Jazzitalia - Ibrido Hot Five: Nothing to kill or die for
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Blond Records - 2005
Ibrido Hot Five
Nothing to kill or die for


1. Ibrido prologo
2. India
3. Stomp and monk
4. Freedom
5. Ibrido riff
6. Ibrido armolodoritmico
7. In all languages
8. Serenade to a cuckoo
9. Chelsea bridge
10. Nothing to kill or die for
11. Molde canticle
12. Fanfare 1999
13. Acquiring the taste
14. The advent of panurge
15. Three friends
16. Ibrid'epilogo

Gianluca Taddei - Contrabbasso
Giuseppe Tortora - Violoncello
Pino Capamolla - Flauto
Gianni Di Ruzza - Oboe
Antonio Apuzzo - Clarinetto, Clarinetto basso, Sax alto e Sax tenore


Da un'idea ambiziosa nasce questo piccolo gioiello di raffinatissimo gusto. L'Ibrido Hot Five, infatti, è il frutto di una ricerca complessa che pone come elemento costitutivo, come vero e proprio collante concettuale, il proposito di leggere da un unico punto di vista tre ambiti musicali differenti, ma non avversi, fra cui organizzare un costante dialogo. Concentrandosi su Jazz, Musica da camera e Rock gli esecutori hanno agito come artigiani, lavorando di fino con eleganza esemplare ed in modo certamente non prevedibile: ad essere manipolato non è solo lo stile dei brani, ma innanzitutto il modello espressivo.



L'Ibrido Hot Five vede all'opera cinque musicisti: Gianluca Taddei (Contrabbasso), Giuseppe Tortora (Violoncello), Pino Capamolla (Flauto), Gianni di Ruzza (Oboe) ed Antonio Apuzzo (Clarinetto, Clarinetto basso, Sax alto e Sax tenore), vero e proprio factotum del caso, impegnato in quasi tutti gli arrangiamenti nonché compositore di diversi brani.

Il nome stesso di questo ensemble è piuttosto eloquente. Il proposito di cui si è detto si risolve in una vera e caratteristica ibridazione di linguaggi musicali, in cui il caldo elemento versatile del Jazz incontra quello più freddo della Musica europea. Se l'organico sembra infatti spostare l'ago della bilancia sul fronte cameristico ecco che, simmetricamente, la "materia prima" spazia attraverso alcuni punti cardine del Jazz moderno: Charles Mingus, John Coltrane, Ornette Coleman, arrivando fino al più contemporaneo Jan Garbarek o al sottovalutato Roland Kirk. Inoltre, in onore di quel Rock progressivo affinato, quasi di maniera, che ha dato i suoi fiori negli anni Settanta, il quintetto mette al fuoco anche tre pezzi degli eleganti Gentle Giant.

Succede allora che i brani dall'origine squisitamente jazzistica vengono filtrati, rimodellati sulla base dell'organico, che impone uno svolgimento più ponderato. Gli arrangiamenti vengono dilatati, e sovente si fa uso di ampi respiri musicali o si ricorre alla leziosità ritmica/armonica, ovvero ad espedienti non strettamente jazzistici ma di matrice cameristica che però permettono agli strumenti di sfruttare tutta la gamma musicale a loro disposizione e tutte le proprie potenzialità, pur senza perdere di vista il filo conduttore che deve rimanere l'espressività del singolo musicista e la vitalità dell'esecuzione. Si comprende bene questo concetto ascoltando la bellissima rilettura di "Freedom" di Mingus, composta da un preambolo del tutto trasfigurato in cui però appaiono, ammiccanti, alcuni accenni al tema, per poi aprirsi improvvisamente sul tema stesso, sottolineato dalle voci di Apuzzo, Capamolla, Ruzza e Taddei. Questo brano è molto esemplificativo del modo di operare dei musicisti, che riescono ad inserire senza troppe difficoltà elementi europei in un substrato afroamericano, o viceversa, ed ottengono una continuità sorprendentemente naturale e spontanea, segno tangibile della riuscita ibridazione. Non vi è infatti nell'intero disco un solo momento di pesantezza o di sforzo per l'ascoltatore, mentre a trasparire è una piacevole sensazione di eleganza. Questo non significa che si tratti di un lavoro "facile": il disco richiede un certo numero di ascolti per familiarizzarci e comprenderne il significato, e forse questo rischia di renderlo inizialmente non tanto ostico quanto sottovalutato.

