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Riccardo Fioravanti Quartet
Note Basse


1. Blue "Trane" Bossa (Fioravanti)
2. Il Dado è tratto (Alea iacta est) (Fioravanti)
3. Neve (Fioravanti)
4. Seven Days (Sting);
5. Sunshine of Your Love (Bruce)
6. Down Time (Holland)
7. Let's Eat (Swallow)
8. Viso (Fioravanti)
9. Jenny Wren (McCartney)
10. Sespir (Fioravanti)
11. First Song (Haden)
12. Blueberry Calypso (Fioravanti)

Riccardo Fioravanti - contrabbasso
Mauro Negri - clarinetto basso
Roberto Rossi - trombone
Stefano Bagnoli - batteria




Via Pasubio, 6
21058 Solbiate Olona (VA)
tel/fax +39 0331 376380


In tempi in cui molto ci si interroga sul futuro del jazz parlare continuamente di innovazione può forse sembrare fuori luogo, o quantomeno ozioso, se si intende privilegiare la riflessione sulla costruzione armonica piuttosto che sulla gradevolezza dell'ascolto: ed anche in questo caso il discorso potrebbe risultare riduttivo.

C
i si chiede spesso se chi intende dar nuovi impulsi al genere andrà nella direzione tracciata da chi davvero ha rinnovato il linguaggio musicale negli ultimi 40 anni (Coltrane, Mingus, Taylor, Cherry, solo per ricordarne alcuni) o seguirà la spontanea evoluzione delle forme e dei contenuti con un'autonomia espressiva scevra da tecnicismi "rivoluzionari" che, alla fine, determinano convenzioni un po' stantie.

Che Riccardo Fioravanti sia un maestro nell'accompagnamento ritmico, uno strumentista spesso anticonvenzionale, un anticipatore di certe contaminazioni oggi molto in voga, è fatto accertato per le tante convincenti prove fornite in decenni di carriera, animando o prendendo parte a formazioni che hanno dato molto alla musica contemporanea.

Con "Note basse" – titolo coerente, l'opera è distinta dal frequente ricorso a tale registro – egli forse intende continuare il corso di un processo inarrestabile nel jazz, la rottura degli schemi prefissati, l'esplorare repertori diversi alla ricerca di profonde trasformazioni sonore attraverso il mélange di effetti apparentemente quasi incontrollabili e di entusiastiche fratture nella rivisitazione di pentagrammi ormai quasi tradizionali quali "Seven days" di Sting, "Sunshine of your love" di Jack Bruce, "Down time" di Dave Holland, "First song" di Charlie Haden, solo per citare alcuni degli spartiti che avrebbero dovuto far parte, a diverso titolo, di una composita "musica di frontiera" che il quartetto di Fioravanti sembrerebbe aver in animo di proporre secondo una sintassi non ordinaria ed inedite alchimie: la scelta, poi, parrebbe in linea con le cinque composizioni dello stesso contrabbassista.

Ma ecco che, se da una parte non si può non esprimere interesse per quest' avventura, dall'altra forse prende piede uno scenario – pur ricordando le "note basse" - multicolore, sfaccettato, vigoroso nell'intenzione, non di rado segnato da fratture estetiche che con difficoltà prendono forma e ben rappresentano i dubbiosi tempi che la musica e la società del nostro tempo paiono sempre più presentare.

I fraseggi dei solisti talora esasperano i decori sperimentali come logica conseguenza di un approccio culturale molto particolare, estremamente soggettivo nel suo essere, a volte, incauto, volendo amalgamare àmbiti sonori poco conciliabili che non sempre confluiscono in un interplay convincente.

Si ha la sensazione della mancanza (e ciò sorprende) del calore e della dinamica, della "personalità del suono", la stessa che dei quattro ognuno ha sinora apprezzato. Le linee melodiche finiscono forse per involversi e ripercorrere metodiche esplorazioni già note che divengono prevedibili nel timbro e negli slanci virtuosistici, evocando atmosfere un po' fredde, quasi costrette dall'esigenza di creare un sistema controllato di stilismi che trovino soluzione o che, per paradosso, non ne intendano trovare alcuna.

Allora, i tanti dilemmi che sembrano fluire dalla prova dei quattro ottimi musicisti (e che comunque hanno il merito di farci ragionare) in realtà potrebbero costruire un falso problema, un aut aut che può lasciare perplessi e che, a parere di chi scrive, lasciano poco al barthesiano "piacere del testo": in ogni caso il problema stesso (o forse il fine) è continuare a far musica, quale arte che dia il segno dei mondi che la circondano……
Fabrizio Ciccarelli per Jazzitalia




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Data ultima modifica: 21/06/2008

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