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Due libri su Miles…
Escono in Italia - quasi contemporaneamente ed entrami
a ridosso del 2004 - due interessanti libri di
diversa valenza storica e musicologica sulla figura artistica (e non solo) di
Miles Davis. "Quando ascolto Miles vedo cose. Sento il canto degli uccelli. Vedo e sento fiumi e treni notturni attraversare un paesaggio deserto nella notte. Vedo donne bellissime che galleggiano, nude e vestite; vedo uomini eleganti, ruffiani e gangster impomatati. Vedo fantasmi a ogni accordo, e sento giovani e anziani che parlano in veranda dopo che il sole è tramontato." Così si chiude uno degli ultimi capitoli di "Io & Miles Davis - Vita e musica di un genio", libro scritto da Quincy Troupe e recentemente uscito per i tipi della PeQuod. Poeta e scrittore, docente di letteratura presso diversi atenei di New York, Troupe aveva già pubblicato nel 1989, proprio insieme a Davis, la tanto celebre quanto polemica e discussa autobiografia dell'immortale trombettista di St. Louis, intitolata "Miles" (inizialmente uscita in Italia per la Rizzoli, è stata poi ristampata dalla Minimum Fax nel 2001). In questo nuovo libro su Miles si leggono taluni aneddoti e alcuni particolari interessanti rimasti esclusi dalla precedente biografia co-firmata da Troupe (ovvero i tre anni mancanti prima della morte di Davis e altri "episodi" in un primo momento esclusi dall'autore proprio per il diniego di Miles il quale era ancora in vita). Troupe racconta così, con dettagli passionali e incredibili retroscena, il proprio personale rapporto con The Prince Of Darkness (soprattutto la burrascosa conoscenza, e poi la sincera amicizia che si concretizzò nel tempo). Di Miles ne esce fuori un profilo docile e violento, caparbio e talvolta inaspettatamente sconcertante. Scontroso e diabolico con gli sconosciuti, irascibile ed esigente con i musicisti, sapeva con i pochi amici essere generoso e magmatico, estroso e burlone, incredibilmente buono infine, come un indifeso e fragile angioletto. La lettura del libro poi, è resa scorrevole - pur andando avanti e indietro nel tempo - con l'analisi di alcune tappe importanti del Davis musicista. Tra queste - ma non poteva essere altrimenti - manca tutta la "fetta" del periodo riguardante gli anni Sessanta, quello risalente all'epoca dell'ultimo quintetto acustico del trombettista. Troupe aggiunge qua e là solo brevi cenni (non c'è la benchè minima traccia di riferimenti a capolavori come " E.S.P.", "Miles Smiles" o "Nefertiti"), che comunque non sconvolgono per la loro incompletezza, i tratti distintivi del Miles uomo, eroinomane, amante, pittore, musicista, celebre razzista "al contrario". Anzi: il libro di Troupe mette voglia di ascoltare almeno tre dischi pubblicati dal trombettista durante la seconda metà degli anni Ottanta ovvero "Aura", "Tutu" e "Amandla". Altra analisi approfondita, soprattutto sotto l'aspetto evidenziato dal Troupe in qualità di appassionato di musica, è invece un altro trittico immancabile, costituito da In A Silent Way, Bitches Brew e On The Corner, capitoli fondamentali per comprendere appieno il cosiddetto "periodo elettrico" di Davis.Quanto ad alcune manchevolezze dell'autore, vanno segnalati invece i soliti errori anagrafici che, proprio uno statunitense come Troupe, non doveva assolutamente commettere. Gil Evans è scomparso infatti nel marzo del 1988 e non l'anno precedente. Impossibile quindi che Miles abbia dedicato il disco " Siesta" alla sua memoria (semmai alla memorabile musica di Gil Evans il quale aveva notevolmente contribuito alla stesura di "Sketches Of Spain" disco "padre" della colonna sonora di "Siesta"), così come l'erronea datazione della scomparsa di Charles Mingus, il quale è morto nel 1979, non certo nel 1980.Miles sospettato di omosessualità con il batterista Tony Williams, sofferente di una grave forma di diabete e forse, infine, di AIDS, sconvolge non poco. L'identikit del "Divino" è poi mixato, nella sua essenza vaporosa ed evanescente, quando Troupe parla invece del trombettista ipnotico, dell'inarrivabile musicista che ha regalato al jazz e all'intera musica del Novecento, momenti di enorme genialità creativa. Altro volume avvincente, che nello specifico coglie un'attenta visione storiografica di Miles è senza dubbio " Kind Of Blue". Scritto dal critico e giornalista statunitense Ashley Kahn, il libro si sofferma