Jazzitalia - Rino Vernizzi Quartet & Corrado Giuffredi: Plays Pixinguinha
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Rino Vernizzi Quartet & Corrado Giuffredi
Plays Pixinguinha


1. Chorei
2. Vem Vindo
3. Jurando falso
4. Um a zero
5.Cheguei
6. Saudacao
7. Domino
8. Segua Ele
9. Desprezado
10. Choro de Gafieira
11. Vou Vivendo
12. Seu Lorenco No Vinho
13. Modinha Brazileira
14. A Vida E' Un Buraco
15. Tico

Rino Vernizzi - fagotto
Corrado Giuffredi - clarinetto
Roberto Taufic - chitarra
Federico Marchesano - contrabbasso
Gislon Siilveira - percussioni



Qualcuno ha definito il "choro" (letteralmente pianto) come il jazz brasiliano, dal momento che questo genere è largamente basato sull'improvvisazione. Il choro, però, che Hector Villa Lobos, definì come l' essenza dell'anima musicale brasiliana, apparve sulla scena verso il 1870, molto prima, quindi, della musica di New Orleans ed anche del samba e della bossa nova.



Q
ueste ultime parvero soppiantarlo nel cuore del grande paese amazzonico. Ma il choro è tornato oggi di grande attualità. Prova ne sia l'interessamento che gli stanno dedicando diversi artisti europei: primo fra tutti il grande regista finlandese Mika Kaurismaky, che ha girato nel 2005 il suggestivo lungometraggio "Brazileirinho", che potremmo definire un "Buena Vista Social Club" in salsa carioca. In Italia Gabriele Mirabassi ha dichiarato a più riprese il suo amore per questa forma musicale. Ora è la volta del fagottista Rino Vernizzi che ha da poco pubblicato, in quintetto un disco che rende omaggio alle musica di quello che fu il maggior compositore del genere, Alfredo da Rocha Viana Filho (1897-1973) detto appunto Pixinguinha. Una musica dolce e malinconica, morbida e ricca di sfumature.

Quello che incuriosisce è però anche la formazione che da vita a questa performance. Un ensemble insolito formato da una sezione ritmica italo – brasiliana e da due strumentisti classici fra i più noti a livello internazionale: il clarinettista Corrado Giuffredi ed il leader, Rino Vernizzi.

Dietro la scelta di improvvisare al fagotto, di utilizzarlo come strumento jazzistico c'è sicuramente un percorso culturale e musicale di grande interesse. Ho provato a ricostruirlo con Vernizzi.

Il jazz lo conosco fin dagli anni della gioventù. Lo suonavo, al piano nei locali notturni per pagarmi gli studi al Conservatorio. Mi piaceva, tanto che chiesi consiglio al Maestro Cavazzini, grande pianista jazzista degli anni 50. Volevo capire da lui se avevo talento. Mi dette da scrivere 6 intro ad altrettanti brani e fu soddisfatto del mio lavoro "Se le hai davvero scritte tu, puoi fare d solo…". Ma fui presto assorbito dalla carriera di fagottista e dimenticai la musica afro-americana. Vennero gli anni delle grandi orchestre sinfoniche. Quella di Santa Cecilia in particolare...Esperienza importantissima, che però non rimpiango minimamente. L' orchestra è un mondo sonoro ricchissimo ma chiuso che, alla fine, toglie la libertà. E' una somma di tante personalità. L' orchestrale medio si tuffa nello spartito e non alza mai la testa per guardare il direttore. Come ne avesse timore. Io ho suonato con i più grandi direttori. Li ho sempre guardati in viso, con audacia, mentre suonavo un assolo. Non per questo rinnego quegli anni. Mi hanno dato molto. Nei miei lavori jazzistici successivi ho utilizzato, senza molti pudori Mahler, l'adagio della prima sinfonia. Quando Elio Tatti mi ha ospitato nel suo Tattitatoo ho proprio portato "Relham", anagramma del nome del compositore e libera improvvisazione su quella bellissima melodia klezmer. Amo tuttora Mahler. Come Brahms. O come Bruckner che inserisco trasfigurandolo nel mio "Baby boom" ad esempio. Il fatto è che ascolto anche Lucio Dalla ed Ornette Coleman, che reputo un genio assoluto"

Che giudizio dai della musica classica contemporanea, delle avanguardie e delle loro ricerche?

