Una ridda di grandi nomi, eccellenti musicisti, si muove all'interno di
questo lavoro, ultima creazione di una signora (veramente tale) che tanto ha dato
- e continua a dare – al jazz.
Chick Corea,
Jacky Terrasson,
Enrico
Pieranunzi, Renè Urtegrer, Benoit De Mesmay sono i pianisti
che accolgono le nitide note vocalizzate da Anne Ducros.
Ma vi è di più. Al di là del roccioso ed inossidabile Sal La Rocca
al contrabbasso, già fedele da tempo alla Ducros, si alternano alla batteria
il giovane e talentuoso Karl Jannuska ed una leggenda vivente che risponde
al nome di Manu Roche, il cui timing ha da tempo sostituito il funzionamento
delle sue valvole mitraliche.
Il nutrito ed interscambiabile ensamble è completato dalla voce notevole
e ribollente del sax di Bob Franceschini e, per l'esecuzione di
Gnossienne n.1, dal saz
(o chitarra saracena) di Oliver Louvel.
La Ducros ha impalmato tutti i grandi e prestigiosi premi che una
vocalist jazz possa volere. Con questo corposo lavoro cerca di conquistarsi quella
parte di pubblico che, ancora, non l'ha in gloria. E lo fa cimentandosi con brani
senza tempo, arrangiati ed eseguiti con ardore, ma che scivolano via troppo velocemente.
A Four di
Miles Davis fa seguito God Bless
the Child che vede l'ispirato driving di Manu Roche scandire le
note di Jacky Terrasson, dal tocco morbido ed elegante.
Enrico
Pieranunzi libera le emozioni di
You Got My Head, mentre
l'esecuzione di
Chick Corea, che suggella gli immortali versi di Prevert ne
Le Feuilles Mortes,
è magistrale e ben incontra lo scat determinato e convincente della Ducros.
Un'indigestione di classici che vedono l'alternarsi stilistico di eccellenti
pianisti blandire e sollecitare la voce della Ducros. Ma il lavoro non graffia
e non brilla per originalità, anche negli arrangiamenti. E' tutto perfetto, fin
troppo.
Due brani, sicuramente, colpiscono nel segno: il sapore arabo e danzante
di Gnossienne n.1 di
Erik Satie, che accarezza ed al contempo colpisce con violenza la bocca dello stomaco,
lasciando senza fiato. Un'esecuzione (arrangiamento della vocalist) scintillante
e grintosa. Il secondo: Naima,
lì dove Coltrane rivive nei fraseggi apollinei di Franceschini che conferisce
nerbo alla rivisitazione, confermando la sua importanza in ambito internazionale.
Franceschini, così come accade in ogni suo intervento in questo album, coniuga
sentimento e professionalità, cesellando una sonorità sensuale e avvolgente, priva
di sbavature.
Un lavoro che riporta Anne Ducros verso il jazz dopo la parentesi
più popular di "Close Your Eyes".
L'intervento di eccellenti musicisti rende l'album sicuramente gradevole,
ma per certi versi, già narrato.
Alceste Ayroldi per Jazzitalia