Jazzitalia - Paolo Lattanzi Group: Night Dancers
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SILTA Records
Paolo Lattanzi Group
Night Dancers


1. Cicerchi's Wanderlust - 05:36
2. Just a Story - 05:32
3. 14/2 - 04:45
4. In a Dark Room - 07:14
5. When it Doesn't Matter - 08:14
6. Others Lands - 05:31
7. Night Dancers - 05:19
8. Four Years Gone - 01:24
9. Fairy Tales to a Child - 06:45
10. May - 06:25

Nikolay Moiseenko - sax alto e soprano
Aurelien Budynek - chitarre acustica, elettrica, fretless
Pau Terol - piano,organo
Marco Panascia - basso acustico ed elettrico
Paolo Lattanzi - batteria


Il quintetto di Paolo Lattanzi, particolarmente attivo fra Boston e New York, dà in "Night Dancers" convincente prova di sé, proponendo dieci composizioni originali ottimamente calibrate dall'estro inventivo del batterista ed eseguite secondo un modus innovativo, intelligentemente vicino alla tradizione jazzistica post hardbop.

Le capacità interpretative d'ogni membro del Group emergono da un certo appiattimento che le blue notes stanno subendo di questi tempi: ciò che colpisce maggiormente è l'originalità, sia in campo compositivo che esecutivo, la capacità di creare atmosfere ampie e nitide dal lato cromatico, la soggettività mai debordante con la quale viene rinnovata la lezione di Coltrane o di Holland.

L'album, a parere di chi scrive, è contraddistinto da una timbrica strumentale davvero originale, espressiva e solida particolarmente quando i singoli hanno modo di mettere in luce le proprie doti improvvisative secondo un respiro strutturale di tono internazionale, talora vicino al lirismo più vicino a certe ottime produzioni ECM, tal altra sottolineato da un pathos sfuggente e poetico, introspettivo e notturno.

Più delle osservazioni del sottoscritto varranno le parole di Paolo nell'intervista che segue.

F.C.: Com' è nato il progetto "Night dancers"?
P.L.: I brani sono stati scritti tra il 2002 ed il 2005. E' un album fortemente voluto, avevo composto una buona quantità di pezzi che per me avevano un vero significato ed ho sentito che era giunto il momento di costruire qualcosa che li unisse in un unico corpo. In Night Dancers c'è davvero molto di quello che è stata la mia vita negli ultimi quattro anni.

F.C.: Forse una biografia musicale?
P.L.: Qualcosa del genere. Alle volte capita di scrivere musica per il semplice gusto di giocare un po', di sperimentare, o persino di competere con i propri limiti... nell'album questi aspetti, a vari livelli, sono presenti. Quella che però sento come la caratteristica primaria è il mio legame con i momenti in cui ho scritto o ideato questi brani. Forse, quindi, più che di una biografia si tratta di una raccolta di pensieri e sensazioni che ho vissuto.

F.C.: L'album si presenta come opera composita, ispirata secondo diversi moti interiori, in effetti.
P.L.: Quello che ho cercato di mantenere come filo conduttore da un brano all'altro è l'intenzione di "trasmettere". Che fosse un'emozione, un umore o un'idea comunque quello era il mio scopo finale. A variare da pezzo a pezzo sono invece l'approccio e le tecniche utilizzate.

F.C.: Effettivamente si sente, e questo, a mio parere, è un pregio dell'album, "sofferto", meditato.
P.L.: Ti ringrazio. Un merito della musica strumentale è l'assenza di parole che dettino quale interpretazione bisogna darle o in che modo porsi rispetto ad essa; è una cosa che ognuno si vive da solo elaborandola secondo la propria personalità. Di conseguenza sono convinto che ascoltando questo cd persone diverse ne percepiranno il sound in modo anche molto dissimile a seconda di quale aspetto in particolare toccherà la loro sensibilità...

F.C.: Credo anch'io. E tecnicamente?
P.L.: Credo che il mio modo di scrivere musica (per lo meno fino a "Night Dancers") sia stato caratterizzato principalmente dall'approccio ritmico rapportato alla struttura melodica ed armonica del brano. Ci sono elementi particolari nella musica di Dave Holland, per esempio, o di Steve Coleman, Avishai Cohen ma anche in alcuni casi di Wynton Marsalis (ed altri) che mi hanno influenzato molto.