Ho suonato anche quel tipo di musica. Interessante ma inadatta a comunicare l'intera gamma dei sentimenti: monotematica, rappresenta solo la tragedia E' come parlare sempre del funerale di qualcuno.

Ma quando è tornato l' interesse per il jazz?

Negli ultimi anni della vita da orchestrale (Sono in pensione da 5 anni e mi pento di non aver lasciato prima). Ho ricominciato a guardarmi intorno. Ho riscoperto Monk, musicista di una genialità straordinaria: assolutamente inimitabile Non ha scritto niente di banale. Lui ed Ellington (L' orchestra di Duke era fatta tutta di grandissime individualità, a differenza di quelle classiche) furono geni autentici della composizione. Come Coltrane. Ecco, Trane è per me come Beethoven: hanno in comune quell' ansia atroce di non fermarsi mai, di arrivare sempre più in là, di esplorare senza sosta. Naturalmente ho ascoltato ed apprezzato Mulligan (il quale aveva il sogno di incidere al Baritono il concerto per fagotto di Mozart). Eric Dolphy, con quel suo essere sospeso fra tradizione ed informalità allo stato puro è il mio faro.

Hai percorso però altre strade, come dimostra questo Pixinguinha

Sono tentato dal tango. Ho inciso un disco di standard piazzolliani con Arnoldo Foà che leggeva Borges. Un quintetto ma il fagotto ed il flauto sostituivano il bandonenon ed il violino delle formazioni tradizionali di Astor. Ho inciso anche le suite per flauto e trio jazz di Claude Bolling, tornando al pianoforte. Ho dedicato un disco alle variazioni Goldberg di Bach.
Oggi ascolto tutto. Ma non nel senso usuale del termine. Assorbo echi e suggestioni dall' ambiente circostante, dalla radio in particolare. Posso ascoltare i suoni di un bar affollato come questo in cui parliamo e trarne un' idea musicale, anche dopo qualche giorno. Hai presente quel meraviglioso "32 piccoli film su Glenn Gould", di un regista canadese? In uno degli episodi il pianista si trova in un bar, lungo un' autostrada. Ascolta le voci dei presenti, i rumori circostanti. Poi le sue mani si muovono al ritmo di questi suoni. L' artista unisce tutte le suggestioni sonore e in qualche maniera le organizza in una sua scansione interiore. Vorrei somigliare un po' a questa figura. "

Parliamo di questo disco

Mi intrigava l'eleganza del choro. Nel quale sento echi della musica da ballo dell' Emilia, terra in cui sono nato. Per questo ho chiamato il mio conterraneo Giuffredi. Corrado da quando sta curando l'archivio personale di Henghel Gualdi ha scoperto la gioia della musica libera. Ho scritto per lui parti difficilissime che lui ha eseguito con la stessa semplicità con cui si beve un bicchiere d' acqua. Corrado, maestro del clarinetto classico, ha le sue radici, come me nel liscio, nel ballo. Le balere sono casa nostra come le sale da concerto. E' perfetto in questo disco. E' nella sua anima. Anche i brasiliani sono i brasiliani che collaborano con noi, il percussionista Gilson Silveira ed il chitarrista Roberto Taufic sono eccezionali. Come il bassista Federico Marchesano. Sono soddisfatto della riuscita artistica di questo lavoro, che sarà però solo una tappa. Non mi immergo in uno spartito come non mi sprofondo in un genere definito. Ho 62 anni e non so rassegnarmi a seguire una strada sola. Da poco è anche uscito un disco Decca dove un quartetto di fiati (C'è anche Corrado) propone trascrizioni rossiniane. Incido un disco e lo dimentico quasi, non mi curo nemmeno delle vendite. La mente va subito ad un nuovo progetto.

Due parole su questo tuo strano compagno di viaggio, il fagotto

Strumento faticoso ed ingrato quando si tenta di dargli dello swing. E' tutt' altro che uno strumento jazzistico, ma insieme abbiamo suonato una versione di "Giant Step" che è venuta fuori molto più veloce dell' originale. Non ho nemmeno precursori. Qualcuno l' ha usato prima di me ma come pura sperimentazione. Erano musicisti che venivano da altri strumenti e testavano le possibilità del fagotto. Io lo conosco bene e so di poterlo sfidare.

Marco Buttafuoco per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 15/09/2008

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