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Vito Di Modugno
Organ Grooves

1 Backup (Larry Young)
2 Bernie's tune (Bernie Miller)
3 The Cat (Lalo Schifrin)
4 ESP (Duke Pearson)
5 Tres jolie (Vito Di Modugno)
6 Bye bye Blackbird (Ray Henderson)
7 Red mood (Vito Di Modugno)
8 Nick waltz (Vito Di Modugno)
9 Les grelots (Eddy Louiss)
10 I mean you (Thelonious Monk)
11 Don't get around much anymore (Duke Ellington)
12 Little Frank (Vito Di Modugno)
13 Out of the night (Joe Henderson)

Vito Di Modugno - Hammond Organ
Sandro Gibellini -
guitar
Massimo Manzi -
drums
Stefano D'Anna -
tenor sax
Fabrizio Bosso -
trumpet
Pino Di Modugno -
accordion
 

Già dall'esposizione del tema del blues di Larry Young Backup gli appassionati del suono Blue Note possono stare tranquilli: con Vito Di Modugno si trovano a casa, su territorio familiare. Una familiarità, una sicurezza che però non significa banalità, superficialità. E se, come crediamo, questo CD vanta dei pregi tali da farlo distinguere nella vasta produzione discografica italiana, essi risiedono senza dubbio nella particolare cura data alla produzione e all'organizzazione della seduta, nonché all'alta qualità tecnica dell'incisione. Musica di alta qualità, quella di Organ Grooves, che esige delle sonorità di livello altrettanto elevato.

Partiamo dalla scelta del repertorio, una oculata selezione di standard legati indissolubilmente a celeberrime interpretazioni - Bernie's Tune, Bye Bye Blackbird, l'ellingtoniana Don't Get Around Much Anymore - mescolata con saggezza a brani originali di alto livello compositivo (i quattro pezzi firmati dallo stesso Di Modugno) e, per finire, a inconsueti, sorprendenti ripescaggi dal ricco catalogo Blue Note, che costituiscono, per così dire, uno dei veri colpi da maestro dell'album.

E' giusto, intanto, segnalare che Vito Di Modugno è un compositore di temi jazz di rilievo: Nick Waltz, ad esempio, possiede una bella linea melodica, plastica e assolutamente non banale, che meriterebbe di essere ulteriormente approfondita in altri contesti strumentali e magari entrare a far parte del repertorio corrente. In nessuno dei brani del leader si respira quell'aria di noiosa incombenza che troppo spesso spinge tanti jazzisti a trattare gli originals come se fossero semplici pretesti per passare il prima possibile all'improvvisazione. C'è una cura del particolare, nelle composizioni di Di Modugno, non poi così frequente nel settore.

Allo stesso modo, è giusto rimarcare che la scelta di alcuni brani – Backup di Larry Young, ESP di Duke Pearson, Out of the Night di Joe Henderson, I Mean You di Thelonious Monk - si rivela elemento fondamentale nel successo del disco. Sparse tra decine e decine di album della gloriosa casa discografica di Alfred Lion, esistono grandi quantità di composizioni di alto livello che attendono soltanto di essere riscoperte (oltre, è vero, alle altrettanto grandi quantità di brani che dimorano in pianta stabile nel repertorio del jazzista). Out of the Night, il blues ad accordi alterati che nella sua forma originale conclude il disco di esordio del ventiseienne Joe Henderson (Page One, 1963), è la perfetta illustrazione di quanto andiamo dicendo. Lo stesso vale per il già citato Backup, che giunge dritto da Into Somethin' (1964) grande e sottovalutato album dell'ugualmente grande e sottovalutato Larry Young, inciso in compagnia di Sam Rivers, Grant Green ed Elvin Jones. Geniale, poi, ci è parsa la scelta di ESP, altro brano di annata 1964 tratto, stavolta, dal memorabile Wahoo!, disco del sestetto di Duke Pearson con, tra gli altri, Donald Byrd e (ancora) Joe Henderson.