F.C.: Ottimi esempi senz'altro! Una piccola perplessità: quando parli di Marsalis, alludi al suo cromatismo o al fluire pensoso di certi suoi tempi misti? Cosa ne pensi di Jarrett e di certe produzioni ECM?
P.L.: Sì, parlando di Marsalis pensavo proprio a certi usi di tempi misti o di poliritmie. Il mio avvicinamento al jazz è avvenuto gradualmente ma identifico nel primo album del Pat Metheny Group (per l'appunto si parla di ECM!) il vero ponte che mi ha portato ad indagare questa musica ulteriormente e scoprirne le tante sfumature ed evoluzioni.

F.C.: Prima hai citato Dave Holland: secondo me meriterebbe un posto a parte nella storia del jazz… pochi come lui hanno saputo usare una sintassi tanto moderna e innovativa.
P.L.: Mi colpisce soprattutto il modo in cui utilizza le forme più varie di disparità (sia ritmicamente che nella struttura del pezzo) riuscendo comunque a mettere l'ascoltatore a proprio agio per mezzo della melodia e della sottigliezza delle strutture armoniche, che bilanciano l'effetto globale e rendono la musica fluida smussando gli angoli.

F.C.: Hai ragione, vorrei ancora ricordare, in tal senso, l'eleganza di Jarrett con Peacock e De Johnette.
P.L.: Ho visto quel trio due volte dal vivo. In alcuni momenti mi è sembrato che la musica fosse fisicamente tangibile!

F.C.: E tornando ad un discorso più tecnico?
P.L.:
Per quello che riguarda l'aspetto più specificamente armonico ho usato tre approcci diversi: armonia funzionale (come in 14/2 o Cicerchì's Wanderlust), armonia modale orizzontale (es. Other Lands) e verticale (Fairy Tales to a Child) e quelli che inglobano le precedenti ed in parte anche armonia non funzionale (Four Years Gone o May). Ognuno di questi favorisce un diverso tipo di sonorità e di possibilità, alle volte anche molto specifiche. Strutturalmente, fatta eccezione per "Four Years Gone", tutti i pezzi rispecchiano il modello dello standard jazz, dove c'è una "form" specifica sulla quale poi verrà sovrapposta l'improvvisazione (anche se in alcuni casi questa, come per esempio in "May", detta delle variazioni nella struttura anche significative).

F.C.: Quanto possiamo essere tutti debitori alla straordinaria inventiva e capacità d'arrangiamento di Mingus? Le vostre improvvisazioni risultano estrose e suggestive ma che fine fa la melodia? Non vorrei essere banale, ma c'è qualcosa di nuovo.
P.L.:
Credo che tutto dipenda dalla sonorità iniziale del brano e dalla melodia scritta. Alcuni di questi pezzi prevedono un approccio tradizionale mentre altri danno adito a variazioni più personali. Il mio intento era quello di lasciare all'improvvisazione il maggior numero possibile di vie aperte. L'unica cosa che ho chiesto ai miei compagni di gruppo è stata di suonare quello che sentivano e lasciarsi coinvolgere dal "mood": sono degli ottimi musicisti e sapevo che ognuno a modo suo avrebbe proseguito il discorso da me cominciato. Da quel momento in poi ho cercato di adempiere al mio ruolo di batterista supportando le loro idee e costruendone altre insieme. Secondo me una delle cose più importanti da ricordare quando si scrive un pezzo è che deve venire un momento in cui la composizione prende vita propria; per far si che questo accada bisogna che la musica diventi di tutti. Altrimenti è come intavolare una discussione con degli amici e dare loro il copione! La ricerca dei musicisti adatti a questa musica è un altro punto a cui ho prestato molta attenzione. Volevo che, come nella miglior tradizione jazz, i pezzi fossero influenzati fortemente dalle diverse caratteristiche individuali. In particolar modo mi interessava che le varie personalità nel gruppo avessero approcci e sensibilità anche distanti tra loro, in modo da ottenere atmosfere e direzioni da percorrere ancora più varie. Credo di esserci riuscito: Aurelien, Pau e Nikolay sono molto diversi tra loro e quando uno assume il ruolo di guida dona all'album una sfaccettatura diversa, anche se sempre funzionale al resto dell'organico. Marco svolge il suo lavoro al basso con una perizia e sensibilità davvero notevoli.