I momenti più riusciti in questo intento di amalgama sono, oltre a "Freedom", "India" di Coltrane (ed in particolare i due a solo di Sax e Contrabbasso, veri protagonisti nel brano),"Chelsea Bridge" di Billy Strayhorn e "The advent of Panurge" dei Gentle Giant. Un discorso differente va invece fatto per "Serenade to a cuckoo" di Kirk e "Molde canticle" di Garbarek, che non riescono a distaccarsi dalla propria matrice originaria ed appaiono come semplici rivisitazioni in chiave diversa, seppur certamente valide. La bellezza e l'efficacia di questi brani resta invariata, soprattutto per quanto riguarda le emozionanti melodie di Garbarek, ma in buona parte viene meno l'intento originario di questo progetto, ovvero la più sincera contaminazione di linguaggi.

Certamente in tal modo non si intende interpretare questo lavoro come un'idea a senso unico, poiché resta comunque chiaro che il punto di partenza è il Jazz ed al Jazz si ritorna, senza alcun manierismo, senza voler imporre solo una gretta sperimentazione sterile e fine a sé stessa. Se poi si considera ancor meglio l'obbiettivo che si prefigge l'Ibrido Hot Five alla luce delle generalità di questo disco, la cosa acquista più significati: si tratta di musicisti europei alle prese con una musica non europea come il Jazz, che però porta nel DNA le conseguenze e la necessità pura di una continua contaminazione. Così in effetti possiamo asserire – e certamente non è un'esagerazione – che questo quintetto è riuscito a cogliere l'anima intima del Jazz, la sua forma genetica più inscindibile. Quasi paradossalmente, da uno processo iniziale che prevedeva la cooperazione di un insieme di elementi che giungesse a rendersi "altro da sé", si ritorna al principio in maniera ciclica, ineluttabile, alla linfa del Jazz, continua rimescolanza di elementi e tendenza alla liberazione dalle costrizioni.

Programmatica è naturalmente "In all languages" di Coleman, artista che non poteva mancare in questo progetto. E' evidente che si deve a lui ed a tutti i grandi della rivoluzione Free, da Pharaoh Sanders a Charlie Haden, la sensibilità intuitiva che caratterizza gli Ibrido Hot Five, e non solo nella formazione dei brani, ma persino nel modo di esprimersi dei singoli strumenti. Spesso infatti si ricorre a rumorismi ed effetti particolari, come un Sax che si diverte a farci ascoltare il puro ritmico movimento dei tasti, o il flauto o l'oboe che si lasciano andare in sforzi espressivi (vedi "Serenade to a cuckoo").

Come legante fra i passaggi dei brani infine sono presenti alcune composizioni di Apuzzo che a volte tendono a riunire sia la tendenza ibrida del progetto sia le caratteristiche proprie dei brani che precedono o seguono, si ascolti fra tutte "Ibrido Armolodoritmico" che precede il brano di Coleman. Fra questi lavori gli sforzi valgono soprattutto per "Fanfara 1999", deliziosamente cantabile ma al tempo stesso sofisticata e ricca di quegli effettismi tipici del Free, la title-track "Nothing to kill or die for", e "Ibrido riff", dove oltre a rielaborare gli elementi chiave di "Freedom" ci si diverte con poliritmi e brevi a soli meticci.

Se il nome Ibrido Hot Five ci ricorda la band di Armstrong della seconda metà degli anni Venti, è però vero che la musica del nostro quintetto è alquanto distante dal grande trombettista, di cui c'è ben poco, a parte la non-assenza ideale (si consideri che Armstrong è pur sempre stato il più grande innovatore della storia del Jazz). Nel modo di suonare dei vari soli, con attenzione soprattutto verso i Sax, la provenienza è molto più legata alla musica di Parker, Gillespie o Lester Young, e senza alcun dubbio è forte, oltre che della spinta Free, della vitalità e della freschezza rapida e nervosa del Be-bop.
Achille Zoni per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 29/03/2007

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