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Salerno fucina di musicisti e di idee. Salerno con i suoi caldi colori e con le sue profumate terre irrora di magma sonoro la scena jazzistica italiana. Un sestetto di amici con un consistente spaccato familiare che funge da epicentro: l'ensemble Deidda e cioè il polivalente Alfonso (piano, tastiere, alto sax, percussioni), il fiatista Sandro (tenore, soprano, clarinetto, flauto), l'elettrificante Dario (contrabbasso, cello e basso elettrico). Completano, si fa per dire, Giovanni Amato alla tromba, Amedeo Ariano alla batteria ed alle percussioni, Daniele Scannapieco e Jerry Popolo al tenore. Dieci avvincenti brani tra standard leggendari e composizioni originali. Ne scaturisce una forza timbrico/armonica travolgente, ricca di sovrapposizioni, di soli avviluppanti. La coralità emerge a pieno titolo così come dovrebbe essere per una band. Si apre con Dexter Gordon: la sua Red Society è rivisitata con tatto ed il piano di Alfonso Deidda s'intreccia alla vitalità dei fraseggi di Scannapieco, Popolo e Sandro Deidda, fortemente bop. Le costruzioni, anzi le alchimie armoniche di Dario Deidda (Novembre e Izmir) sono corroborate dal drive di Ariano e finemente distillate da Giovanni Amato. L'imprevedibile policromia e la letteraria polivalenza del lavoro è racchiusa tutta in Drug Market Dance, suddivisa in due parti, dove la merge dei suoni trova la sua latina ballabilità sotto le sferzate sia pianistiche e sia percussive di Alfonso Deidda e di Ariano. Le acide fughe di Amato, Scannapieco e Popolo s'inanellano tanto improvvisamente quanto gradevolmente in affermazioni corali dal sapore cuban jazz. Gli specchi, una composizione di Giovanni Amato, pone in evidenza tutta l'abilità del trombettista campano che esegue d'un fiato il solo con particolare attenzione all'elaborazione dei suoni. Il costante e metronomico slappin' di Dario Deidda ed il sottile swing di Ariano reggono l'impalcatura delle entrate ternarie del piano di Alfonso e dei sassofoni. La tracimante e sferzante Caravan di Duke Ellington diventa ancor più passionaria e mediterranea grazie all'arabica esecuzione del soprano di Scannapieco. Un languido solo di piano apre alle malinconie di Biancaneve di Sandro Deidda. Nuages di Django Rahinard, zigzaganti svise chitarriste tradotte dal basso elettrico di Dario e consolidate dall'alto sax di Alfonso. Spazio ancora per una composizione originale di Dario, l'afrobeat Rwanda. Si chiude con O.P. di Mingus, all'insegna – ancora una volta – della coralità. La storia del jazz è servita con garbo e originalità.
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