F.C.: E questo è un discorso che varrebbe la pena approfondire, almeno per i lettori e per chi ascolta le angolature poliformi soprattutto di Moiseenko (possente!). Parliamone…
P.L.:
  Molto volentieri, una buona parte l'ho anticipata rispondendo alla tua domanda precedente ma posso aggiungere altro. Mettere insieme persone/musicisti con caratteristiche diverse non è difficile, quello che invece richiede una certa attenzione è far si che possano funzionare insieme. Le personalità in questo gruppo si sono incontrate bene, forse anche perchè ho reso chiaro fin da subito che la cosa che stavo cercando era per appunto la varietà. Di certo poi è stata cruciale la loro natura disponibile e positiva... ed i biscotti che ho portato ogni volta alle prove! Quando ci sono i requisiti primari di cui ti ho appena parlato il resto viene da se. Il jazz è stato il nostro punto d'incontro e l'interplay dopotutto è la sua caratteristica fondamentale. Sapevo che arrangiare un brano assegnando un solo ad uno di loro piuttosto che ad un altro ne avrebbe cambiato il sound notevolmente. La traccia che li vede tutti all'opera è Fairy Tales to a Child. L'idea per quel pezzo era proprio quella di legare un solo all'altro seguendo una parabola ideale a cui ognuno doveva contribuire passandosi il testimone. Nell'album ho cercato di aumentare la varietà sonora anche tramite l'utilizzo di combinazioni di strumenti diversi come per esempio la chitarra acustica ed il solo del basso con l'archetto in 14/2 contrapposti alla chitarra fretless in Other Lands o al basso elettrico di In A Dark Room; anche in questo devo dire che i miei compagni si gruppo sono stati davvero brillanti.

F.C.: Budynek talora sembra poco in sintonia con la ritmica, forse dipende dal suo modus, dalla sua sensibilità, altrove attinge alla lezione dei guitarists più controversi (per gli "accademici"). Non so, mi viene in mente Frisell…c'entra qualcosa secondo te col suo modo di essere "acido"?
P.L.: Per quel che riguarda le influenze e dove Aurelien affondi le radici del suo suono mi cogli impreparato. Capisco cosa intendi quando usi l'aggettivo "acido". Da quel punto di vista la contrapposizione tra lui e Nikolay è evidente. Il suono del sassofonista è diretto, proiettato in avanti, ben scandito, "estroverso". La chitarra spesso gioca con il tempo in un altro modo, tirando volutamente un po' indietro, alle volte utilizzando di più il suono e l'effetto piuttosto che la frase. Due modi diversi di esprimersi con lo strumento, due tipi di sensibilità musicale.

F.C.: Oltre a suonare, di questo cd sei anche produttore…
P.L.:
Come ti dicevo prima, la volontà di incidere quest'album è stata forte ed ho percorso gran parte del processo creativo e produttivo da solo. Avevo valutato l'idea di proporre la mia musica a delle etichette prima ancora di entrare in studio ma ho optato per un conseguimento personale di ciò che volevo costruire. Quando è giunto il momento di presentare il mio prodotto finito (per lo meno dal punto di vista dell'audio) ho bussato alla porta di una certa quantità di etichette discografiche e quando mi sono imbattuto in Giorgio Dini di Silta Records ho trovato una persona disponibile e concreta a cui sta davvero a cuore il lato artistico di una produzione musicale. Ci siamo capiti subito, lavorare insieme a lui è stato ed è molto costruttivo.

