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            DILIBERTO Silvana (voce)
            FABBRINI Franco (contrabbasso)
            GALATRO Francesco (contrabbasso)
            INTUITION QUARTET (gruppo)
            LI VOTI Dario (batteria)
            MAZZA Giovambattista (chitarra)
            MILONE Federico (sax)
            MUZZU Manuel (basso elettrico)
            PANTALEO Gianluca (basso e contrabbasso)
            PILATO Frank (chitarra)
            PISANELLO Donatello (chitarra)
            RAVERA Leo (piano)
            SIRAGUSA Nino (chitarra)
            SPARTà Gaetano (pianoforte)
            VISCARDI Paolo (chitarra)
Dominic Lash Quartet
Opabinia



Babel-Label (2015)

1. Isthmus
2. Waiting for Javier/Luzern
3. Hallucigenia
4. Lullaby of the Limpet (for Ella)
5. Azalpho
6. Halt the Busterman
7. Wiwaxia
8. Double File
9. Anomalocaris
10. Piano Part Two/Catachretic

Dominic Lash - contrabass and compositions
Alexander Hawkins - piano
Ricardo Tejero - tenor saxophone, clarinet
Javier Carmona - percussion


Dominic Lash è un contrabbassista inglese di una certa fama nel circuito avant- jazz europeo. Colonna del Convergence Quartet, guidato da Taylor Ho Bynum, collaboratore di John Edwards e Josh Sinton, fra gli altri, il musicista britannico licenzia questo disco con un nuovo quartetto, formato da personaggi di spicco della scena continentale. Al pianoforte siede Alexander Hawkins, talento emergente del jazz britannico, punta di diamante dello Special Unit for the Blue Notes di Louis Moholo, compositore e bandleader in proprio, con una già qualificata discografia nel suo curriculum. Al sassofono e alla batteria, invece, ci sono Ricardo Tejero e Javier Carmona, due improvvisatori spagnoli poco noti dalle nostre parti, ma dotati dell'atteggiamento consono per questo tipo di proposta.

Il titolo del disco è piuttosto misterioso: "Opabinia". Ci si riferisce, in pratica, al nome di un animale vissuto cinquecento milioni di anni fa, che gli studiosi hanno faticato a incasellare in un genere, tanto era difficile da assimilare a qualsiasi altra specie vivente. La musica dell'album, allo stesso modo, sfugge ad una classificazione precisa, lambisce e penetra in diversi stili, infatti, senza delinearsi fino in fondo, restando, in tal modo, priva di un carattere univoco. Questa è sicuramente una qualità non di poco conto per il disco in esame. All'interno delle dieci tracce si ascolta, infatti, un po' di tutto.

"Isthmus" ha momenti free poli-direzionali e sequenze più strutturate, afferenti ad un bop libero, sfilacciato, ma riconoscibile. "Waiting for Javier/ Luzern" comincia swingante e piuttosto regolare, procede con accenti vagamente africani e termina con un'esplosione atonale cacofonica, quasi a celebrare "L'impossibilità di essere normale" come dal titolo del famoso film con Eliott Gould. "Hallucigenia" è una breve scheggia abrasiva di meno di un minuto suonata da sax e basso soli. In "Lullaby of the Limpet" è protagonista Alexander Hawkins con accordi insistiti di intensità diversa, lasciati fluire, mentre gli altri accennano ad uno sviluppo acconcio che si conclude repentinamente. "Azalpho" ha un bel tempo, un accompagnamento sostenuto e racchiude un motivo sghembo, obliquo, vagamente lacyano. "Halt the Busterman" contiene un temino semplice semplice e ha un andamento funkeggiante su un ritmo ballabile, contagioso. Con "Wywaxya" si ritorna alle atmosfere instabili, incerte. Ogni strumentista elabora qualcosa di personale, a contrasto con il resto del gruppo. In divenire si concretizzano unioni e disunioni, ma tutto alla fine quaglia.
"Double file" ci riporta a climi rarefatti, cameristici, con un clarinetto che si impenna e si impiglia in questo contesto, mentre il pianoforte incalza per mezzo di un fraseggio che diventa via via martellante in un crescendo graduale, ma inesorabile. "Anomalocaris" dura meno di quaranta secondi. E' una premessa inquietante di un pezzo che rimane (in) compiuto. " Piano Part Two/Catachretic" va avanti per piu di quattordici minuti e include quanto si è ascoltato fino a questo punto, dilatato nella tempistica. Qui Tejero sfoggia sul sassofono il suo campionario di note doppie e triple, un suono soffiato e slabbrato e tutta una serie di clichè dell'avanguardia ben metabolizzati. Hawkins, allo stesso modo, è essenziale e loquace, lirico e violento, romantico e antiromantico, in un'alternanza di pulsioni, di spinte, adatte a costruire la base per il combo, da cui muovere per ogni espansione successiva. Lash è sornione e attento, percuote il suo basso con l'archetto, o dà di pizzico, quando il brano prende una forma più jazzistica, passando attraverso il blues. Carmona prima sistema colpi radi al momento opportuno, poi diventa protagonista con una sarabanda percussiva finale, tonitruante ed espressiva. "Opabinia", in conclusione, ci permette di apprezzare le capacità di compositore e leader di un musicista molto considerato nell'ambito del jazz contemporaneo.

Dominic Lash conosce bene la materia e sa mischiare a dovere le carte, fornendo gli stimoli opportuni ai suoi partners per valorizzare la loro abilità nell'improvvisare in lungo e in largo su tracce apparentemente esigue, ma affatto vincolanti.

Gianni Montano per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 04/05/2016

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