Jazzitalia - Antonio Zambrini Trio : Songs From The Procol Harum Book
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            COLI Alessio (sax)
            D'AVERSA Vanessa (arpa)
            DI VEROLI Angelo (batteria)
            FABBRINI Franco (contrabbasso)
            FUMO Marco (piano)
            GALATRO Francesco (contrabbasso)
            INTUITION QUARTET (gruppo)
            LI VOTI Dario (batteria)
            MUZZU Manuel (basso elettrico)
            PANTALEO Gianluca (basso e contrabbasso)
            PANTIERI Filippo (piano)
            PILATO Frank (chitarra)
            PISANELLO Donatello (chitarra)
            RAVERA Leo (piano)
            SIRAGUSA Nino (chitarra)
            SPARTà Gaetano (pianoforte)
            VISCARDI Paolo (chitarra)
Antonio Zambrini Trio
Songs From The Procol Harum Book



Abeat Record 2010

1. Pilgrim's Progress
2. Crucifiction Lane
3. A Salty Dog
4. Homburg
5. Fires (Which Burnt Brightly)
6. Quite Rightly So
7. Something's Following Me
8. A Whiter Shade Of Pale

Antonio Zambrini - Piano
Andrea Di Biase - contrabbasso
Jon Scott - batteria
Emiliano Vernizzi - sax tenore on 4




Via Pasubio, 6
21058 Solbiate Olona (VA)
tel/fax +39 0331 376380


I Procol Harum, quintetto pop inglese, sfondarono sul mercato discografico internazionale nella lontana estate del 1967 con un pezzo ("A whiter shade of pale") basato su moduli musicali mutuati da Johann Sebastian Bach. Azzeccarono poi qualche altro disco, ma la loro carriera divenne ben presto routine e, anche se continuano tutt' oggi ad incidere, la loro fama è legata soprattutto a quei primi e remoti anni.

Antonio Zambrini, pianista e compositore fra i più sensibili ed originali del panorama jazzistico italiano, ha scelto la loro musica (quella della fine anni '60) per il suo ultimo disco, chiamando per l'incisione giovani e bravi musicisti come Andrea Di Biase al basso, Jon Scott alla batteria ed Emiliano Vernizzi al sax (nella sola traccia 4).

Alla musica del gruppo inglese si attaglia perfettamente quello che scriveva Marcel Proust della musica leggera in generale "Le canzoni, anche quelle brutte, servono a conservare la memoria del passato più della musica colta, per quanto sia bella.." Chi era giovane nella seconda metà degli anni '60 non ha infatti dimenticato quella band, che suonava canzoni forse non eccelse, ma tanto suggestive

Utilizzare il repertorio "leggero" come base di un discorso jazzistico è operazione abbastanza frequente Anche se è legittimo e comprensibile il tentativo delle labels e dei musicisti di rivolgersi ad un pubblico più ampio, di rendere più popolare la musica improvvisata, va detto che i risultati artistici sono di solito modesti. Spesso a dare senso a queste riletture è solo la capacità dell' interprete di dare un suo tocco personale, un suo marchio poetico al materiale musicale.

In questo disco Zambrini rilegge veramente i Procol Harum solo in un brano, in solitario, che è poi la sua personale versione di "A Whiter shade of pale". Qui si ascolta il suo tocco molto personale, sfumato, intimista che contraddistingue la sua arte pianistica e che immerge la canzone in una memoria brumosa e malinconica, un po' proustiana. appunto. In tutto il resto dei brani si ascolta jazz molto piacevole, molto ben suonato, accattivante ma si ha l' impressione che il riferimento alla band inglese sia tutto, sommato, poco significativo.

Probabilmente Zambrini avrebbe avuto molto di più da dire e da raccontare utilizzando il suo grande talento di compositore.

Marco Buttafuoco per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 30/05/2010

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