue recenti pubblicazioni, che comprendono fra l'altro lavori di jazzisti, come Joe La Barbera, Darek Oles, Sid Jacobs, Marco Collazzoni, Andy Gravish, Pietro Tonolo. Una bella esperienza per me e gli altri musicisti coinvolti nel "Massimo Sorrentino Group", che vorrei citare e ringraziare per la loro grande musicalità e preparazione: Daniele Sorrentino (basso), Andrea Rea (pianoforte e tastiere), Mario Toscano (batteria), Luca Cioffi (percussioni), Tony Sorrentino (fisarmonica), Peppe Fiscale (tromba e flicorno) e Stéphanie Tirelli (armonica synth e tastiere)."



F.C.: Nell'ascolto del cd si notano passi alla Metheny ben arrangiati, un deciso interplay peraltro originale, il tuo stile chitarristico caratterizzato da un fraseggio morbido ed accattivante. La progettazione d'assieme dell'album mi sembra convincente, piacevole è la vostra tendenza allo smooth di qualità, a mio avviso abbastanza evidente nella scelta del registro per le tastiere?
M.S.: L'influenza "methenyana" c'è ed è capitato che questa nel disco si tramutasse in veri e propri omaggi/citazioni (come quando nel finale di "Phase bagher" ripropongo una famosa struttura armonica tratta da "Phase dance": brano storico del gruppo americano). Più in generale devo dire che l'approccio descrittivo musicale del Pat Metheny Group mi coinvolge prima di tutto come appassionato di musica, poi è inevitabile che quando ami qualcosa, ciò condizioni un po' il tuo modo di essere: quindi ritornando alla mia musica, effettivamente si possono ritrovare degli elementi cari al PMG, cioè quell' attenzione nei riguardi degli arrangiamenti con l'uso di tastiere, tromba e fisarmonica, così come nel suono …tutto ciò spero abbia portato ad un "sound" d'insieme che risulti riconoscibile, questo anche grazie al fatto che suoniamo assieme da molti anni,nonostante adesso abbiamo ancora un'età media di 25 anni.

F.C.: Da dove nasce il titolo?
M.S.:
Il titolo del disco vuole essere un omaggio a un film che ha segnato un'intera generazione di appassionati del genere horror: "La notte dei morti viventi", che non a caso ho voluto celebrare anche con un video/cortometraggio di prossima uscita (spero). Magari poi avrò modo di parlarti più nei particolari di quest'ultimo progetto che cerco di curare parallelamente al disco. Ma nel titolo c'è anche un tentativo (nascosto) di far capire che parte della mia musica è stata ispirata da una ricerca continua nei riguardi dei tempi: intendo quelli musicali. Infatti molti brani danzano su cambi improvvisi di ritmiche, con l'uso di tempi dispari e/o cambi di velocità. Oltretutto c'è da dire che amo molto suonare e comporre a notte inoltrata. Quindi con un tale binomio, cioè " compongo di notte e su vari tempi", mi è sembrato naturale chiamare l'album "La notte dei tempi viventi"….

F.C.: L'idea mi sembra spiritosa e soprattutto autoironica, ben venga! Torniamo al fatto più strettamente tecnica: Ad esempio mi pare possibile affermare che la tua preparazione sia abbastanza completa, così giusta mi sembra la scelta della marca delle chitarre (preparate?) che usi nell'album.
M.S.: Mi auguro di dare l'impressione d'essere completo, anche se forse nessuno riesce mai a completarsi. Ad ogni modo nel mio percorso tecnico e artistico ho sempre cercato di non perdere di vista ciò che mi dava emozione. Quindi anche nello studio della musica ho cercato sempre di dare un'occhiata al di là di ciò che mi poteva offrire lo studio del mio strumento. Oltre a dedicare ore ed ore alla chitarra, in certi periodi ho deciso coscientemente (e decido tutt'oggi) di impiegare il mio tempo anche ad altri strumenti (come il pianoforte) o allo studio della composizione, degli arrangiamenti o della produzione di suoni…Da quest'ultima ricerca nasce anche il mio suono di chitarra, che in particolare, nel disco ho curato sopratutto sulla mia Ibanez 335, con vari effetti ricavati dalle mie pedaliere o sfruttando il" mondo dei plugin" dei software musicali, i quali mi hanno permesso, un paio di volte, di creare il suono dopo aver effettuato la registrazione. E' il caso del solo di chitarra proprio su "Phase bagher": quell'improvvisazione è stata registrata con una Fender senza alcun effetto ("flat"), solo in un secondo momento l'ho "decorata" con un po' di "chorus" e di "delay".