F.C.: Giorgio è una grande risorsa per la musica contemporanea, fra l'altro bisognerebbe anche ricordare la sua abilità come strumentista e come creatore di "brain storming". Poche etichette come la Silta hanno il coraggio di presentare prodotti non preconfezionati ed emotivamente intensi.
P.L.:
Ti dò ragione, il suo lavoro al basso è notevole! Ho due suoi dischi: "Out!" e l'ultimo "Ergskkem". Penso che siano da ascoltare con attenzione, musica con spessore. La Silta ha mostrato subito un grande interesse per il mio album e così questo cd ideato e concepito negli USA ma suonato da musicisti europei esce con un'etichetta italiana... non male come miscuglio èh?

F.C.: Non c'è male…ma la musica, come arte, non conosce confini. Nel jazz, poi, per fortuna, assurde limitazioni geoculturali le incontriamo poco. Io non penso che il cd sia di facile ascolto e proponibilità, anzi. C'è un'intenzione provocatoria nella vostra musica?
P.L.: Non so se Night Dancers involontariamente rappresenti una provocazione, non è ciò che avevo in mente. Contraddirei quello che ho detto a proposito di come ho scritto questa musica se ti dicessi che avevo quest'intenzione! Di certo però non ho tenuto in grande considerazione quello che "ci si aspetta" da un album Jazz (per lo meno secondo i più ostinati canoni tradizionalisti!). Ho optato per quello che sentivo coerente alla mia natura e confido più negli amanti della musica che in quelli delle etichette! In effetti non penso che sia un album di difficile ascolto...

F.C.: Devo dire che raramente si ricevono indicazioni estetiche chiare e pacate come le tue. E ne sono felice anche per me, perché vuol dire che il coinvolgimento che ho provato ascoltando il cd non era frutto di ubriacatura di modernismo…
P.L.: Accetto questo bel complimento sorridendo. Grazie.

F.C.: Hai parlato di tutto e di tutti, non vogliamo soffermarci almeno un attimo sul tuo bel drumming?
P.L.: Bèh, grazie davvero! Di tutte le domande che mi hai posto questa è quella a cui rispondo con più difficoltà. La differenza forse è che prima si discuteva di come "penso" mentre adesso di come "parlo"! C'è ancora tanto da imparare e da studiare, è il bello della musica. A proposito del mio stile quello che posso dire è che cerco di connettermi al meglio con i musicisti con cui sto suonando, pensando il più possibile come musicista piuttosto che come batterista per se... Cerco di sentire quello che sta succedendo intorno a me e contribuisco sottolineando quello che mi colpisce, suggerendo altre possibilità.  Ascolto i grandi maestri storici del jazz ed ho una preferenza per Roy Haynes, Jack Dejohnette, Tony Williams, Bill Stewart, Billy Kilson, Brian Blade, Elvin Jones, Peter Erskine, Jeff "Tain" Watts. Mi piace ogni altro genere musicale purchè mi trasmetta qualcosa e sono cresciuto ascoltando i Led Zeppelin e svariate bands degli anni ‘60 e ‘70. Credo che tutto sia importante e possa contribuire ad una visione d'insieme!

F.C.: Un'ultima curiosità, perché "Night Dancers"?
P.L.: Rispondo alla tua domanda: te lo confido personalmente… se hai sospettato che il titolo si riferisse a me o ai miei compagni di gruppo sei stato tratto in inganno! In realtà il nome del brano (che dà il titolo all'album) deriva da quello che pensavo mentre lo scrivevo. L'inverno a Boston alle volte si fa davvero sentire e certe notti il più della gente preferisce rimanersene a casa... a me capita volentieri di gustarmi una bella passeggiata silenziosa e pensosa. Una di queste notti, non ricordo se era nebbiosa o nevosa, ho cominciato a fantasticare... passeggiavo ai bordi dei giardini (il "Boston Common") ed ho immaginato due sagome semicelate in distanza, vagamente illuminate dalla luce bianca ed arancione, appena visibili attraverso la foschia e le piante spoglie. Due figure sfocate appartenenti solo a quella dimensione, che danzavano un ballo irregolare, silenziose, bizzarre, grottesche, aggraziate, soavi e solitarie... Night Dancers.

F.C.: Allora, buona musica e grazie per la tua cortesia.
P.L.: Grazie a te per l' interesse che hai mostrato nel mio lavoro!

Fabrizio Ciccarelli per Jazzitalia






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Data pubblicazione: 10/03/2007

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