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Fallen Angel 2008
Sarah - Jane Morris
Migratory Birds


1. Migratory birds
2. Toxic
3. Skeletons
4. Just like a woman
5. Pale blue eyes
6. Seventeen
7. To Ramona
8. Just when I needed you most
9. Blower's daughter
10. Sugar in my bowl
11. Wild horse
12. If you want me to stay

Sarah Jane Morris - voce
Marc Ribot - chitarre
Kevin Armstrong - chitarra acustica in 1
David Coulter - sega musicale in 2 e 5
Sandy Dillon - organo a pedale in 5,6,8
Henry Thomas - basso acustico in 9
Bonfire Madigan - cello in 9
Eric Mingus - voce in 10
Ralph Carney - ottoni in 10
 





E
' probabile che il lettore esigente e purista storca il naso ed inarchi il ciglio quando leggerà che questo è. per chi scrive, un disco di blues. Da un punto di vista strettamente storico- musicale avrà tutte le ragioni per farlo. Difficilmente queste dodici tracce possono essere inserite in categorie musicali afro americane. Ma in termini di atmosfera, e di intenzioni poetiche, di blues in questo disco., ce n' è davvero tanto.

"Il blues- scrisse Duke Ellington - altro non è che un giorno grigio e freddo, il blues è un biglietto di sola andata dal tuo amore verso non sai dove…, il blues non ha amici " Il blues è straniamento, assenza, senso di vuoto, separazione, perdita. Quella che era la condizione esistenziale di tanti schiavi liberati e proiettati in un modo ostile ed insicuro, di strade e paludi, è oggi un sentimento diffuso di chi vive in un mondo dove i punti di riferimento si fanno di giorno in giorno più labili.

Dischi come questo rendono perfettamente questo aspetto della sensibilità contemporanea. La Morris canta in maniera "imprecisa" e brumosa, appoggiandosi su un sostegno ritmico armonico essenziale, senza percussioni. Nel la sua voce si avvertono tracce del cabaret tedesco degli anni ‘20, chiazze di country, nebbie di blues. Una poetica sfumata e polverosa, fragile ma tagliente. Non a caso gli accompagnamenti sono opera di Marc Ribot, per anni collaboratore di quel Tom Waits che di certe musicalità impure, di certe torbidezze esistenziali è campione indiscusso. Ma tutto il disco riprende (solo il brano che da il titolo al disco è "original") e cita artisti che hanno sempre camminato all'incrocio dei venti: Bob Dylan, Lou Reed, Nina Simone. Di quest'ultima viene citato il classico "Sugar in my bowl". A mio avviso lo spirito di quella immensa vocalist si aggira per tutto questo "Migratory birds". Stessa ambiguità, stessa imperfezione, stessa indefinita inquietudine di fondo. Spero che il lettore mi passi un'altra citazione, questa volta del pianista italiano Claudio Cojaniz "Almost… quasi… ecco cos'è il blues, per me: un elogio agli errori giusti, umani. Un modo di vivere e di essere, prima che di suonare. Si è o non si è Blues! Riempie e conferisce senso a ciò che non si può né codificare nè ripetere, all'indeterminabile.). Lo stile, insomma, che è la vera composizione nel blues è il quasi, qualcosa che ci si porta dentro, come l'epatite: portatori sani di blues. Indeterminabile per l'appunto."

In questo senso il disco della Morris fa parte del nostro mondo di amanti della musica e dell'arte (afro) americana. Ed è un bel disco. Prezioso.

Marco Buttafuoco per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 19/07/2009

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