Jazzitalia - Recensioni - Mike Melillo: Remembrance
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Mike Melillo
Remembrance



Notami (2014)

1. Remembrance (Mike Melillo) + coda All Alone (Berlin)
2. Would you like to take a walk? (Warren)
3. That Old Feeling (Brown, Fain)
4. Black and tan fantasy (Ellington)
5. Recycle (Mike Melillo)
6. Me and My Shadow (Jolson, Rose, Dreyer)
7. Salt Peanuts (Gillespie)
8. I'm Coming Virginia (Heywood, Cook)
9. Gee! (Melillo)
10. Introspection (Monk)
11. See Hunt and Liddy (Melillo)
12. Smoke Gets in Your Eyes (Kern)

Mike Melillo - pianoforte


Il dolce persistere della memoria, il riandare con lo sguardo del tempo a giorni, esperienze, persone, Paesi e città, che hanno caratterizzata la propria esistenza, l'hanno ispirata, e ne hanno segnate gioie e amarezze.

Questa l'essenza di Remembrance, sorta di autobiografia musicale del pianista americano Mike Melillo, attraverso la quale raccontare il suo jazz, dalle origini, agli sviluppi, alle convinzioni. Per questo le dodici tracce dell'album sono una sapiente miscela di storia del jazz, con i vari Ellington, Gillespie, Monk, e composizioni originali dello stesso Melillo. Un artista appartato, lontano dai clamori delle folle contemporanee, un tipo à la John Cale, per intendersi, "esiliatosi" in terra marchigiana e che alla quantità preferisce la qualità di una produzione ristretta ma caratterizzata da profondi accenti lirici.

Lo si comprende sin dalle prime note del brano d'apertura, Remembrance, che con i suoi quattordici minuti rappresenta una sorta di racconto jazzistico in note, caratterizzato da cambiamenti di tempo e d'atmosfera, a voler simbolizzare i continui cambiamenti che interessano l'esistenza degli individui.

Would you like to take a walk?
Melillo riveste lo standard pop degli anni Trenta con un jazz dal tocco delicato, estrapolando dal suo pianoforte una scia di note intime e introspettive, gradevoli come un sorso di birra a Whitechapel. A queste si alternano passaggi più briosi, sempre squisitamente anglosassoni, leggermente venati di ombre, come lo è anche lo humour britannico. Un jazz che sarebbe piaciuto a Oscar Wilde, dal ritmo cadenzato come un'indolente passeggiata in Hyde Park, oppure nell'East End fra architetture vittoriane e autobus a due piani.
L'originale "leggerezza" di Black and tan fantasy, (1929), che racconta l'American Dream di Gatsby, diventa una suite intellettuale su toni gravi ma dal ritmo dinamico, che a metà si"perde" in una divertente, misurata, variazione nello stile di Tin Pan Alley, per poi cedere subito il passo a complessi virtuosismi di scala. Un più cadenzato ritmo da scherzoso music hall caratterizza Salt Peanuts, uno standard del bebop scritto da Gillespie nel 1942, e famoso per i suoi fraseggi di tromba in dialogo con il sax alto di Parker. Nella sua rilettura, Melillo racchiude nel pianoforte tutta l'energia di quel jazz ormai eroico, impreziosendolo di contrappunti e modulazioni.

Fraseggi pianistici in cui nemmeno una nota è superflua, e nessuna manca. Il jazz al massimo della perfezione estetica.

Niccolò Lucarelli per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 25/10/2015

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