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D. Friedman, M. Ricci, S. Bagnoli
Prism

1. Prism
2. I'll remember you
3. N2
4. Waltz for Marylin
5. I vecchietti dei nostri cuori
6. From A to Z
7. Ask me know
8. Katia's Waltz
9. Cipi

Don Friedman:
piano
Marco Ricci:
contrabbasso
Stefano Bagnoli:
batteria


ABEAT records
via pasubio 6
21058 Solbiate Olona (VA)
Tel e fax +39 0331 376380
Distribuito da I.R.D. e da JazzOS

Ho avuto l'inaspettata occasione d'incontrare e suonare con Don Friedman a metà degli anni '90, durante un concerto dove sostituivo all'armonica Bruno De Filippi.
Per me è stata la prima esperienza musicale con un americano, con un grande del jazz. Uno di quelli di cui si hanno i cd nello scaffale di casa e di cui si leggono le biografie nelle enciclopedie di Leonard Feather.
Quello che mi colpì di Don Friedman non fu tanto la sua coinvolgente musicalità e la sua monumentale conoscenza del jazz ma la delicatezza e la modestia con cui tendeva a mettere a proprio agio noi giovani musicisti.
Non so bene cosa pensò di noi musicanti di jazz di una a lui sconosciuta provincia varesina ma quello che è certo è che al concerto suonò con tanto di quel vigore, gioia e completo trasporto da farci sentire dei piccoli Toots Thielemans, Scott La Faro, Billy Higgins. Avevamo suonato con una leggenda del jazz e avevamo imparato in un solo concerto tante di quelle cose che è impossibile apprendere solo dallo studio del proprio strumento.
Un grande gentleman del jazz, così può essere definito Don Friedman, riassumendo in un aggettivo la sua personalità che mai come in questo caso non può essere dissociata dalla sua musica. Un'attenzione agli altri tangibile sul palco, come nella vita di tutti i giorni. Un accompagnatore eccelso, attento a stimolare il solista senza mai risultare ridondante, invadente. Mai una nota in più, mai una in meno.
E' incredibile la sua capacità di giocare sull'equilibrio difficilissimo dell'interplay, che fanno raramente di un grande improvvisatore anche un grande accompagnatore.
E' per questo che dalla fine degli anni '50 il suo nome è presente al fianco di grandi solisti come Chet Baker, Shorty Rogers, Ornette Coleman, Dexter Gordon, Buddy De Franco, Pepper Adams, Herbie Mann. Molti gli anni al fianco del grande chitarrista Attila Zoller e la trentennale carriera con Clark Terry, ma anche Joe Henderson, Charles Lloyd, Elvin Jones e chissà quanti altri ancora. Ma dopo aver scoperto la sua arte nell'accompagnare basti ascoltare i suoi album da solista come A day in the city, Circle Waltz e Flashback, vinili Riverside degli anni '60, recensiti a cinque stelle da Downbeat per capire il perchè il nome di Don Friedman è spesso associato a quello di Bill Evans. E poi si possono gustare album più recenti come Avenue of the Americas, I hear the rhapsody o il suggestivo piano solo My romance registrato per
La Steeplechase, per capire il perchè oggi in Giappone, dove la cultura per la musica jazz è altissima, Don Friedman sia una vera celebrità.
In questo CD accanto a Don Friedman troviamo in veste di co-leader Marco Ricci al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria. Il progetto assume particolare spessore perchè Prism, che è il nome del cd ma anche del trio (nonchè di una composizione di Jarrett), è un laboratorio musicale che i tre musicisti portano avanti ormai da anni con una serie di fortunati concerti (stupenda la performance al Festival Jazz di Monza del 1999).
Non il solito disco con un americano ospite ma un progetto a tutti gli effetti di sapore internazionale che nobilita soprattutto Marco Ricci e Stefano Bagnoli che dimostrano che oltre ad essere semplice ritmica (termine penso tra i più riduttivi che si possa usare nel jazz) sono in grado di comporre, di assumersi le responsabilità di scelte stilistiche, nonchè di creare un interplay musicale da far invidia ai grandi d'oltreoceano. E' forse arrivato il momento che la critica si accorga di musicisti come questi, non più solo gregari dei grandi solisti, a cui spetta solo un aggettivo di stima alla fine di un articolo o di una recensione, ma veri artisti capaci di andare alla radice della musica, di sviscerare un talento compositivo e improvvisativo su cui riflettere.
Un cd che colpisce per i brani ipnotici come lo stesso Prism, di Keith Jarrett, dove i tempi si dilatano e si ristringono con un unico imperativo categorico da rispettare: l'interplay.
Tra le ballad basti ascoltare l'essenza crepuscolare di N2, di Ricci, o la romantica e dilatata I vecchietti dei nostri cuori di Bagnoli (già apprezzata nel CD Balance) per rimanere soggiogati soprattutto dalla modernità con cui viene trattata la ballad.
Lo stesso Friedman stupisce per la capacità di suonare in maniera jazzisticamente moderna passando in N2 da sprazzi di improvvisazione quartale ad atmosfere alla Satie.
Un pizzico di ironia in Cipi di Bagnoli, un brano dal dichiarato sapore be-bop che strizza l'occhio ad Au Privave di Parker.
Un gioco quasi, al fine non prestabilito di sballottare l'ascoltatore tra reminescenze Evansiane e forti impatti alla Bud Powell.
Buon ascolto.
Max De Aloe

