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Batteristicamente parlando…vi racconto il mio jazz. Ovvero, se August rappresentava il tentativo (riuscito) di esprimere la sua visione dell'armonia e della melodica, che è maturata in seguito agli studi con il M°Antonio Solimene, qui ci troviamo di fronte ad un piacevolissimo insieme dei suoi innumerevoli "esperimenti" ritmici. Si, Muzzola è un disco batteristico, ma nell'accezione migliore del termine. Non solo perché è suonato ed interpretato da (tanti altri) musicisti straordinari. Ma anche perché l'obiettivo, in August come in Muzzola, rimane sempre lo stesso: la musica. Seppure i sentieri che hanno portano ad essa sono stati differenti. "Muzzola è il mio disco da batterista, quello in cui sono riuscito a far convergere tutti i miei studi, in particolare quelli sul concetto di modulazione metrica. Semplificando il discorso, nella quasi totalità dei brani sono partito da una scansione ritmica prefissata e, lavorando sugli accenti secondari e sfruttando la ciclicità del beat, sono arrivato ad una scansione differente. Ancora in tema di ritmo, posso dire che il comune denominatore con l'album precedente va trovato nella mia predilezione nei confronti dei tempi dispari". (Sergio Di Natale) Fatte tutte queste doverose premesse, veniamo ai brani di Muzzola. Che cosa c'è di più noioso di un pomeriggio domenicale? Forse nulla. Ma il Sunday evening di cui racconta Sergio Di Natale di noioso non ha nulla. Anzi. Velocissimo, energico, e con un'intenzione che lo avvicina all'hard bop, pur non essendo questo il genere cui appartiene. Sarebbe, infatti, più corretto parlare di jazz elettrico. E, poi, c'è l'incredibile binomio Matino-Di Natale (peccato che questo sodalizio artistico si sia recentemente interrotto Nda). E un Jerry Popolo in gran forma. Ricordate quanto detto in merito alla modulazione metrica? Il finale di questo brano ne è un ottimo esempio. "In questo brano uso la poliritmia 4 su 3. Il tempo principale è in 3, ma l'accompagnamento sul ride è in quattro. Il finale funky che ascoltate è il risultato di questa sovrapposizione ritmica. E' il tempo secondario che diventa primario". (Sergio Di Natale) Non poteva esserci titolo migliore che Pitagora. "Questo brano è in 25/8! Che è la somma di 7/8 + 5/8 + 7/8 + 6/8. Detto in questo modo può sembrare molto complicato, ma il mio obiettivo non era quello di rendere difficile la vita dei miei bravissimi compagni d'avventura (sorride) quanto di dare all'ascoltatore una percezione di un groove che è in continuo mutamento". (Sergio Di Natale) Ad essere sinceri, ha proprio ragione: tutte le note, dalla prima all'ultima, scorrono in maniera piacevolmente fluida. Anche qui è la sezione fiati, composta da Giulio Martino e Gianfranco Campagnoli, ad assumere un ruolo predominante. Scegliere di interpretare un brano di Wayne Shorter come Footprints equivale ad un'implicita dichiarazione d'amore da parte di Sergio Di Natale nei confronti del geniale musicista. Ma il titolo completo è Footprints in 100/8. "Il brano è, in realtà, in 11/8. Ma, nelle quattro strutture metriche in cui esso si articola, si possono contare sempre 100/8". (Sergio Di Natale). Da sottolineare l'andamento latino del brano, l'ottimo lavoro di Enzo Danise al piano e uno splendido finale dall'atmosfera blues. Una intro di basso di Pippo Matino, il piano del sensazionale Valerio Silvestro. E una sezione fiati di soli due elementi (Giovanni Amato e Gianfranco Campagnoli), ma che sembra quella di un'orchestra. Tutto questo in Giochi di luglio. "Era estate, stavo facendo un viaggio in macchina e canticchiavo questo riff di basso, su cui regge tutto il brano". (Sergio Di Natale). Seppure la batteria, come è stato già detto, assume un ruolo principale in tutto l'album, è in questa composizione che troviamo uno dei pochissimi assoli del musicista partenopeo e, più precisamente, sul finale. "Super Pippo e Palestina nascono da una unica session di ben 28 minuti. Eravamo soltanto io e Pippo Matino. Ho preso alcuni frammenti di questa take e ho realizzato delle sovraincisioni. Nel primo, ho aggiunto il sax di Giulio Martino. Nel secondo, invece, il sax di Jerry Popolo". (Sergio Di Natale). Sin qui la storia di questi due brani, comunque molto diversi tra di essi. In Super Pippo c'è un'atmosfera un po' cupa e una massa sonora in cui è possibile comprendere la vastissima tavolozza di colori cui sa attingere Pippo Matino, anche grazie ad un intelligente uso degli effetti. In Palestina, invece, Jerry Popolo riesce a ritagliarsi uno spazio maggiore e a dare una piacevole ariosità al brano. C'è una gioia indescrivibile nell'intenzione con tutti i musicisti interpretano questo classico intitolato On Green Dolphin Street. Ancora il piano di Valerio Silvestro e ancora la sezione fiati composta da Giovanni Amato e Giulio Martino, che mostrano di saper dialogare insieme come davvero raramente accade. E ancora un assolo di batteria. Tutto (o quasi) come avviene in Giochi di luglio. Non è un caso, quindi, se queste due composizioni sono tra le più belle del disco. Da un punto di vista ritmico, l'interpretazione di questo standard potrebbe essere definita come uno Swing suonato con il doppio pedale. "Seppure ho studiato la tecnica della clave con il piede sinistro, non faccio uso del doppio pedale molto spesso. Nonostante questo, al termine delle registrazioni, mi sono reso conto di averlo usato come non mai (sorride)". (Sergio Di Natale). Eleven groove, e già dal titolo è facile immaginare che si tratti di un brano in 11/8, vede all'opera un trio eccezionale: Rocco Zifarelli, Pippo Matino e, naturalmente, Sergio Di Natale. "In questo brano, che mi piace definire jazz rock, c'è la parte dell'improvvisazione che si richiama apertamente a Night Passage dei Weather Report". (Sergio Di Natale). Del resto, non è un segreto che i tre musicisti, seppure in modo diverso, siano stati influenzati dalla musica del celebre gruppo. Subito dopo, un brano che si discosta in maniera considerevole da tutte le altre composizioni: In 36 ore. Scritto e arrangiato da Antonio Solimene e interpretato da una vera big band, è un magnifico inno allo swing. Qui, Sergio Di Natale mostra le sue doti di straordinario accompagnatore. Bienvenido a Cuba è, invece, un lungo interminabile solo di batteria. Anzi, sarebbe più corretto parlare di batterie, data la presenza di alcune sovraincisioni. E, infine, Muzzola: l'unica (e splendida) ballad del disco. In realtà, essendo una composizione articolata in momenti diversi, parlare di una ballad è un po' riduttivo. Soprattutto se si pensa agli interventi di Jerry Popolo. Ma meritano di essere poste in evidenza anche le esecuzioni di Francesco Villani e di Diego Imparato. Che siate musicisti o semplici ascoltatori, amanti della batteria o appassionati
di jazz, Muzzola è un album che segnerà un punto di svolta nel vostro modo
di percepire la musica. www.sergiodinatale.it
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