Amare il be-bop può essere ancora peccato? E per questo si può rischiare
di non essere "originali"? Oppure provare il terrore di non riuscire ad aggiungere
nulla ad uno stile che già ha dato molto, forse tutto? Certo dipende da cosa cerchiamo
nel suono, se ciò che aneliamo è il piacere dell'ascolto senza pregiudizi, allora
è possibile lasciarsi trasportare dai Mare Mosso attraverso un percorso piacevole
fatto di evocazioni melodiche, a volte ricco di sorprese, in cui convivono in modo
originale lo spirito boppistico e la grande freschezza dei quattro musicisti:
Fabrizio Bosso,
Luca Mannutza,
Nicola Muresu e
Marco Volpe.
Il quartetto è di quelli "granitici", propone brani decisamente
raffinati, nobilitato dalla splendida tromba di
Fabrizio Bosso
e da una ritmica – termine generico per definire il gruppo di strumenti a cui viene
affidato il compito di sostegno ritmico/armonico nelle band – che qui risulta parte
integrante e costruttiva di un discorso musicale assai più ampio che non può essere
archiviato con il solo termine che la indica.
L'eleganza ed il lirismo del pianismo di
Mannutza
sono elementi principali del suo idioma espressivo, una mano destra propositiva
in grado di trattare l'armonia colorandola di fattezze multiformi. Contribuiscono
al pregio dell'album Nicola Muresu, così piccolo in confronto al suo contrabbasso,
ma in grado di domarlo con assoluta maestria, e la batteria di
Marco Volpe
con il suo drumming raffinato e delicatamente deciso a ricamare ogni contorno. I
quattro "giovani leoni" hanno bene in testa, anzi perfettamente armonizzato nelle
loro dita, gli stilemi legati alla tradizione utilizzandoli come piattaforme su
cui elaborare inedite strutture armoniche. I brani incisi sono 11, 8 originali e
3 riproposizioni, Smatter
di K. Wheeler, Falling Grace
di Steve Swallow e la bonus track "500
Miles High" di C. Corea, qui riproposta in una interpretazione live in versione "elettrica".
Ogni brano è un dialogo piacevole tra la tromba solista ed i tre strumenti
di accompagnamento che indicano percorsi, senza inutili confronti, dialoghi costruttivi
lontani dalla pretenziosità, divenendo infine percepibili ispirazioni. Il linguaggio
scorrevole della tromba di
Bosso
e la limpidezza espressiva del pianoforte di
Mannutza
danno vita a lirici ed a volte intimi duetti di splendida fattura, arabescati dagli
innesti di Muresu e
Volpe,
come nella sognante e dolorosa "65
Hemenway st" dello stesso batterista, o l'intensa "Las
Gatas" di Marcello Pillitteri – autore inoltre della "quasi hard-bop"
"On My Way Upstairs"
e della delicatissima e suadente "Longing"
– tutte nel segno del più corrosivo e acuto interplay dei quattro -, con improvvisazioni
abilmente condotte al guinzaglio, che lasciano comunque la libertà di esprimersi
con una elegante formula e swing delicatamente d'altri tempi, per un risultato poco
prevedibile e gradevole all'ascolto.
La cosa che maggiormente colpisce nel disco dei "Mare Mosso" è la
capacità di comunicare in modo singolare e nello stesso tempo strutturato e moderno,
pur conservando un forte background legato al passato. Senza lasciarsi ingannare
del nome non verremo trascinati in una "burrasca" di immagini sonore, bensì in un
rilassante e delicato album che pur non offrendo pirotecniche novità risulterà alla
fine piacevole.
Franco Giustino per Jazzitalia