Nato nel 1935 a San Francisco, Don vi ha vissuto fino all'età di 15 anni.

"Entrambi i miei genitori amavano la musica classica. Mio padre ha studiato opera e aveva un bellissima voce. Avevamo un piano e i miei genitori mi avviarono a suonarlo quando avevo 4 anni. " - ricorda Friedman - "Iniziai a prendere lezioni di piano a 5 anni e studiai per 10 anni a San Francisco. Non avevo mai ascoltato jazz e non sapevo  cosa fosse".

Ricordo di aver ascoltato il jazz per la prima volta attraverso il suono delle big band. Con la mia famiglia ci trasferimmo a San Fernando Valley (a est di Los Angeles) quando avevo 15 anni. Ricordo che andavo all'Hollywood Palladium quando avevo 17 o 18 anni e ascoltavo le band di Les Brown, Stan Keaton e Billy May. Ero molto impressionato da quelle band e desideravo sempre di essere il pianista di una di loro. Amavo quella musica" 

Parte della sua passione per il jazz prese forma quando ascoltò grandi solisti, specialmente nella band di Stan Kenton. L'ascolto di  musicisti come Lee Konitz, Conte Condoli e Frank Rosolino, inspirò il giovane Friedman a iniziare la sua trasformazione dallo stile della musica classica a quello del jazz.

"Lee, Conte e Frank erano in vari posti disponibili a suonare qualche gig con una ritmica locale e io andavo ad ascoltarli e loro realmente mi includevano. Dissi a me stesso che questa musica era la musica che realmente volevo suonare. Ecco come ho iniziato col jazz."

La transizione dalla musica classica a quella jazz richiede un cambio nel modo di sentire il tempo. Ed era proprio la forza della musica suonata con quel modo di sentire il tempo, che è una delle peculiarità del jazz, che spinse la sua anima a proseguire nella formazione di un artista jazz. 

"Ricordo che l'ascolto dello swing e del sound di quella musica mi faceva muovere. Amavo sempre il suono del sassofono. Le linee singole che provavo a suonare sul piano nei primi giorni erano influenzate dai sassofonisti piuttosto che dai pianisti." 

Don frequentò il Los Angeles City College e studiò anche jazz per proprio conto. Durante le successive tre decadi, Don ha lavorato con molti grandi musicisti jazz, incluso Pepper Adams, Jimmy Giuffre. Shorty Rogers, Attila Zoller, Herbie Mann, Charles Lloyd, Joe Henderson, Lew Tabackin, Chuck Wayne, Dexter Gordon, Ornette Colemon, Stan Kenton, Clarck Terry, Buddy Di Franco, Lee Konitz, Bruno de Filippi e John Handy. 

"Nel 1956, Buddy DeFranco stava formando una band per un tour di nove mesi per suonare in giro alla East Coast. Feci l'audizione e fui preso. Quella fu la mia prima occasione per viaggiare con un vero gruppo jazz. Venimmo a New York e suonammo in tutti i jazz club di quell'epoca, incluso il Birdland e l'originale Basin Street." 

Dal 1960, Don ha continuato a lavorare a New York City come pianista jazz ed insegnante. 

Don Friedman insegna tecniche per piano, improvvisazione e teoria jazz sia privatamente che alla New York University, dove è anche coordinatore di piccoli gruppi. Negli ultimi 4 anni, Don è stato pianista nel Clark Terry Quintet.

Friedman gira frequentemente negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone con svariati gruppi. In Giappone Friedman è un musicista molto ben conosciuto. Inoltre continua a ricevere consensi dalla critica per la sua musica; è stato elogiato per  il suo stile lirico e per il suo virtuosismo tecnico.

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Data ultima modifica: 05/01/2008





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