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TORRE DI NEBBIA

Antonio Dambrosio Ensamble
Ning e Nang


1) Ning e Nang

2) Il Fanfarone
3) Inkambù
4) Takatatà
5) Nera Nera
6) Deathly Silence

7) Risorse Simboliche

Achille Succi – Clarinetto basso/Sax alto
Vincenzo Mastropirro –
Flauti
Vincenzo De Luci –
Tromba/flicorno
Alfredo Sette –
Tromba
Vittorino Curci –
Sax Alto
Franco Angiulo –
Trombone
Camillo Pace –
Contrabbasso
Pino Basile –
Tammorra
Antonio Dambrosio –
Batteria

"Ning e Nang" è l'ultimo lavoro discografico del batterista/compositore Antonio Dambrosio, il secondo come "Antonio Dambrosio Ensemble", (il primo fu "Giacobini e Sanfedisti" nel 1999). Dambrosio, pugliese di Altamura, è un artista che si è sempre distinto per l'attaccamento alle tradizioni e alla musica della sua terra, aspetto che appariva già evidente dalla sua collaborazione con la Dolmen Orchestra, qualche anno fa. Quello che però colpisce, nell'ascolto di "Ning e Nang", non è tanto il richiamo alla musica popolare, quanto la ricerca di un'originalità del suono e una maturità compositiva che rendono il disco un prodotto davvero "onesto" ed apprezzabile.

Passando ad analizzare i brani che compongono "Ning e Nang", c'è da segnalare la splendida Nera Nera, un brano popolare della tradizione murgiana, arrangiato con stile da Dambrosio. L'intro di Inkambù, invece, ricorda l'Albert Ayler di Our Prayer. C'è spazio anche per una classica pizzica, Tacatatà, introdotta dalla tammorra di Pino Basile. Va infine menzionato il pezzo che chiude il disco, Risorse Simboliche, scritto dal poeta-sassofonista Vittorino Curci, un caotico dialogo di fiati sull'orlo del free, il cui unico filo conduttore sembra essere la batteria di Dambrosio.

A Dambrosio va certamente il merito di aver saputo orchestrare in modo magistrale un organico di nove distinti elementi, senza rinunciare ai numerosi virtuosismi individuali. Nell'ardua impresa di analizzare e definire in qualche modo il sound della "Antonio Dambrosio Ensemble" potremmo parlare di una fanfara mingusiana dell'Alta Murgia capace di spaziare fra sonorità balcaniche e ritmi arabeggianti.

Non è esagerato affermare che lavori come questo possono in qualche modo far riconciliare con quella cultura musicale, a volte pigramente nascosta, di una parte del Sud-Italia, che molto ha ancora da offrire al panorama jazzistico internazionale.
Francesco Ughi

 






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Data pubblicazione: 11/01/2004

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