in particolare nella gestazione e nella conseguente realizzazione di uno dei capolavori indiscussi della musica afroamericana. Kahn, affrontando un'indagine non senza qualche difficoltà, si mette sulle tracce del celebre disco inciso nel 1959, scavando su molti particolari rimasti "sotterranei". Assieme ai tecnici della Sony/Columbia il giornalista ha riascoltato i master originali delle due sedute di registrazione, trascrivendo interamente i dialoghi tra Davis, i suoi musicisti e tra quest'ultimo e il produttore Irving Townsend. Si scopre così che Miles smorzava i toni con battute e sketch che ammorbidivano quei pochi momenti di tensione nel reincidere una versione. Incoraggiava e spiegava tecnicamente e nei dettagli (Davis non lo faceva quasi mai) gli intro e le sequenze degli assoli nelle varie tracce, tranquillizzava un vero fuoriclasse come Paul Chambers che in più di due occasioni sbagliava i suoi ingressi su Flamenco Sketches. È insomma un libro quello di Kahn (belle le foto delle due session, quasi tutte inedite), che riporta il lettore ad essere ascoltatore di se stesso nella memoria. Impossibile non ricordare in che modo e in quale esatto momento abbiamo ascoltato per la prima volta un indimenticabile monumento di storia come "Kind Of Blue". Quante serate abbiamo trascorso, magari in compagnia di amici, a commentare le turbinose sheets of sound di Coltrane, i delicati bisbiglii di Evans, l'archettato e le colorazioni ritmiche di Chambers, i voli pindarici di "Cannonball" e lo scattante swing trattenuto di un favoloso drummer (l'unico della seduta ancora in vita al quale va la stesura della prefazione) che risponde al nome di Jimmy Cobb.Ai margini della ricerca su "Kind Of Blue", Kahn aggiunge saggiamente una necessaria introduzione storica che permette di far giungere il lettore ad una maggiore comprensione del disco analizzato, mentre, dopo aver snocciolato lo spirito e la sostanza concettuale del lavoro, il critico espone - un po' noiosamente, ma ci si passa volentieri sopra - quella che è stata la sostanziale eredità di "Kind Of Blue" e i consequenziali processi di assimilazione nel mondo del jazz contemporaneo di questa, che risulta un'incisione storica di portata ancora adesso universale. Ma mentre sono davvero ottime - diremmo fondamentali - gli studi e le teorie elaborate sul rapporto tra Davis e la tematica del modale - elemento centrale e costitutivo dell'intera opera - svogliata e leggermente pressappochista ci è sembrata l'esclusione di altra parte importante della composizione di Flamenco Sketches. Diretta conseguenza della celebre Peace Piece di Evans, a sua volta derivante dalla trasposizione della composizione di Leonard Bernstein Some Other Time, Kahn dimentica che quest'ultima nasce dall'altrettanto celebre Barceuse (la Barcarola) composta da Fryederyk Chopin intorno al 1832. Proprio questa composizione apre le porte alla corrente del preimpressionismo, inaugurando, di fatto una ricerca che coinvolse tra i pochi il grande Claude Debussy. Fra l'altro gli esperimenti di Evans su tecniche compositive eurocolte si possono trovare anche in altri standard come Time Remebered. In quel caso Evans sviluppa il concetto di enarmonia assai caro a Scriabin. In poche parole Bill Evans elabora una serie di modulazioni sfruttando una nota comune che nella tonalità di partenza potrebbe essere poniamo un fa diesis, e in quella d'arrivo un sol bemolle. Oppure, nel caso invece di un'altra famosa composizione come Twelve Tone Tune - lo dice il titolo stesso - Evans elabora e lo rappresenta in modo lampante, un esempio jazzistico della cosiddetta dodecafonia.Ultimi appunti vanno inoltre ai consueti errorini di storia del jazz cui anche Kahn non è immune (Bill Evans è scomparso nel 1980 e Julian Cannonball Adderley nel 1975, non al contrario. L'orchestra citata era quella di Gil e non di Bill Evans). Plauso infine va alla bella traduzione di Francesco Martinelli (docente di storia del jazz presso i Seminari Senesi e valente critico della nostra penisola) che ha reso affascinante l'andatura espressiva del libro di Kahn, il quale ha già assistito negli States (e speriamo presto anche in Italia) alla pubblicazione di un libro della medesima importanza creativa, stavolta su un altro indimenticabile capolavoro: " A Love Supreme" di John Coltrane.Gianmichele Taormina per Jazzitalia
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