F.C.: Talvolta la batteria mi pare troppo in evidenza nella registrazione, ma è solo una mia sensazione… Il mood in ogni caso risulta pulito, molto terso, solare."
M.S.: Non so a quali passaggi ti riferisci: ma in effetti ti confermo che in alcune circostanze è stata una scelta contemplata quella della batteria più "fuori", in quanto ci tenevo che venisse messo in evidenza quel senso del tempo e del ritmo anche a livello di missaggio.

F.C.: Bello l'assolo in "Pioggia di lacrime d'avorio", buon fraseggio, gradevolmente acidulo (il Frisell più "gentile"), ottimo l'intervento del piano e l'appoggio della ritmica – bravo il batterista nei cambiamenti di tempo. Il brano suona originale e ben ideato nelle armonie.
M.S.: Innanzitutto, grazie! Sono pienamente d'accordo con te! Forse in "Pioggia di lacrime d'avorio" (così come ne "La notte dei tempi viventi") sono riuscito nell'intento di trovare un giusto equilibrio delle parti: sia dal punto di vista improvvisativo (alternando e diversificando le atmosfere nei soli di chitarra e di piano), sia per l' arrangiamento (sfruttando un organico piuttosto ampio), sia per quello che riguarda l'aspetto ritmico, dove basso e batteria hanno potuto spaziare fra momenti jazz/rock fino ad arrivare al latin nel finale.

F.C.: La domanda corre d'obbligo, si sarebbe detto anni fa. Però io te la faccio ugualmente: qual è il tuo progetto?
M.S.: "La notte dei tempi viventi" nasce come un "concept album", il cui filo conduttore è appunto il "tempo". Ho pensato di esplorare musicalmente la mia personale idea di questo fenomeno, cercando di comunicare attraverso le note le sensazioni che provo quando, nella mia inquietudine esistenziale, ho a che fare con il mistero del tempo, osservandone le sue caratteristiche concettuali da ogni sua angolazione. Passato, presente, futuro: tre elementi indispensabili per permetterci di considerare il tempo come un qualcosa di tangibile, reale. Penso che la musica, più di ogni altra arte, abbia la capacità di aiutarci a "sentire" il tempo. Ogni nota può farci ascoltare un tempo. E ognuno di noi ha il suo. Grazie a tale miracolo, un suono del passato ci permette di vivere il presente con un' eco del futuro ancora assente. Questa è la mia "frase simbolo" che ho creato per racchiudere tutta la mia idea del rapporto tempo/musica. Inoltre spero che con questo disco si possa inaugurare una serie di miei dischi a tema: vorrei continuare a dedicare la mia musica a dei film, facendo così confluire nella musica la mia altra grande passione, il cinema. Sono molto interessato alla simbiosi che si crea quando musica e immagini si incontrano. E' mia intenzione, infatti, creare una storia e un video/corto per ogni mio disco futuro. Tale esperimento in parte è già avvenuto con questo album: infatti per ogni brano ho creato una storia che segue una logica descrittiva (ovviamente del tutto soggettiva e personale) attorno ad ogni momento del disco, con lo scopo di poter suscitare un ascolto alternativo della mia musica. Tali racconti (assieme a delle foto paesaggistiche realizzate appositamente) sono racchiusi in un libretto inedito (in quello ufficiale del disco non ci andava) che ho messo a disposizione (ovviamente gratis) nel mio sito o che invierò a chiunque fosse interessato. Con questi elementi ho già messo in cantiere le idee del mio prossimo film...oops..."concept album". Tutte queste mie manie di grandezza credo siano nate anche perchè ho notato spesso nell'ambiente jazzistico (e qui ci scappa la polemichetta, una certa apatia e mancanza di voglia di cercare di dare altre opportunità al jazz stesso...E poi ci lamentiamo se in Italia non c'è molto seguito? Credo dovremmo cercare di porci diversamente rispetto all'uso del jazz nel 2006. Parlo sia dal punto di vista di una progettazione di un disco che per l'esecuzione live. A volte rimango perplesso quando ascolto dei dischi jazz che escono oggi, che sono concepiti con le stesse caratteristiche dei dischi che si facevano negli anni '40,'50,'60. Non ne vedo l'utilità...preferisco andarmi a sentire i dischi passati. Lo stesso vale anche nella proposta live: ma lì il discorso è più complicato ancora...e spesso non dipende dal musicista.