Piccola parentesi. Il nome di Joe Henderson è già apparso un paio di volte, in queste note, e lo ritroveremo anche più avanti. Non è un caso. Più passa il tempo, più si fa largo tra musicisti e ascoltatori la forza innovativa e l'influenza, sia compositiva che strumentale, del sassofonista dell'Ohio. Henderson è una figura gigantesca ma, allo stesso tempo, una personalità così complessa da richiedere una risistemazione critica del pantheon sassofonistico degli ultimi decenni. Meno male, comunque, che il pubblico certe cose le capisce da solo.

Torniamo a noi. Gran parte della riuscita di Organ Grooves risiede da un lato nella scelta dei musicisti, ovvero quanto di meglio possa offrire il panorama italiano (e non solo), dall'altro nell'abilità del produttore e del leader di averli saputi combinare in front line sempre diverse con l'accoppiata organo-batteria come unica costante. Trii con chitarra, trii con fisarmonica, quartetti con tromba e sax tenore, con chitarra e sax tenore, quintetti: tutte le possibilità combinatorie sono state esplorate senza riserve, e l'enorme varietà di situazioni offerta dal disco finisce per rivelarsi uno dei suoi assi nella manica.

Ma nessuna strategia organizzativa sarebbe in grado di funzionare se non fosse adeguatamente sostenuta e interpretata da un cast artistico di prim'ordine, come quello convocato per Organ Grooves. Su Fabrizio Bosso, ormai, resta poco da dire: dopo i suoi strabilianti esordi di qualche tempo fa, nei quali la Red Record ha giocato una non piccola parte, il trombettista ha dimostrato notevole intelligenza nel saper evitare le trappole del "ragazzo prodigio" e del virtuoso a tutti i costi, indirizzandosi invece – senza esitazioni – sulla faticosa strada di una progressiva e inesorabile maturazione stilistica.

Stefano D'Anna è un nostro vecchio pallino, un musicista che meriterebbe un'attenzione maggiore da parte di tutti, pubblico, critica e discografici; un improvvisatore meticoloso ed implacabile che ha saputo sintetizzare al meglio le inevitabili influenze del grande sassofonismo storico in uno stile sì imbevuto di decine di voci diverse, ma allo stesso tempo pulsante d'originalità. Allo stesso modo, Sandro Gibellini dovrebbe mettere da parte quella che, a chi non lo conosce, può apparire come una naturale ritrosia, per riuscire a farsi apprezzare per il grande chitarrista che è. Nel suo caso, è persino banale parlare di conferma.

Massimo Manzi è l'anima di questo disco, il suo motore; elemento essenziale per la sua riuscita, inarrestabile batterista dotato di una inesauribile gamma di soluzioni da proporre al solista di turno. Giocasse a calcio, sarebbe un rifinitore cui nessuna squadra potrebbe permettersi di rinunciare.

Poi c'è la famiglia Di Modugno. Vito, tastierista, organista, bassista elettrico, didatta di talento: solista esuberante, compositore di qualità, catalizzatore di energie positive. Organ Grooves non può essere altro, per lui, che un punto di partenza, un trampolino di lancio verso un più vasto riconoscimento delle sue qualità di jazzista che crede nella tradizione ma, allo stesso tempo, è in grado di rivisitarla in tanti modi diversi. Pino, il padre, fisarmonicista di lunga esperienza e di carriera più che trentennale, è forse la più bella sorpresa di questo disco, coinvolto com'è stato in un'atmosfera e un linguaggio da lui non frequentati quotidianamente. Che abbia saputo cavarsela alla grande, tanto da mettere a Sergio Veschi qualcosa di più di una pulce nell'orecchio, è segno evidente della veridicità del vecchio detto: Jazz is where you find it. In una parola, te lo devi andare a cercare. E le sorprese sono spesso dietro l'angolo.

Luca Conti

Alcune foto ritratte durante la registrazione del 25 settembre 2002:


Vito Di Modugno  


con Pino Di Modugno


Sandro Gibellini e Massimo Manzi   


con Stefano D'Anna
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Data pubblicazione: 05/10/2002





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