F.C.: Si "entra" sorridendo nel tuo linguaggio, nella tua sintassi musicale…volevi questo?
M.S.: Si, in effetti quando noto una reazione del tuo tipo alla mia musica, rimango molto soddisfatto, perché lo spirito del disco nasce proprio con la voglia e le intenzioni di fare una " musica solare", cioè con una spinta emotiva verso un "ottimismo musicale" (se mi concedi il termine)

F.C.: Assolutamente sì, anche perché condivido a fondo il concetto…ma continua tu…
M.S.: Appunto un ottimismo da ricercare nelle melodie cantabili e nelle "ampiezze" armoniche: ecco secondo me il mezzo per raggiungere tale obbiettivo…Magari evitando, in questo caso, atmosfere più cupe ed ermetiche (tipiche di una certa "letteratura jazz")…e forse spiazzando anche un po', quando invece il titolo del disco recita "La notte dei tempi viventi", facendo così presagire scenari Dark! Mi preme comunque sottolineare che l'ultima traccia si rifà invece ad atmosfere più tese, in quanto l'ho scritta pensando proprio a scenari più sinistri, quindi come ad un'ipotetica colonna sonora di un film "thriller/horror".

F.C.: Mi spieghi la scelta della front cover?
M.S.: Anche in questo caso devo ringraziare la Comar23. In quanto, normalmente, è brutta abitudine da parte delle etichette imporre all'artista le proprie scelte grafiche (spesso prive di contenuti artistici e/o ripetitive); in questo caso invece ho potuto collaborare assieme a Luca Algeri (dello studio Graficamente Enna) ad ogni fase della progettazione grafica. Cercando di dare luogo ad una copertina che desse il senso della mia musica: un cielo che rimanda ad idee serene e che vuole strizzare l'occhio al tema del tempo (anche meteorologico), con un metronomo che sta lì a scandire il tempo per ricordarci che ogni giorno diviene notte.

F.C.: Prima alludevi un po' polemicamente ad " una certa schiera di jazzisti"…
M.S.:
Troppo spesso noto che vari musicisti jazz di oggi si comportano, artisticamente parlando, esattamente come i jazzisti di settanta anni fa. Dando così luogo ad improponibili clonazioni. Addirittura riscontro quasi un pizzico di presunzione, o di semplice ingenuità, in certi musicisti che impostano la loro produzione e le loro proposte, ad esempio, con la classica formazione in trio, suonando temi di 8 battute e poi via con improvvisazioni di 5 minuti! Voglio dire: da Art Tatum a Bill Evans fino a Herbie Hancock, passando per Miles Davis o Coltrane, abbiamo veramente raggiunto l'apice, con del materiale artistico così incredibile e così magico: ma nonostante ciò, è mai possibile che ancora oggi ci siano così tanti musicisti che si sentono in "dovere" di registrare un disco per proporci la loro versione di uno standard? Per carità: quando a suonare gli standard ci sono dei talenti fenomenali come Antonio Faraò, Giovanni Amato, i Deidda, Bollani, Di Battista (e pochi altri in Italia), allora ben vengano! Solo in questi rari casi per me il jazz di un tempo riesce a vivere una seconda giovinezza. Capisco che corro il rischio di sembrare troppo intransigente (o forse lo sono veramente), ma per me uno standard e la storia meritano rispetto, così come merita rispetto il pubblico che compra un disco e deve ascoltarsi la miliardesima versione di "Autumn Leaves". Se mi proponi una tua versione di questo standard, devi essere all'altezza della storia, altrimenti lascialo fare a chi veramente riesce a proseguire la tradizione jazzistica senza svilirla.

F.C.: E cosa si prevede per il futuro di Massimo Sorrentino?
M.S.: Spero che con questo disco si possa inaugurare una serie di miei dischi a tema:come ho detto, vorrei continuare a dedicare la mia musica a dei film, facendo così confluire nella musica la mia altra grande passione, il cinema. Ho in progetto di registrare una mia visione musicale del film che ha segnato la mia vita: Ritorno al futuro. Infatti, se ho iniziato ad interessarmi alla chitarra, lo devo proprio ad una storica sequenza di questo film: quella in cui Michael J.Fox si scatena, armato di chitarra, in un'elettrizzante versione del brano "Johnny be good". Un' immagine che mi ispirò molto! Per l'imminente futuro invece stiamo organizzando un tour che ci porterà in giro per l'Italia, forse con qualche "capatina" in Francia, per la presentazione live de "La notte dei tempi viventi". "

Fabrizio Ciccarelli per Jazzitalia





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Data pubblicazione: 10/03/2007

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